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Belgio, "blackface" al festival: polemiche dopo la parata con il "Selvaggio" in catene

Belgio, "blackface" al festival: polemiche dopo la parata con il "Selvaggio" in catene
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Un festival belga è stato molto criticato per il blackface, una pratica dal significato razzista che in alcuni Paesi del mondo, specialmente negli Stati Uniti, è ampiamente censurata per i suoi legami con lo schiavismo e il colonialismo.

Uno dei personaggi che hanno sfilato durante la kermesse della città di Ath, nella Vallonia, è infatti chiamato "le Sauvage", il selvaggio. La maschera è interpretata da un attore bianco truccato di nero: viene fatta sfilare sfilare per la città in catene, mentre urla e spaventa i bambini; alla fine viene incatenato ad un galleggiante fatto a somigliare ad una barca, presidiato dai marinai.

Mouhad Reghif, del gruppo belga antirazzismo Brussels Panthers, già ad inizio agosto aveva lanciato una petizione contro l'inclusione di "le Sauvage" nell'annuale parata. Secondo Reghif, il personaggio offre un'immagine "degradante" dei neri e, di conseguenza, ne perpetua la discriminazione.

"Questo personaggio ha un atteggiamento e un comportamento selvaggio. Grida alla gente. Spaventa i bambini. Ho un amico nero che vive ad Ath: gli è capitato di incontrare un bambino che ha iniziato a piangere quando l'ha visto perché gli ricordava 'il selvaggio' ".

Il sindaco di Ath, Bruno Lefebvre, ha difeso la scelta affermando che le critiche all'evento arrivano solamente da chi è forestiero. "Ad Ath non abbiamo mai considerato 'il selvaggio' una figura razzista. È piuttosto un personaggio che gli abitanti adorano. Dopo tutto, quando si riceve un bacio dal "selvaggio", si è fortunati per tutto l'anno a venire. Questo è il lato bello della pittura facciale: la vernice nera viene passata di persona in persona durante tutta la processione. Quindi la dinamica che non ha nulla a che fare con il razzismo o la negrofobia", ha aggiunto il primo cittadino.

Uno spettatore del festival, residente ad Ath, di nome Dominique Hendrickx, è d'accordo con Lefebvre: "Fa parte della sfilata. Se non è qui ad Ath, verrà sottolineato da un'altra parte. Per me non esiste alcuna polemica. Io stesso, sono nato nello Zaire, ex Congo belga. I miei vicini sono africani e non ho alcun problema. Lo stesso vale, penso, per tutti gli abitanti di Ath".

Myriam Carlier, un'altra partecipante, gli ha fatto eco: "Si tratta del nostro folclore, della nostra tradizione, sono a favore del Selvaggio".

"Questo festival è come una donna anziana, una signora di 6 secoli, si è evoluta al suo ritmo per 600 anni e, in modo naturale, si adatta alla società, il gruppo dei selvaggi si è evoluto fortemente dalla sua creazione E si evolverà ancora, ma una donna di 600 anni deve accettare il suo ritmo, dobbiamo accettare questo lungo periodo e i cambiamenti che vengono apportati nelle sfumature e non stare in ogni caso con un fucile puntato alle spalle" ha affermato Laurent Dubuisson, direttore de la Maison des géants d'Ath.

Reuters

Secondo Reghif, tuttavia, la figura del Selvaggio rimane problematica anche se vuole esserlo. "Quello che chiediamo agli Ath è di capire che, anche se non c'è alcuna intenzione razzista - crediamo loro, su questo punto - questo personaggio aiuta a perpetuare la negrofobia e quindi prende parte ad una forma di discriminazione strutturale vissuta dagli afro-discendenti e dai neri".

Durante la sfilata di quest'anno, "il Selvaggio" ha consegnato le sue catene al sindaco per sedare il dibattito scatenatosi sulla questione.

Il museo "decolonizzato" a Bruxelles

Nella capitale belga Bruxelles, il Royal Museum for Central Africa si è trovato ad essere oggetto di polemiche sul blackface ad inizio mese, quando gli ospiti di una festa a tema africano, tenutasi nel parco del museo e organizzata da una compagnia di eventi non affiliata chiamata Thé Dansant, hanno indossato costumi coloniali. Uno di loro aveva la faccia pitturata di nero.

Il museo - situato nel sobborgo di Tervuren a Bruxelles, vicino al luogo dove nel 1897 fu allestito uno "zoo umano" di uomini, donne e bambini congolesi per ordine di Re Leopoldo - aveva già ospitato altre mostre controverse, criticate come "colonialiste" e "imperialiste", prima della sua chiusura quinquennale per ristrutturazione e "decolonizzazione": un progetto del 2013 dal costo di 75 milioni di euro.

Le esposizioni del museo, che ospita una delle più grandi collezioni d'arte africana del mondo, presentavano una visione estremamente positiva del passato coloniale del Belgio, che è arrivato a controllare il Congo belga (oggi Repubblica Democratica del Congo) dal 1908 al 1960, e il Ruanda-Urundi (oggi Ruanda e Burundi) dal 1922 al 1962. L'esposizione offriva una visione razzista e paternalistica delle popolazioni indigene, considerate primitive. Le statue esposte comprendevano bambini neri aggrappati a una missionaria bianca e donne africane in topless che ballavano. Sulle etichette si leggeva: "Il Belgio porta la civiltà in Congo".

La riapertura del museo, nonostante la revisione delle sue esposizioni, il cambiamento di tono nelle schede informative e l'inclusione di arte africana contemporanea, ha suscitato ulteriori proteste: il presidente della Repubblica Democratica del Congo (RDC), Joseph Kabila, ha chiesto la restituzione dei manufatti rubati al proprio Paese.

Il gruppo attivista Cafe Congo, che si concentra sulle relazioni tra i due Paesi, ha postato su Facebook delle critiche contro la festa tenutasi al museo ad inizio mese. "Spiegatemi come questo tipo di evento possa esistere ancora nel 2019? L'amministrazione o il team di comunicazione sono sotto effetto di Xanax"?

Il museo si è scusato in un post di Instagram: afferma di aver chiesto all'organizzazione dell'evento di cambiare il dress code ma che la "misura si è rivelata insufficiente perché alcuni dei partecipanti hanno scelto, nonostante tutto, di indossare abiti stereotipati".

Sui social media il gruppo Thé Dansant si è rammaricato del fatto che "che alcune persone siano state turbate da alcune immagini apparse dopo l'evento" e ha sottolineato che metà dei DJ della festa erano di origine africana.

Reuters

"Il Pietro Nero" natalizio

Da qualche anno suscita polemica anche la tradizione di Zwarte Piet (Pietro Nero) per le sfilate di Natale sia in Belgio che nei Paesi Bassi. Il personaggio, un moro spagnolo, è compagno di San Nicola: distribuisce dolci e regali nelle scuole, nei centri commerciali e durante le sfilate.

Tradizionalmente viene raffigurato con il trucco nero, una parrucca nera riccia e un rossetto rosso, anche se negli ultimi anni molte scuole e aziende olandesi hanno scelto di modificare il suo aspetto o di abbandonare del tutto il personaggio. Tuttavia, le cifre mostrano che la grande maggioranza del pubblico sia in Belgio che nei Paesi Bassi rimane favorevole al mantenimento di questa tradizione.

Per tirare le somme: la tradizione natalizie del Zwarte Piet o il festival Ducasse d'Ath fanno parte del folclore locale, e come tale vanno mantenute, o non fanno altro che perpetrare stereotipi razzisti? Il dibattito è acceso e le opinioni contrastanti: l'ennesimo terreno di scontro in un Paese nato lungo direttrici linguistiche e culturali mai omogenee e che non ha ancora davvero fatto i conti con il suo passato coloniale.