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Dorothy Janes, figlia di un amore vietato per legge in tempo di guerra

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Dorothy Janes, figlia di un amore vietato per legge in tempo di guerra

Dorothy Janes, figlia di un amore vietato per legge in tempo di guerra
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La storia di Dorothy Janes è rimasta chiusa, per 52 anni, in una scatola di legno profumata di tabacco: lettere, fotografie, documenti, piccoli ritagli ingialliti. E un numero: “T60597”.

Nel campo di prigionia inglese è questo il codice di un soldato italiano, Antonio Mazzitelli.

La seconda guerra mondiale lo ha sorpreso in Africa, partito dalla Calabria per conquistarne le terre, per finire prima imprigionato e quindi prelevato per lavorare in una fattoria, nel sud di Londra, provincia del Surrey. Servono uomini, gli inglesi sono in guerra. Antonio in quella fattoria conoscerà Joyce. E la piccola Dorothy scoprirà solo a 18 anni che quel soldato, poi svanito nel nulla, è suo padre.

Ha solo un nome, un cognome (mal trascritto) e l'indicazione della sua regione di origine, la Calabria: quando Dorothy chiede a sua madre di quel padre sconosciuto, lei, Joyce, non dice che questo. Da quel giorno è una caccia serrata, ma senza esiti. Dorothy cerca e cerca. Ovunque. Fino al 1997, quando ormai Antonio Mazzitelli è già morto, e una telefonata incrocia le tracce del passato.

Un amico giornalista inglese di Dorothy segue indizi e si attacca al telefono: sarà lui a rintracciare i figli italiani di Antonio, a San Ferdinando, Reggio Calabria, nella più estrema periferia a sud dell'Italia. Dorothy parte. E in Calabria, in una scatola di sigari, troverà i pezzi di tutta la sua vita.

“Eravamo bambini, io e i miei fratelli – racconta ad Euronews Alfonso, primogenito di Antonio, nato dal matrimonio con Maria Domenica Stuccio, dopo il rientro in Italia nel 1946 – e amavamo rovistare nelle scatole che papà teneva nascoste. Tra queste ce n'era una in legno, con dentro fotografie, documenti, lettere. Erano scritte in inglese e noi ci divertivamo a cercare di tradurle, come fossero indizi per trovare un tesoro. Andammo a chiedere a papà chi fosse quella bambina nella foto, ma lui era evasivo – continua Alfonso – e solo più tardi avremmo saputo che lei era nostra sorella, Dorothy. Papà aveva raccontato tutto a mia madre di quell'amore, nato sotto le bombe in Inghilterra, e di quella donna, Joyce, di cui aveva perso le tracce. Quando ricevemmo la telefonata dal giornalista, che ci diceva che Dorothy ci cercava e voleva conoscerci, fu uno choc, ma anche una gioia inattesa. Avevamo provato ad immaginarla. Ne fantasticavamo. Papà era purtroppo morto tredici anni prima, ma mia madre, che era ancora tra noi, fu altrettanto felice di conoscere quella bambina, di cui tanto aveva sentito parlare”.

A San Ferdinando, la cittadina calabrese nella Piana di Gioia Tauro, lo scorso martedì è stata festa grande per lei: il sindaco Andrea Tripodi e la giunta municipale hanno dato a Dorothy la cittadinanza onoraria e le chiavi della città.

Lei vive tra Londra e la sua nuova famiglia calabrese. Ha preso casa a San Ferdinando. Cura il giardino, con il marito Tony, ha dei “buoni vicini” e ama pranzare con i cognati, i nipoti e i fratelli Alfonso, Serafino e Maria Concetta, sotto il pergolato da cui pende pesante l'uva, dolce e bianca, dai grappoli generosi.

Ricorda quei grappoli l'amore che si respira qui per Dorothy: tutti insieme a festeggiare la

sorella che pensavano non avrebbero mai conosciuto.

Generosità e coraggio, i segreti di questa favola che attraversa due secoli e due continenti. Primo tra tutti il coraggio di Joyce, la mamma di Dorothy, che quell'amore proibito difese fiera, per Antonio, davanti alla legge.

Accusato di violenza, lui, e senza paura, lei, che così lo difenderà: “Signori della Corte, sono io che ho abusato di lui. Lui non voleva questa relazione perchè sapeva che fosse vietata. Non è il carnefice, ma la vittima. Io mi sono innamorata dell'uomo che avevo accanto sul lavoro e poco importava se fosse inglese o italiano. Mi sono innamorata e mi sono concessa”.

Antonio sarà graziato, ma costretto ad allontanarsi. La famiglia di Joyce la caccerà di casa, distruggendo tutto ciò che riguardava quel soldato da dimenticare. E i due innamorati si perderanno per sempre.

Sarà Dorothy, in seguito, a non darsi per vinta.

Lei che di quell'uomo portava i colori e il temperamento, sin da ragazza si chiedeva il perché di quei tratti tanto diversi dal suo “padre” inglese. La sua madrina Molly, l'unica a sapere ogni cosa e colei che durante la storia d'amore faceva da corriere per consegnare lettere e missive clandestine tra i due amanti, se lo lascerà sfuggire in un giorno d'estate. I dubbi di Dorothy svaniranno. Non la sua determinazione che, a 52 anni, le farà aprire quella scatola segreta.

“Quando il mio amico giornalista mi disse che li aveva trovati provai paura. Era strano pensare di conoscere il mio vero padre e io ignoravo che lui fosse morto. La mia valigia era già pronta: avevo deciso di andare a fare delle ricerche nell'archivio di Reggio Calabria. Erano falliti tutti i miei tentativi con il ministero della Guerra, ma non volevo mollare. Poi la telefonata ad Alfonso anticipava la mia partenza: lui era mio fratello. Sapevano di me. Sembrava tutto così surreale. Finchè li incontrai. Mi aspettavano sul ciglio della strada, nella Piana di Gioia Tauro. Da allora non ci siamo più lasciati. La mia vera storia era qui. Di mia madre sapevo che aveva lavorato in una fattoria, tra mucche pecore e maiali. Che lì era arrivata manodopera extra perchè gli uomini inglesi erano al fronte. Mi raccontava – ricorda Dorothy – che non andava a ballare perchè aveva paura di non sentire gli allarmi delle sirene per i bombardamenti. Ma niente altro. Dopo la guerra le persone hanno provato a dimenticare. Provavano ad andare avanti con nuove vite, lasciavano tutto sul fondo, come se fosse un non-tempo. Io qui, in Calabria – continua - scoprii ogni cosa. Qui vidi per la prima volta una foto di mio padre. Rimasi soffocata. Qui lessi le lettere di mia madre, scritte cinquant'anni prima. Qui scoprii perchè Antonio era dovuto scappare dall'Inghilterra e perchè mia madre si era sposata senza dirmi nulla delle mie origini, allontanata dalla famiglia per avermi generata con un prigioniero calabrese. Avevo paura di incontrare la moglie italiana di mio padre, mi avrebbe accolta? - si chiedeva Dorothy – sarebbe stata buona? Tanti pensieri, ma una volta in Calabria tutto sarebbe andato bene. Mi fecero trovare i bigliettini di benvenuto attaccati su tutte le tende di casa. Scoprivo di avere dei nipotini, mi cantarono delle canzoncine in inglese. E la moglie di papà mi abbracciò; mi toccava il naso, le orecchie, e mi diceva: sei identica a lui. Raccontai tutto a mia madre, tornata in Inghilterra. Lei non disse niente. La ferita ancora c'era. Più tardi sarebbe venuta anche lei in Calabria e avrebbe abbracciato anche lei questa famiglia e la moglie di Antonio. Ormai i tempi erano maturi. La storia aveva fatto i suoi progressi”.

La romanzesca fiaba di Dorothy Jansen continua. Ha due case, a San Ferdinando e in Inghilterra. Ha due famiglie, la sua e quella calabrese. Ha due “Paesi”, adesso, tra il Mediterraneo e il Nord Europa, che la riconoscono come propria cittadina. E c'è l'Africa, dove lei ha lavorato e dove ama viaggiare con il marito Tony, terra vicina alla Calabria dove questa donna eroica ha cercato persino il campo di prigionia dove fu rinchiuso Antonio.

Oggi, mentre Dorothy e i suoi fratelli ritrovati brindano insieme, il pensiero di questa

famiglia corre a chi invece non ha potuto mettere insieme i pezzi della propria vita, a chi non è tornato, a chi è rimasto senza storia.

E ad Antonio, Maria Domenica e Joyce: quei genitori saggi che posero l'amore sopra ogni convenzione e sopra qualunque barriera.