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1, 10, 100 George Floyd. L'Europa denuncia le violenze della polizia

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1, 10, 100 George Floyd. L'Europa denuncia le violenze della polizia
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"Siamo tutti George Floyd". L'Europa si mobilita contro le violenze della polizia

Sulla scia della morte di George Floyd, avvenuta negli Stati Uniti durante un fermo di polizia, anche in Europa si levano voci contro violenze di matrice razzista, imputate alle forze dell'ordine. A Parigi, in migliaia hanno risposto a giugno all'appello del comitato che rivendica giustizia per Adama Traoré, un giovane morto quattro anni fa dopo essere stato inseguito e fermato dalla polizia. Sua sorella Assa è diventata il volto del movimento. Da quattro anni si batte per far luce sulla morte del fratello e far processare gli agenti che l'avrebbero soffocato, bloccandolo lungamente a terra. "Mio fratello è stato schiacciato dal peso di questi gendarmi per ben nove minuti - dice -. Oggi noi chiediamo, esigiamo, che venga riconosciuto l'omicidio volontario. Oggi noi denunciamo l'impunità della polizia. Denunciamo una violenza razzista. Denunciamo una violenza sociale".

Chi è Adama Traoré, il George Floyd francese

Il fratello di una vittima: "Chi muore per mano della polizia viene criminalizzato"

In migliaia hanno risposto all'appello di Assa Traoré suo appello, in occasione di una commemorazione organizzata il 18 luglio. Tra loro, le famiglie di vittime di violenze impunite, da parte della polizia come Mahamadou Camara del collettivo "Vérité et Justice pour Gaye Camara", il gruppo intitolato al fratello Gaye, ucciso nel 2018 a colpi di pistola da un agente di polizia, poi assolto per legittima difesa. "Il sistema e lo Stato vogliono emarginare tutti noi discendenti della migrazione - dice a euronews -. Siamo dei cittadini di serie B. Quando un giovane muore per mano della polizia, qui in Francia, si criminalizza la vittima. Ma la polizia non ha il diritto di uccidere. La pena di morte è stata abolita".

Il sindacato francese dei commissari di polizia: "Scontiamo un sistema disumanizzante"

Molti, come Assa Traore, ritengono che la morte del fratello incarni un male diffuso. "Mio fratello è morto per degli atti razzisti e violenti delle forze dell'ordine. E' un problema di tutto il sistema. Noi chiediamo giustizia per tutti gli Adama. Perché nessuno possa più disporre liberamente della vita e della morte altrui". Accuse che la polizia francese respinge, scendendo in strada. I vertici del corpo non hanno risposto alle nostre richieste, ma molti bollano le violenze razziste come deriva di una minoranza. David Le Bars dirige l'SCPN, il sindacato francese dei commissari di polizia. Ammette qualche deriva, ma rifiuta la tesi dell'impunità delle forze dell'ordine. E sostiene la necessità di una riforma, che restituisca al corpo il senso della missione. "Oggi scontiamo una macchina amministrativa e giudiziaria molto pesante - ci dice -, che non lascia spazio all'elemento umano e al buon senso. Questa 'disumanizzazione' si fa sentire anche nel rapporto con la cittadinanza. Siamo ad attività oggi percepite soprattutto come repressive. La gente non vede più l'altro volto della polizia: la prevenzione, la protezione, la presenza sulle strade... Parliamo quindi di problemi strutturali, di organizzazione della polizia e, più in generale, delle forze dell'ordine su tutto il territorio nazionale".

Il tema dei controlli abusivi e la corrosione della fiducia nelle istituzioni

Sotto accusa anche dei metodi, denunciati da diverse organizzazioni per la difesa dei diritti umani. Human Rights Watch parla fra l'altro di abusi, durante i controlli d'identità, soprattutto di minorenni. Fra le tante testimonianze raccolte dalla ONG, quella di un giovanissimo che racconta di esser stato perquisito e controllato già all'età di 10 anni.

Le testimonianze raccolte da Human Rights Watch sul tema dei presunti controlli di identità abusivi

Nel 2016 l'avvocato Slim Ben Achour aveva fatto condannare lo Stato Francese in Cassazione: la Corte ne aveva riconosciute le responsabilità nei controlli d'identità effettuati dalle forze dell'ordine, sulla base di criteri potenzialmente razzisti. Modalità che a suo dire possono alimentare atteggiamenti a lungo termine del tutto controproducenti. "L'impatto più importante - dice a euronews - è sul rapporto che questi giovani, questi minorenni, sviluppano nei confronti delle istituzioni. Ogni volta che escono vengono controllati dalla polizia, fa parte della loro quotidianità. E così, poco a poco, ai loro occhi lo Stato diventa una costrizione, una minaccia".

Ricucire il rapporto fra giovani e forze dell'ordine. La missione in banlieue dell'ex "Rambo" francese

Riconciliare i giovani con le istituzioni è l'obiettivo di "Raid Aventures": un'associazione fondata da un ex membro dei Raid, i corpi speciali della polizia francese. Agenti volontari intervengono durante i suoi campi estivi e le sue giornate di formazione, per illustrare il loro lavoro a bambini e adolescenti delle banlieues. "Le radici del problema affondano nell'educazione - dice a euronews, il presidente Bruno Pomart -. Si deve investire molto su questi temi. E' solo con interventi di questo genere che si potrà ricostruire il rapporto fra i giovani e le istituzioni, la polizia in particolar modo". (13/14)

Domande senza risposte e silenzi che erodono la fiducia

Il dialogo non è però sempre facile. Lo constatiamo anche alla periferia di Parigi, in occasione di una marcia in ricordo di Lamba N'Diaye, un 34enne trovato morto nella Senna qualche giorno prima. A dare la notizia alla moglie è stata la polizia, che per telefono ha parlato di "suicidio". Una tesi che però non la convince affatto. "Come ci si può voler suicidare così, all'improvviso, mentre si portano a casa delle pizze per i figli? - si chiede indignata Sunay N'Diaye -. Questo davvero non lo capisco". Dubbi che, in assenza di risposte, contagiano la comunità e alimentano la diffidenza nei confronti della polizia. "In Francia la giustizia non è uguale per tutti - dice ai nostri microfoni una partecipante alla marcia -. C'è una giustizia per i ricchi e una per i poveri".

"Voglio solo la verità. Per elaborare il lutto e per andare avanti"

Fatto piuttosto raro, per la morte del fratello di Amal Bentounsi, dei poliziotti sono stati condannati a cinque anni con la condizionale. Lei ha da allora creato una associazione in difesa di memoria e diritti delle vittime. "I familiari di Lamba non sono qui per dire che i poliziotti siano per forza colpevoli - ci dice -. Questo non possiamo saperlo. Vogliono però fare chiarezza, essere certi. Da anni, sempre più giovani muoiono in circostanze che sollevano dubbi, interrogativi. E' quindi normale che questa famiglia si mobiliti per chiedere verità e giustizia". "Voglio solo che mi dicano perché mio marito è morto - conferma Sunay N'Diaye -. Solo questo. Per elaborare il lutto e andare avanti, con i miei figli". Un'inchiesta è in corso e la polizia non può quindi dirci di più. Ci assicurano però di disporre di elementi a sostegno della tesi del suicidio.