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Couchsurfing sta finendo i soldi e obbliga i suoi utenti (in rivolta) a pagare per accedere

Screenshot della schermata che appare agli utenti che provano a fare login
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La più celebre piattaforma di scambio gratuito di ospitalità, Couchsurfing, ha deciso che gli utenti non potranno più accedervi senza pagare, scatenando l'ira di milioni di utenti.

La pandemia di Covid-19, che ha bloccato i viaggi e chiuso le frontiere, ha gettato l'azienda in una crisi finanziaria "senza precedenti": senza l'aiuto della propria comunità, si legge sul blog, non sarà possibile assolvere agli obblighi finanziari.

"L'ultima spiaggia" prima della bancarotta, insomma.

Al momento di scrivere, perfino il semplice login è bloccato per (quasi) tutti gli utenti: non si possono leggere i messaggi, comunicare, accedere alle foto né in generale fare alcun tipo di operazione. A meno di versare, quantomeno, il contributo mensile.

La community: "ricatto", "presa in ostaggio dei nostri dati", "pistola puntata alla testa"

Si tratta di una misura forte che è stata duramente criticata dai couchsurfers, comunità da sempre contraria alla ricerca di profitto e alla "monetizzazione" degli scambi di ospitalità.

La piattaforma ha permesso a milioni di utenti di poter viaggiare anche quando non ce lo si poteva permettere. Dormendo ovunque, su un amaca o su un divano, grazie a Couchsurfing tanti giovani (e non) hanno potuto fare la conoscenza di altre realtà e vivere momenti di scambio linguistico e culturale.

Ma quest'ultima decisione da parte della compagnia viene ora vista dai propri aficionadoscome una pietra tombale. La piattaforma è data definitivamente per morta.

Una "pistola puntata alla testa della comunità", scrive su Facebook l'utente Klaus Ehrlich. In un gruppo creato per valutare alternative gratuite a Couchsurfing, Jim Wilkinson dice di sentirsi "ostaggio" dell'azienda, non potendo più accedere al suo account. Niek Hoogendoorn parla su Twitter di "riscatto" da parte di una compagnia che ha deciso di "prendere in ostaggio i tuoi dati".

Il management risponde che, a dispetto dei tagli, dei licenziamenti e dell'ultimo prestito chiesto al governo USA, il 96% degli utenti "non fornisce alcun supporto finanziario a Couchsurfing".

Couchsurfing, con sede a San Francisco e 14 milioni di utenti nel mondo, esiste da prima di Airbnb o di Uber. É la piattaforma pietra miliare della sharing economy - anche se molto "sharing" e poco "economy", scrive GigaOm.

La sostenibilità del modello è da sempre il nodo gordiano del portale fondato nel 2003 (prima di Facebook, Twitter e perfino MySpace) da Casey Fenton, gestito come un collettivo no profit per i primi anni. Fino al 2011 è stato amministrato esclusivamente da volontari ma, quell'anno, il modello no profit è stato abbandonato e Couchsurfing è diventata un'azienda for-profit, raccogliendo investimenti per 23 milioni di dollari.

Tuttavia, l'approccio "capitalistico" alla gestione della piattaforma si è scontrato da subito con il sentimento della comunità di couchsurfers.

Come si legge nel blog di uno di loro, "per anni i volontari di Couchsurfing avevano costruito e coltivato i 'gruppi cittadini', con incontri regolari [sfociati in] anni di amicizie. Il sito è stato ridisegnato e da un giorno all'altro quelle comunità sono scomparse. Al loro posto hanno costruito pagine generiche di città con eventi e forum. Cercando di trasformarlo in un sito web della Silicon Valley, hanno distrutto quelle comunità che le persone avevano costruito in anni, e che avevano fatto di Couchsurfing, Couchsurfing".

Lo stesso blog fa un approssimativo calcolo delle entrate della piattaforma (ogni anno, 1 milione di dollari all'anno per procedere alla verifica dei profili, che è a pagamento; 4.5 milioni in entrate pubblicitarie - a cui si aggiungono quei 23 milioni raccolti dagli invstitori), chiedendosi che fine abbiano fatto quei soldi e denunciando una mancanza di trasparenza sulla gestione finanziaria da parte dell'azienda.

In passato, Couchsurfing è stata criticata anche per episodi di censura e di cancellazione dei profili degli "ambasciatori" più critici nei confronti dell'azienda. Nel 2013, il 40% dei dipendenti è stato licenziato nell'ambito di una politica di tagli ai costi.

Diverse sono state le richieste di reinventarsi per non soccombere ad un destino segnato.

Nel 2016, la direzione ha introdotto un piccolo contributo obbligatorio da versare all'azienda in fase di prenotazione del "divano". A dispetto delle promesse del 2011: "CouchSurfing non farà mai pagare gli ospiti. É contro la nostra visione escludere qualcuno dalla possibilità di fare esperienze stimolanti per motivi economici".

Couchsurfing non è la sola a introdurre pagamenti obbligatori da un giorno all'altro

Quest' "ultima spiaggia", ovvero l'introduzione di restrizioni all'accesso in caso di mancato pagamento, è una mossa del tutto legittima: già in passato, nei termini d'uso che gli utenti sono tenuti ad accettare (e che in genere vengono raramente letti), l'azienda si riservava il diritto di modificare unilateralmente le condizioni di utilizzo del servizio.

I termini e le condizioni d'uso del 2013 - Couchsurfing.com
I termini e le condizioni d'uso del 2013 - Couchsurfing.comI termini e le condizioni d'uso del 2013 - Couchsurfing.com

Couchsurfing non è certo l'unico caso, indica in un podcast Guido Scorza, avvocato, professore a contratto di diritto delle nuove tecnologie.

Il 6 maggio, la società Wink, produttrice di un hub per la gestione dei dispositivi smart casalinghi, ha deciso di cambiare modello di business "dalla sera alla mattina" anche in luce della recente crisi economica, facendo pagare 5 dollari per i propri servizi prima gratuiti. Per la rabbia degli utenti che definiscono la decisione con i termini non certo clementi di "ricatto" o "estorsione".

"La nostra vita nell'era dell'accesso e dell'internet delle cose è e sarà sempre di più condizionata da quanto previsto o non previsto da un contratto che accetteremo senza leggere [...] É urgente affrontare le questioni della trasparenza effettiva dei termini d'uso dei servizi digitali e dei limiti entro cui ciò che nasce gratis può diventare a pagamento", dice Scorza.

Come segnala Luca Lischetti, sviluppatore web e couchsurfer di lunga data, facendo leva sul regolamento europeo sulla protezione dei dati, GDPR, si può comunque richiedere ai gestori di Couchsurfing l'invio dei propri dati in possesso dell'azienda - anche se impossibilitati ad accedere al sito senza pagare.

Couchsurfing non ha risposto alla richiesta di Euronews di commento.