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Covid e Africa- perché c'è da aver paura - seconda parte

Covid e Africa- perché c'è da aver paura - seconda parte
Diritti d'autore  Foto M.S.- diritti riservati
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La crisi nella regione orientale del continente africano non è solo strettamente sanitaria, la popolazione ha compreso che oltre alla malattia sta arrivando la crisi economica, anche perché i soldi della cooperazione saranno forse dirottati per emergenze interne dei paesi donatori, la pioggia di aiuti occidentali sarà probabilmente interrotta, limitata perché nessuno sarà abbastanza ricco da poter donare all’Africa, dopo il collasso delle produzioni nazionali dei paesi industrializzati.

Si guarda già altrove a future alleanze. Tutta la regione vive in realtà questa doppia sensibilità, ci sono le menti elette, che sono capaci di guidare la strategia globale, c’è la sensibilità delle persone colte e di spessore ma c’è anche una popolazione talmente pressata dalla condizione di insicurezza sociale ed ambientale, che del rischio sanitario non arriva neanche a farsi un'idea.

L'Etiopia e il lockdown impossibile

E’ la situazione di Addis Abeba, capitale di uno stato di cento milioni di abitanti che oggi conta tre soli decessi per il virus e pochi casi positivi concentrati nel sud dell’Etiopia, che non ha potuto dichiarare un lockdown perché sa che i morti della fame sarebbero ben più di quelli del virus, ma che già comincia a vedere le file di persone fuori dai negozi di alimentari.

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Quindi proprio nella città del Segretario dell’OMS ci sono i morti di fame fuori dalle banche dei diplomatici, che qui hanno il quartier generale dell'Unione Africana; ci sono strade luridissime e malattie endemiche mortali, c’è una “socialità” che non può essere bloccata come da noi a suon di timbri e carta bollata perché è essenza di un popolo che vive di pochissimo, dorme in capanne o baracche e che ha una tradizione irrinunciabile spesso solo orale, o gestuale, che però è la cultura stessa di quel popolo.

Il Madagascar: finora pochi casi ma tanta paura

Situazione emblematica è anche quella del Madagascar, ex colonia/ protettorato francese che rispetto alle ex colonie inglesi (Uganda, Kenya) e a quelle italiane (Somalia, Etiopia) ha una storia assai diversa. Il paese è terrorizzato dal rischio coronavirus, ha pochissimi casi, 110 accertati e venti ricoverati, ma vive la crisi con la stessa ansia di noi altri, sente arrivare una crisi economica globale e teme una epidemia di quelle che ti mettono in ginocchio il paese, ha una classe colta ed un popolo poverissimo. La Francia, con la sua Isola di Reunion (territorio francese d’ oltremare), è vicinissima fisicamente e politicamente.

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Torniamo a incontrare Mario Scaramella, che nella prima parte ci aveva descritto l'estrema fragilità del contesto somalo, in cui opera da anni. Conosce molto bene anche il Madagascar.

Il Madagascar è fragile come la Somalia?

"Abbiamo studiato le implicazioni sulla sicurezza dell'epidemia di peste polmonare del 2017, nel paese peste bubbonica e peste polmonare sono endemiche ma la popolazione e il governo riescono a gestirle: adesso bisogna prevenire e simulare gli scenari della epidemia di COVID 19. Il Madagascar sa di essere un laboratorio di importanza mondiale, sente di essere in un certo senso al centro della grande epidemia, non solo per la questione della 'pandemia' o per il meccanismo dei sistemi comunicanti (la contaminazione che gira e che poi ritorna), sente forse - per l’ancestrale istinto di un popolo molto legato alla sua terra - che il nocciolo del problema è qui, in Africa".

Perché il contrasto alla pandemia e la partita per la sicurezza sanitaria globale si giocano in Africa secondo lei?

"L’Africa è importante, in dieci anni abbiamo studiato aspetti di sicurezza ambientale e gli effetti dell’ epidemia di antrace in Uganda, che ha ammazzato gli animali selvatici ma è anche passata all’ uomo, abbiamo studiato il colera in Somalia, l’ebola in Congo, la peste in Madagascar, abbiamo capito che il passaggio di virus e batteri da animali selvatici all’uomo è frequente.

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In Uganda alcuni pescatori mangiavano feci di ippopotamo nel parco nazionale di Queen Elizabeth e per questo, quando gli animali per la siccità hanno scavato il terreno e trovato l’antrace, lo hanno poi passato agli umani; abbiamo capito come ebola sia passato dalla scimmia all’uomo in modo non dissimile, sembrerebbe, da come Covid 19 è passato dal pipistrello ad altra specie e poi a noi, ma abbiamo anche osservato che tutto ciò può essere prevenuto.

Abbiamo capito che problemi ambientali portano peste e colera, portano la malaria, la malattia studiata per anni dal Dr. Tadros (il segretario generale dell'OMS, NDR) e che da sola miete centinaia di migliaia di vittime (e che con il cambio climatico in atto si sta estendendo anche fuori dell’ Africa, verso l’ Europa), soprattutto abbiamo capito che questi predatori invisibili sono sempre a tentare “la guerra dei mondi”, per parafrasare il film di Spielberg, cioè se trovano un fronte debole dove lievitare poi provano a sterminarci tutti.

Abbiamo capito che le regioni sono vasi comunicanti, finché qualcuno sarà contagioso e qualcun altro non immune le epidemie si espanderanno; abbiamo quindi capito che il cuore ed il futuro del problema globale è in Africa e che non si chiama solo 'COVID 19' ma ci sono anche peste, ebola, colera, antrace e sopratutto malaria, tubercolosi con le loro potenziali variabili.

La mappatura con i test rapidi di diagnosi, che individuano l’ immunoglobulina specifica e quindi il contagio, vanno estesi ad una serie di patologie e ad un campione rilevante di soggetti a rischio, serve una grande modellazione, simulazione della dinamica del rischio sanitario ed ambientale in Africa, in effetti un test efficace, sicuro, validato e di facile utilizzo costa solo un paio di dollari, quando l’ OMS avrà dato il suo OK ed uno standard per i vari prototipi si potranno realizzare campagne massicce sul territorio coinvolgendo gran parte della popolazione".

L'italiano in Madagascar: Covid peggio della peste

Ciro Visone è il Presidente della Camera di Commercio ed Industria malgascia, incaricato dall’Economic Development Board del Madagascar: è l’artefice del bilaterale fra Italia e Madagascar e della visita di Papa Francesco, è anche il responsabile del servizio aereo elicotteristico delle forze armate. Sempre in prima linea, è il primo a muoversi quando c’è un'emergenza.

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Lei da malgascio e da italiano può farci capire quale sia la sensibilità del paese verso questa epidemia

"In Italia si continua a dire che il Coronavirus per fortuna non è la peste: io ho affrontato la peste polmonare, nell'epidemia del settembre ed ottobre 2017 ad Antananarivo ed al porto internazionale di Tommasina. Ha fatto novanta morti ed un migliaio di contagi, è andata via come era venuta, poi ho toccato con mano la peste bubbonica, presente in zone isolate del paese, fa centinaia di contagi ma poche vittime, è la peste nera del nostro medioevo, si cura con l’ antibiotico se la prendi in tempo…

Ecco, la peste, se restiamo ai numeri è meglio del coronavirus: stessa letalità, meno velocità di contagio, minore capacità di mutazione, è la stessa da secoli, il profilo della minaccia è dato dai ratti e dalle loro pulci, proprio come un tempo, ebbene il popolo malgascio sa affrontare la peste bubbonica e la peste polmonare, non è un tabu, ma non vuol dire che non comprenda come la malattia sia una sorta di potente predatore, capace di prendere forza e di travolgere tutto e tutti qualora trovasse un fronte debole, un focolaio importante".

Siamo nelle mani di persone di buona volontà e di grande visione come il Segretario dell'OMS Dr. T. A. Ghebreyesus, oggi sotto il tiro del presidente Trump per i suoi legami con la Cina e le presunte omissioni. E gli altri personaggi che abbiamo incontrato in queste due tappe in Africa: Amin, Scaramella, Visone.

Hanno capito come il controllo a tappeto dei soggetti a rischio costituisca l’unica realistica arma per salvare i loro paesi e quindi una regione ben più ampia. All'iniziativa della Addettanza economica dell'Ambasciata Somala hanno aderito anche altri paesi, consci dell'importanza di test rapidi, semplici ed economici. Questa visione così concreta, efficace, realista fa sperare in un fronte comune per arginare il virus.

Una doppia doccia fredda arriva però a frenare gli entusiasmi: la prima brutta notizia è il blocco alle esportazioni da parte di Francia ed altri paesi europei dei medicinali antimalarici: la clorochina potrebbe essere utilizzata contro il COVID e ne è proibita la fornitura all’Africa! Quante morti dipenderanno da questa decisione unilaterale?

La seconda notizia è una lettera ricevuta in questi giorni dall'Ambasciata somala:

"Gentile cliente, recentemente il Consiglio di Stato Cinese, Amministrazione Generale delle Dogane della Cina GACC e l’Amministrazione Nazionale per i Prodotti Medici NMPA hanno stilato una decisone congiunta di restringere temporaneamente l’export dei dispositivi relativi al Covid 19. Per rispetto alle nuove regolamentazioni noi abbiamo deciso di sospendere l’ accettazione di nuovi ordini per i test rapidi 2019n COV Igv/igm. Grazie per il supporto e la comprensione.

Xiamen Boson Biotech Co. Ltd."

Bloccati, quindi, anche i test.

Parrebbe che Europa e Cina non abbiano la stessa visione dei nostri protagonisti africani e che gli USA vogliano smantellare l’ impostazione fin qui promossa dall'OMS.