Presidenziali Usa: il tema "tasse" entra nell'arena

Presidenziali Usa: il tema "tasse" entra nell'arena
Di Alberto De Filippis
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Quando in campagna elettorale il gioco si fa duro, generalmente si tira fuori l’arma finale: le tasse.

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Quando in campagna elettorale il gioco si fa duro, generalmente si tira fuori l’arma finale: le tasse.

È quello che ha deciso di fare Donald Trump per convincere gli indecisi e i malpancisti che non vedono con simpatia le uscite, al limite del razzismo, del tycoon conservatore.

Trump ha infatti promesso la più grande rivoluzione fiscale dai tempi di Ronald Reagan: “Tutte le politiche dovrebbero puntare a salvaguardare posti di lavoro e la ricchezza negli Stati Uniti. Nel mio progetto nessuna compagnia americana pagherà più del 15% dei suoi guadagni in tasse. Ridurremo l’aliquota dal 35% al 15%”.

Trump ha deciso di parlare di tasse dopo aver perso terreno, negli ultimi giorni, nei sondaggi contro la candidata democratica. Quindi meno tasse per tutti, cittadini e imprese. Niente tagli al «welfare». Stop alle politiche ambientaliste e di risparmio energetico che frenano la crescita economica, rilancio dell’industria manifatturiera rivedendo e perfino la cancellazione, se necessario, di quegli accordi commerciali che penalizzano gli Stati Uniti

La Clinton è più debole sulla parte fiscale per questo ha continuato ad attaccare l’avversario e su chi lo finanzierebbe: “Il piano fiscale di Trump favorirà soprattutto le grandi multinazionali che sono quelle che gli scrivono i discorsi. Non aumenterò le tasse per la classe media Faremo pagare ai più ricchi quello che debbono perché è li che sta il denaro”.

Parole che avrebbero potuto uscire dalla bocca di Bernie Saunders, ma che la Clinton ha dovuto promunciare per non alienarsi i voti della sinistra del partito che coincidono con quelli del suo competitor sconfitto.

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