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Polonia e Ungheria: chiude tutto, ma la Chiesa vuole più messe

Varsavia, Tempio della Divina Provvidenza
Varsavia, Tempio della Divina Provvidenza   -   Diritti d'autore  Czarek Sokolowski/Copyright 2019 The Associated Press. All rights reserved.
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Il corpo si cura in ospedale, l'anima in chiesa: con il rischio che entrambi si ritrovino al cimitero.

In tempi di coronavirus le libertà vengono ristrette ovunque, e in generale i provvedimenti dettati dai vari governi in Europa e nel mondo vengono accettati di buon grado, a parte un'iniziale strafottenza giovanile e qualche rimbrotto anche dai senior.

Ma ora no, ora tutti sanno che è un'emergenza di quelle che possono fare davvero male. E se l'Europa centro-orientale sembra per ora sostanzialmente risparmiata dal grande contagio, è anche perché sono state dettate regole ferre, come abbiamo scritto in un altro articolo.

Però in un Paese profondamente cattolico come la Polonia non è facile immaginare le chiese chiuse: il governo ha imposto la chiusura di scuole, cinema, teatri e quasi tutti gli altri luoghi di vita sociale, dettando regole di sicurezza per gli esercizi che devono restare aperti, come i negozi di generi alimentari. E le Chiese: cioè, l'eccezione non è veramente stata prevista dallo Stato, è che se l'è presa la Chiesa.

Che accetta però di discutere le regole di sicurezza: e un'idea è quella di celebrare più messe, per averle meno affollate. Cioè, il difficile equilibrio fatto da più occasioni di contagio con meno potenziali untori. La Chiesa cattolica polacca spiega: "inimmaginabile la chiusura delle chiese, perché servono a sanare le malattie dell'anima".

Quanto a malattie, è un po' radicale - e anche in Polonia abbastanza isolata - la visione dell'Arcivescovo di Czestochowa, che da una parte dice che il Covid-19 è "solo un altro tio di influenza", dall'altra spiega: "le guerre e l'ideologia gender sono sfide alla civiltà ben più grandi del coronavirus".

In compenso gli imam polacchi hanno emanato una fatwa, contro il coronavirus: l'editto religioso proclama la chiusura di tutte le moschee.

E poi l'Ungheria: a Budapest è stato il vice-premier Gergely Gulyás ad annunciare misure che vanno dalla chiusura delle scuole alla chiusura del Paese per chi viene da Cina, Italia, Iran e Corea del Sud, passando per il limite di 100 persone per gli eventi indoor (500 per quelli all'aperto).

Tra le attività di cui si ordina la chiusura non figurano le chiese, e lo stesso Gulyás ha precisato che le messe si possono tenere regolarmente. E l'idea sarebbe, anche qui, di tenere messe più frequenti perché siano meno affollate. Questo vale solo per le chiese più grandi, comunque.