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Libia: situazione in rapido deterioramento

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Libia: situazione in rapido deterioramento

Libia: situazione in rapido deterioramento
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Continua ad aggravarsi la situazione a Tripoli, dove nonostante la proclamazione dello stato d'emergenza da parte del governo di al-Sarraj le forze ribelli, raccolte attorno al governo di Tobruk del generale Haftar, combattono in tutto il quadrante sud della città. Sono una quarantina, secondo fonti ufficiali, le vittime contate negli ultimi cinque giorni. È battaglia sulla strada per l'aeroporto, e gli attacchi sono arrivati a lambire l'ambasciata italiana. In palio c'è il controllo delle risorse petrolifere e della stessa Banca Centrale.

Della situazione nella capitale libica abbiamo parlato con Arnaldo Compagnucci, branch manager di un'azienda di spedizioni italiana, che da 12 anni lavora in Libia. Da lui abbiamo cercato di avere un quadro reale della situazione, per iniziare a capire meglio le dinamiche di una crisi e i suoi riflessi su chi vive e lavora nel Paese o con il Paese. E avere un'idea delle prospettive.

"È il caos. Non si sa bene chi comanda, quali siano gli interessi in gioco e chi fa questo per conto di chi. Bene o male noi ci occupiamo di trasporti, in questo caso trasporti via mare, siamo giù da circa dodici anni, con degli uffici nostri, con del personale nostro, e i traffici continuano. Ormai siamo abbastanza presenti in quel territorio, ma la sensazione è quella... Io avevo notizie che c'erano problemi, da parte del nostro personale libico da una settimana, dieci giorni. Non le nascondo che ora sono preoccupato perché da sabato non li sento più. Ho parlato ieri con degli altri clienti anche italiani, che sono ancora giù bloccati. Diciamo che stanno tutti aspettando per vedere quello che succederà. Non mi sento di fare delle previsioni perché per esperienza, per quello che è successo, non sappiamo neanche noi. Siamo qui ad aspettare che qualcosa si risolva, se mai si risolverà."

Ha parlato di clienti italiani, sono clienti italiani che hanno personale libico o sono italiani in Libia?

"La maggior parte dei nostri clienti sono libici, oppure aziende con soci italiani e soci libici. In questo momento so che ci sono alcuni italiani, alcuni clienti con i quali ho parlato proprio questa mattina, che sono chiusi in casa aspettando l'evolversi della situazione. Poi essendo fuori Tripoli... fuori Tripoli grossi problemi non ce ne sono, quindi stanno tutti aspettando. Qualcuno ho sentito che voleva rientrare e non è riuscito perché anche l'aeroporto, quello cittadino di Mitiga, al momento è chiuso, e quindi sono lì ad aspettare. Ma niente ancora - mi dicono - di veramente preoccupante".

Dal punto di vista dell'attività economica voi quindi proseguite?

"In questo momento abbiamo dei problemi perché a causa di decisioni credo della Banca centrale o del governo libico hanno fermato l'afflusso di merci provenienti dall'estero, soprattutto del food stuff, di cose da mangiare, che di solito ha un picco prima del Ramadan. Quest'anno le hanno fermate, hanno bloccato le linee di credito, hanno fermato i cash against document, salvo poi aprire una finestra dall'11-12 di giugno al primo agosto, dove han detto ai propri trasportatori 'tutto quello che arriva entro il primo agosto verrà ritirato il resto no'. Da tutta Italia e tutta Europa ma anche dal Nord America sono partite enormi quantità di food stuff che si sono fermate, imbottigliate, hanno creato una congestioneate nei grandi hub. Quello più importante per le spedizioni via mare è quello di Gioia Tauro dove fino alla settimana scorsa erano bloccate quasi 30.000 tonnellate di merce. E quindi, con i porti di Tripoli, Khoms, Misurata, un po' meno Benghazi, congestionati, avevamo questo stop. E questo era quello che dal punto di vista delle spedizioni ci dava in questo momento preoccupazione. Da ieri, l'altro ieri, sembrava che la situazione stesse tornando alla normalità. Adesso non so più dirle".

Sarà difficile ripartire, poi: immagino che ci siano tempi tecnici relativamente lunghi...

"In questo periodo, in questo lungo periodo di conflitti più o meno gravi le grandi compagnie di navigazione hanno continuato a scalare i porti libici: la Mediterranean Shipping Company, la MSC, la Maersk, la CMA francese, le compagnie italiane come Messina e Taros... In questo momento, ripeto: il problema è quello della congestione degli hub, e della poca ricettività, della quasi inesistente ricettività dei porti libici. Sto parlando di Tripoli, Khoms e Misurata. Il porto di Khoms è un porto a metà strada tra Tripoli e Misurata, son circa 250 Km. Il porto di Benghazi è stato riaperto da poco, non ha ancora, che io sappia, una attività molto importante, e i traffici non sono poi così importanti, almeno per quanto riguarda l'Arabital per la quale lavoro".

Lei ha un'impressione di variazioni sul tipo di prodotti, nell'ultimo periodo?

"La Libia non è mai stata un Paese che abbia prodotto qualcosa in maniera importante: ha sempre dovuto importare dal food stuff, ovviamente, ai macchinari, ai mobili, ai beni sia di primaria importanza che di secondaria, diciamo così. In questo momento è ovvio che il food stuff la faccia da padrone perché gli importatori di cibo, di cose da mangiare, hanno delle aperture di credito da parte del governo, e quindi hanno delle facilitazioni o cose del genere. Mentre chi non può importare con le lettere di credito e deve 'comperare' al black market, al mercato nero, può pagare i dinari a un valore anche di quattro, cinque, sei-sette volte maggiorato. Quindi è abbastanza... è troppo oneroso per gli importatori libici in questo momento importare merce dall'Italia, dall'Europa o altro. Quindi in questo momento per quanto ci riguarda la fa da padrone il fodd stuff, le cose da mangiare: latte, farina, olio, pasta, cose di questo tipo".

Che però dipende di più dai tempi di spedizione: sono cose che scadono, a un certo punto. Quindi la logistica è più delicata...

"Per quello che riguarda i prodotti secchi, quindi la pasta, i biscotti, queste cose, grossi problemi non ce ne sono. Per quello che riguarda ovviamente l'olio, i prodotti freschi, i prodotti che vanno trasportati in regime di temperatura controllata... per quello certo c'è un problema. Ci sono anche costi superiori per questo genere di merci. Però ripeto: noi abbiamo esportato dall'Italia, dalla Romania, abbiamo esportato il thé dallo Sri Lanka... Ripeto: per quello che riguarda i prodotti secchi problemi non ce ne sono, per i prodotti che vanno trasportati in regime di temperatura controllata ci sono dei costi particolari".

Lei ha già vissuto la fase del cambio di regime, se si può definire così: al di là dell'imprevedibilità del momento, le dinamiche sono in qualche modo comparabili alle fasi iniziali di allora?

"Non credo. Prima si passava da un regime totalitario a un'idea di Repubblica, a un'idea di democrazia. Temo che nella mentalità dei libici - senza voler offendere nessuno, sono persone con le quali noi lavoriamo, ho tanti amici, conoscenti ma anche amici giù - non avessero prima e non hanno tutt'ora una cognizione di quello che è la democrazia. Quindi prima c'era un regime forte che pensava al popolo libico. Più o meno bene, più o meno in maniera accurata. Adesso c'è il malcoltento di un popolo, ma più che altro del popolo di combattenti, che non sanno bene a chi dar retta. Prima c'era l'uomo forte. La Libia si può paragonare all'ex Jugoslavia, dove il maresciallo Tito ha, con la forza, con la determinazione, unito varie popolazioni e le ha tenute unite, bene o male, poi quando non c'è stato più lui è successo quello che è successo nell'ex Jugoslavia, ed è quello che sta succedendo ora in Libia".

E quindi Lei teme che si vada verso una divisione del Paese

"Non lo so, è possibile. È possibile perché l'Est e l'Ovest della Libia sono sempre stati molto distanti, l'unica cosa che li riuniva era la Jamairia del Colonnello Gheddafi. È possibile anche questa cosa, sicuramente. Penso che sia possibile".