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Chiusure domenicali: una proposta condivisa, ma dagli obiettivi poco chiari e credibili

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Chiusure domenicali: una proposta condivisa, ma dagli obiettivi poco chiari e credibili

Shopping alle Galleria Vittorio Emanuele II, Milano
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REUTERS/Flavio Lo Scalzo
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La regolamentazione sulla chiusura domenicale degli esercizi commerciali: un dibattito che puntualmente ritorna sulla scena politica.

Vedi anche: Di Maio: negozi, 25% aperti la domenica

Nelle ultime settimane si sono riaccese le discussioni, con l’incardinamento della propostadi legge alla Commissione attività produttive della Camera. La Commissione sta esaminando ad oggi cinque diversi disegni di legge, presentati da vari partiti, da sindacati e dalla regione Marche, per regolamentare quella che, dal Decreto Salva Italia del 2011, è la totale liberalizzazione degli orari degli esercizi commerciali.

Il tema divide l’Italia, ed ogni parte in causa ascolta con fatica le ragioni di chi non la pensa allo stesso modo.

Al di là delle opinioni personali di ognuno e delle possibili conseguenze economiche, peraltro difficilmente prevedibili, abbiamo provato a fare chiarezza sui bisogni che giustificherebbero questa proposta di cambiamento e sugli obiettivi che essa si propone di raggiungere. Abbiamo interpellato diversi esperti che si occupano di diritto e sociologia del lavoro, che hanno studiato la questione in modo più approfondito.

Il bisogno condiviso di porre dei limiti per trovare un punto di equilibrio

La proposta di cambiamento è arrivata da diverse parti. E’ dunque sentita l’esigenza comune di istituire, seppure con modalità diverse, un quadro di regole all’interno di una situazione che è al momento totalmente deregolamentata.

Rita Sanlorenzo, giudice del lavoro e magistrato presso la procura generale della Corte di Cassazione, spiega che i lavoratori hanno bisogno di tutele e di limiti, per bilanciare il rapporto con i loro datori di lavoro, parti economicamente più forti. “L’importante è sempre quello di trovare un giusto punto di equilibrio tra contrapposte esigenze. La liberalizzazione spostava questo equilibrio tutto verso una parte, e favoriva soprattutto i grandi centri commerciali”, afferma.

Il magistrato non difende incondizionatamente un totale divieto di apertura, ma insiste sul bisogno di trovare un punto di incontro fra diverse visuali. “Differenziando, non escluendo e vietando, ma introducendo alcuni limiti, si può garantire una tutela che nel complesso serve a difendere le posizioni più deboli. E’ un quadro di attenzione, con un messaggio preciso per cui non tutto è consentito”.

Sulla proposta di differenziare le regole per le città turistiche rispetto alle aree meno frequentate, che attribuisce in parte agli enti locali la possibilità di gestire le modalità di apertura, Sanlorenzo afferma: “Uno dei grandi compiti della politica è quello di conoscere e di distinguere, e di giustificare le proprie scelte in base a dati reali”. Questo è quindi un aspetto della proposta che merita di essere sperimentato, in un’ottica di bilanciamento di esigenze e necessità diverse.

La revisione della totale liberalizzazione si allinea peraltro alla situazione vigente in vari altri paesi europei, come Francia e Germania, dove esistono regole piuttosto rigide sulle aperture domenicali. “Da questi paesi possiamo imparare che l’andamento dell’economia non dipende dall’apertura indiscriminata dei centri commerciali.”, conclude il magistrato.

Una proposta che salva le famiglie?

Uno degli obiettivi principali della proposta, sottolineato dal vicepremier e ministro del lavoro Luigi Di Maio, è quello di evitare la “disgregazione” delle famiglie. Il ministro ha detto infatti che il lavoro alla domenica impedisce a molti genitori di passare del tempo con i propri figli.

Un’argomentazione che sembra essere piuttosto superficiale e poco credibile, che richiederebbe un’analisi molto piu’ approfondita sulle ragioni della disgregazione delle famiglie oggi. Ce lo spiegano i sociologi Dario Tuorto, docente dell'Università di Bologna, e Francesco Mattioli, ricercatore alla Sapienza di Roma.

Il consumo e lo shopping domenicale sono oggi elementi fortemente aggregativi per le famiglie. Impedendoli totalmente si rischierebbe quindi di eliminare un’occasione di condivisione familiare.

“Sul piano culturale, la liberalizzazione degli orari domenicali ha portato i centri commerciali a diventare luoghi di socializzazione, legati al consumo”, afferma Tuorto. Mattioli aggiunge: “Dubito che la revisione della liberalizzazione abbia come scopo quello di riunire le famiglie. Nella nostra società, che è – piaccia o no – una società dei consumi, fare shopping assieme la domenica può essere una esperienza altrettanto gratificante come passeggiare in un parco o visitare un museo”.

I luoghi commerciali sono diventati spontaneamente luoghi di aggregazione. Non è detto che questo sia un modello definitivo, ma occorre allora capire quali altre attività potrebbero incentivare gli individui e le famiglie alla socializzazione, se veramente si vuole contrastare la disgregazione.

Tuorto menziona ad esempio la situazione tedesca, che prevede le chiusure domenicali ma allo stesso tempo favorisce situazioni di tempo libero organizzato, che permettano di accedere a basso costo a varie attività culturali, sociali e sportive, altri strumenti di aggregazione.

Il professore Tuorto conclude: “Siamo pronti a gestire una società che chiude i luoghi del consumo e dell’aggregazione domenicale massificati, e a ritrovare luoghi in cui si fanno cose diverse dal consumare?”. Uno spunto interessante, che mette in luce l'ampiezza della questione e la necessità di riflettervi profondamente.