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Sant’Ambroeus, la squadra di migranti che combatte il razzismo sul campo da calcio

Sant’Ambroeus, la squadra di migranti che combatte il razzismo sul campo da calcio
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Irene Dominioni
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È un giovedì pomeriggio di pioggia in zona Porto di Mare, nella periferia sud-est di Milano. Sul campo dell’Associazione Calcio Corvetto i giocatori stanno iniziando a radunarsi per il loro allenamento. Fanno parte di una squadra speciale, il Sant’Ambroeus Football Club: la prima squadra di migranti in Italia a giocare in un torneo della FIGC, la federcalcio italiana. È ormai buio e il campo è zuppo, ma tutti sono allegri e pieni di energia. I fari illuminano il campo con una intensa luce bianca, come fossero tante lune.

Il Sant’Ambroeus FC è stato fondato lo scorso maggio dalla fusione dei Black Panthers e dei Corelli Boys, due squadre nate tre anni fa all’interno dei centri di accoglienza. Il nome lo si deve a Sant’Ambrogio, il santo patrono della città, “perché siamo tutti milanesi, al di là delle nostre origini” spiega ad Euronews Davide Salvadori, dirigente della squadra e responsabile della comunicazione. Pur non trattandosi della prima squadra di migranti in assoluto, il Sant’Ambroeus è sorto agli onori della cronaca proprio perché per primo gioca in un campionato ufficiale. Più di tutto, però, la squadra rimane un progetto di integrazione e scambio culturale (tant’è che ne comprende anche una femminile, in rispetto delle pari opportunità). “Il Sant’Ambroeus FC si vuole porre a Milano come il punto di riferimento sportivo di integrazione e antirazzismo [...] attraverso un'attività sana come il calcio, veicolo di conoscenza, scambio e socialità, un eccellente modo per superare tutti i razzismi e un tramite per capire e assimilare il rispetto per le regole” si legge sul sito.

Irene Dominioni

La squadra è composta da 60 giocatori e comprende per la maggior parte richiedenti asilo e rifugiati. Gli italiani, in questo caso, sono una minoranza. I giocatori provengono soprattutto dall’Africa occidentale - Senegal, Gambia, Mali e così via - ma anche da altre parti del mondo, per un totale di 14 nazionalità. Alcuni sono in Italia già da tempo. Ci sono persone che hanno già ottenuto la protezione umanitaria, che hanno un lavoro e una casa, ma c’è anche chi vive nei centri di accoglienza. Nel complesso, l’età varia dai 17 ai 26 anni.

Mamadou, 25enne del Senegal, è il capitano della squadra. Centrocampista, ha giocato con i Black Panthers e con un’altra squadra di Corsico ed è uno dei calciatori più esperti. Nel suo paese giocava in seconda divisione. “Non è che volessi proprio fare il capitano, ma hanno scelto me”, racconta a Euronews. “È un grande onore, ma anche una grande responsabilità”.

Mamadou è in Italia da quattro anni e mezzo. Come altri in squadra, è arrivato in Italia su un barcone, e forse è inevitabile che diventi emotivo mentre ne parla. È stato in carcere in Libia per quattro mesi, con armi e violenza davanti agli occhi tutti i giorni, senza sapere se sarebbe sopravvissuto lì, per non parlare del viaggio in mare. Gli ci sono voluti otto mesi per arrivare. Durante il viaggio nel Mediterraneo, a salvarli è venuta una nave umanitaria. Arrivato a Lampedusa, ci è rimasto due giorni, per poi essere subito trasferito a Milano. Gli hanno riconosciuto lo status di rifugiato e da poco più di un anno lavora; prima è stato in falegnameria e adesso fa la guardia giurata per una banca. Condivide un appartamento con un amico. “È stato difficile all’inizio”, racconta. “Tra i documenti e tutto. Si trova gente buona e cattiva lungo la strada, ma ora qui sto bene”.

Ambientarsi è difficile per chiunque, al di là della provenienza. In questo senso il calcio rappresenta un modo per farsi nuovi amici e svagarsi un po’. I giocatori del Sant’Ambroeus hanno storie molto diverse, ma se c’è una grande passione che tutti condividono, è il calcio. Molti già giocavano nel proprio paese. Qui si allenano ogni martedì e giovedì sera, mentre le partite sono nel weekend. Pochi giorni fa hanno ottenuto la loro prima vittoria contro il Città di Sesto.

“Gli italiani sono delle femminucce, hanno sempre paura di farsi male”, dice Youssef, 17 anni, del Marocco. È il più giovane in squadra. “Mi piace questa squadra perché ti fa davvero vivere la partita”. Per lui, la parte migliore è il fatto di poter giocare con ragazzi più grandi. Youssef è nato in Italia, ma ha trascorso l’infanzia in Marocco. È tornato in Italia insieme al padre solo otto mesi fa, anche l’italiano lo parla talmente bene che non si direbbe. Qui va a scuola (anche altri ragazzi in squadra frequentano il suo stesso istituto) e da grande sogna di diventare calciatore professionista. Quando compirà 18 anni vorrebbe anche trasferirsi a Parigi, anche se il padre è contrario. “Mi dice che lì non conosco nessuno, ma a me la Francia piace”, dice.

Anche Abdul, del Gambia, sogna di fare il calciatore. Ha 18 anni, quasi 19, ed è arrivato in Italia due anni fa. Come il capitano della squadra, anche lui ha dovuto attraversare il mare su un barcone. La sua unica compagnia durante il viaggio è stato un amico, che però è rimasto in Sicilia dopo il loro sbarco. Era in Italia quando suo padre è morto, nel 2017. L’ha saputo dalla sua famiglia per telefono. Del suo primo periodo in Italia, Abdul racconta di averlo passato in un centro di accoglienza siciliano con altre 500 persone. “È stato terribile”, dice. Dopo aver compiuto 18 anni, un’amica volontaria l’ha aiutato a venire a Milano per cercarsi un futuro. Ora vive con una famiglia italiana in una delle zone più centrali della città, va a scuola e lavora in una copisteria cinque giorni a settimana. Ogni tanto esce con gli amici che si è fatto sul campo, anche se dice di essere molto preso dalla scuola e dal lavoro.

Irene Dominioni

Le storie che si sentono tra i giocatori del Sant’Ambroeus sono concrete e toccanti. Malgrado le difficoltà, comunque, in squadra si respira un’aria rilassata e familiare. Questa sembrerebbe la versione più vicina e autentica di quella che potrebbe essere per loro una buona vita in Italia. In realtà, molti di loro non hanno documenti regolari. La maggior parte sta ancora aspettando di vedersi accettata la richiesta di asilo. Sullo sfondo, però, il clima politico in Italia è in una fase di profonda trasformazione, all’insegna dell’ondata nazionalista e xenofoba. Alcuni di loro potrebbero dover affrontare altre difficoltà, anche dopo tutti gli sforzi, il tempo, il denaro e i rischi che già sono serviti per portarli fin qui. Il Decreto sicurezza, la nuova misura per gli interni approvata di recente dal parlamento italiano, renderà più difficile per gli immigrati non solo arrivare in Italia, ma anche rimanerci. Dopo la chiusura dei porti durante l’estate, la neo direttiva sull’immigrazione del governo Cinque Stelle-Lega prevede misure come l’abolizione della protezione umanitaria, tagli al sistema di accoglienza e integrazione, e la creazione di una lista di “paesi sicuri” per via della quale alcuni migranti potrebbero vedersi rifiutare la richiesta d’asilo tout court.

Le reazioni di sdegno per questa nuova politica sono sorte da più parti: la critica principale è che, invece di assicurare maggiore sicurezza interna, il decreto avrà l’effetto opposto, ovvero quello di aumentare il numero di irregolari sul territorio italiano, acuendo l’esclusione sociale e la marginalizzazione.

Molti dei giocatori del Sant’Ambroeus potrebbero risentire della misura. “Per il momento, nessuno dei nostri giocatori rischia di essere rimpatriato, ma molti si trovano sotto la protezione umanitaria, che verrà abolita con il nuovo decreto. Se non riusciranno a riconvertire in tempo il loro status in un permesso di soggiorno lavorativo, con la nuova legge non potranno più farlo” dice il dirigente Salvadori. “La nostra squadra rischia di essere pesantemente compromessa in futuro. Questa legge creerà più persone senza alcun diritto o documento, e le minori possibilità di ottenere protezione internazionale mettono a rischio anche chi ad ora è ancora in attesa di una risposta. Come se non bastasse, quelli che sono appena arrivati in squadra, o quelli che conosceremo in futuro, probabilmente non riusciremo a tesserarli e farli diventare titolari”.

Il futuro è incerto, e per il momento alla squadra non rimane altra scelta che proseguire con le proprie attività nella maniera più serena possibile. I ragazzi sono ospiti fissi di Radio Popolare, dove ogni lunedì mattina commentano il campionato, e per il 7 dicembre sono in atto i preparativi per la festa di Sant’Ambrogio. A giugno hanno raccolto 10.000 euro con un crowdfunding che ha messo insieme più di cento donatori, e regolarmente organizzano cene di autofinanziamento in collaborazione con un bar di Milano. Ma far parte della FIGC è un affare costoso, e ci sono ancora spese da coprire, dalla registrazione al tesseramento, le visite mediche, l’attrezzatura, i campi e le trasferte. I prossimi passi saranno quindi quelli di strutturare meglio l’intero progetto, oltre che di continuare ad allenarsi per superare i playoff. Un obiettivo che è una vera sfida, dato che per il momento la squadra non ha brillato granché in campionato. Ma ci sono altre, e possibilmente anche più importanti vittorie di cui poter andare fieri; sono quelle racchiuse in un unico, potente motto: Love football. Hate racism.

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