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Ungheria: stretta sulla cultura

Ungheria: stretta sulla cultura
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Il parlamento nazionale, controllato dalla destra di Fidesz, ha deciso di licenziare una legge che concede al governo un grosso controllo sui teatri municipali. Nel paese la quasi totalità dei teatri è finanziata dai comuni attraverso però, denaro che lo stato centrale concede alle municipalità. La nuova legge costringe le città a negoziare con Budapest non solo il controllo economico dei teatri, ma anche le nomine dei vari direttori, ma spinge anche i teatri a cercare finanziamenti provati e non vivere solo di denaro pubblico.

László L. SIMON, Fidesz: "Se i governi locali non vogliono assumersi la responsabilità dei propri teatri non offrendo di sostenerli economicamente, alllora non capiamo queste istituzioni. Che cosa dovrebbe fare lo Stato? Finanziare a pioggia e rinunciare ad ogni possibilità di controllo di quei fondi che sarebbero messi alla mercé delle amministrazioni locali?".

L'opposizione sottolinea che nessuna giunta cittadina è in grado di sostenere economicamente i teatri. Il problema è però che anche in Ungheria le casse dello Stato sono vuote e i tagli investono anche la cultura. Ma secondo un deputato dell'opposizione questa è solo una vendetta della maggioranza.

Così un deputato dell'opposizione: "Durante quasi una decade di regno con il partito Fiidesz che controllava Budapest e le principali città, queste municipalità non hanno mai sofferto la mancanza dell'aiuto statale. Ora che Fidesz ha perso le elezioni municipali in molte città, inclusa la capitale, ecco che di colpo diventa fondamentale che lo Stato, da sempre presente nel finanziamento durante tutti questi anni, dovrebbe poter decidere quali diretori scegliere per i teatri e gestirne la loro esistenza".

Una bozza non definitiva della legge era filtrata al pubblico ed ha provocato proteste fra gli amanti del teatro, con l'opposizione che ha portato molte persone in strada. I legislatori hanno detto che non era la versione definitiva, anche se la nuova versione mantiene la possibilità, per l'esecutivo, di interferire nelle nomine dei teatri e lascia aperta la porta al fatto che siano i comuni a doversi accollare la sopravvivenza degli stessi.

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