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Junqueras non risponde all'accusa: "È giudizio politico"

Junqueras non risponde all'accusa: "È giudizio politico"
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REUTERS/Reuters TV
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Entra nel vivo il processo davanti alla Corte suprema spagnola dell'ex vicepresidente catalano Oriol Junqueras ed altri 11 leader separatisti catalani accusati di ribellione, appropriazione indebita e disobbedienza. Junqueras, il politico più importante alla sbarra, ex vicepresidente dell'esecutivo Puigdemont, si sente accusato ingiustamente e oggi, in udienza, ha rifiutato di deporre.

"In questo momento mi considero un prigioniero politico - ha detto dal banco degli imputati l'ex vicepresidente della Generalitat - Sono indifeso perchè sono sicuro che mi si accusa non per e mie idee ma per le mie azioni e trovadomi in un giudizio politico e visto che sono stato eletto, e rispondo ai chi mi eletto, non risponderò alle domande del pubblico ministero".

Sulla sua testa pende una condanna a 25 anni di carcere che per l'Avvocatura dello Stato si ridurrebbe a 12 anni.

"Il voto non è un crimine perché non è nel codice penale (spagnolo)", ma lo è "impedirlo con la forza", ha detto Junqueras parlando del referendum catalano sull'"autodeterminazione" del 1 ottobre 2017, che le forze di sicurezza hanno cercato di evitare con ordinanza della magistratura.

Il Tribunale ha accettato la richiesta delle difese di interrogare in veste di testimone l'ex ministro dell'Interno, Juan Ignacio Zoido, ma non l'ex presidente catalano, Carles Puigdemont, fuggito in Belgio all'indomani del tentativo di secessione nell'autunno del 2017 e tuttora considerato latitante.

Junqueras ha detto che il suo partito (ERC, sinistra repubblicana) da decenni cerca l'indipendenza attraverso mezzi "esclusivamente pacifici" e "mai, mai" ha proposto mezzi violenti per raggiungerla.

In ogni caso, ha sottolineato, "continuerà a perseguire l'autodeterminazione" della Catalogna come "principio democratico", indipendentemente dall'esito del processo giudiziario.

"Niente di quello che abbiamo fatto è un crimine", ha ribadito. "Votare in un referendum non è un crimine e lavorare per l'indipendenza della Catalogna non è un crimine".

Il governo regionale catalano presieduto da Carles Puigdemont (fuggito dalla giustizia spagnola), con Junqueras come vicepresidente, ha firmato l'appello per il suddetto referendum sull'"autodeterminazione" subito dopo che il 6 settembre il parlamento regionale, a maggioranza indipendentista, ha approvato una legge catalana di consultazione dichiarata incostituzionale.

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