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I Paesi Ue possono limitare o vietare le importazioni dagli insediamenti israeliani?

Un volontario americano prepara una rete per la raccolta delle olive vicino all'insediamento ebraico di Eli, in Cisgiordania, vicino a Nablus. (AP/Dan Balilty)
Un volontario americano sta per stendere una rete per la raccolta delle olive, vicino all'insediamento ebraico di Eli in Cisgiordania, vicino a Nablus. (AP Photo/Dan Balilty) Diritti d'autore  AP Photo
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Di Noa Schumann
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Francia, Svezia e altri Paesi europei spingono per delle restrizioni commerciali sulle merci provenienti degli insediamenti israeliani nei territori occupati. L'iniziativa segue diverse inchieste secondo cui un quinto delle esportazioni elude i dazi correnti tramite etichettature false

Le richieste di misure più severe contro le merci provenienti dagli insediamenti israeliani stanno prendendo slancio in tutta Europa.

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Francia e Svezia hanno sollecitato la Commissione europea ad adottare restrizioni a livello dell'UE, mentre Paesi come Belgio, Spagna, Slovenia e Irlanda hanno esaminato misure nazionali mirate alle importazioni dagli insediamenti.

Il dibattito arriva mentre continua l'espansione degli insediamenti israeliani nella Cisgiordania occupata.

Nel 2025, il ministro delle Finanze israeliano Betzalel Smotrich si è vantato del fatto che negli ultimi anni siano stati approvati 69 nuovi insediamenti, definendolo un livello di espansione da record.

I dati pubblicati da Peace Now, organizzazione israeliana che monitora gli insediamenti, indicano che nella Cisgiordania sono stati approvati 103 nuovi insediamenti da quando l'attuale governo israeliano è entrato in carica, alla fine del 2022.

La questione dovrebbe occupare un posto di rilievo nei prossimi colloqui tra i ministri degli Esteri dell'UE, a luglio. Crescono però gli interrogativi sulla possibilità giuridica, per i singoli Stati membri, di adottare misure contro le merci provenienti dagli insediamenti nel quadro del diritto dell'UE.

Come tratta attualmente l'UE gli insediamenti israeliani?

L'Unione europea distingue tra Israele in quanto tale e gli insediamenti israeliani nei territori occupati dal 1967.

In base all'Accordo di associazione UE-Israele, le merci originarie di questi insediamenti non hanno diritto a un trattamento tariffario preferenziale. Possono comunque essere importate nell'UE, ma senza l'esenzione dai dazi riconosciuta ai prodotti provenienti dal territorio di Israele entro i confini riconosciuti a livello internazionale.

La Commissione europea ha inoltre emanato linee guida che impongono l'etichettatura chiara dei prodotti originari degli insediamenti israeliani.

Dal 2004, agli esportatori israeliani viene richiesto di fornire i codici postali che identificano il luogo di produzione, permettendo all'UE di distinguere tra le merci prodotte in Israele e quelle realizzate negli insediamenti.

Nel 2019, la Corte di giustizia dell'Unione europea ha stabilito che i prodotti alimentari provenienti dagli insediamenti israeliani devono indicare l'origine in etichetta per evitare di fuorviare i consumatori.

Attualmente non esiste alcun divieto a livello dell'UE sulle importazioni dagli insediamenti israeliani.

Indagini sollevano dubbi sull'applicazione

Diverse recenti inchieste hanno sollevato dubbi sul fatto che queste regole vengano applicate correttamente.

Secondo una nuova inchiesta del Global Echo Litigation Center, ONG internazionale, prodotti originari degli insediamenti israeliani continuano a entrare nei mercati europei senza dazi, nonostante le restrizioni esistenti.

L'organizzazione ha analizzato oltre 30mila registrazioni amministrative sul commercio, riguardanti le esportazioni da Israele verso gli Stati membri dell'UE tra il 2017 e il 2026.

Sulla base di questa analisi, l'ONG, fondata da avvocati israeliani e palestinesi, stima che circa un quinto delle spedizioni israeliane destinate all'UE provenga da insediamenti in Cisgiordania, a Gerusalemme Est e sulle alture del Golan.

Agricoltori palestinesi tagliano cipolle in un campo appartenente a coloni ebrei, appena fuori dall'insediamento ebraico di Tomer, nella valle del Giordano in Cisgiordania
Agricoltori palestinesi tagliano cipolle in un campo appartenente a coloni ebrei, appena fuori dall'insediamento ebraico di Tomer, nella valle del Giordano in Cisgiordania AP Photo/Oded Balilty

Emily Schaeffer Omer-Man, fondatrice e direttrice del Global Litigation Center ed esperta di diritto internazionale umanitario, ha spiegato alla squadra di fact-checking di Euronews, The Cube, che l'indagine basata sulle testimonianze di rappresentanti del settore ha individuato tre metodi principali utilizzati per ottenere un trattamento tariffario preferenziale per i prodotti provenienti dagli insediamenti.

Il primo, ha spiegato, è quello che gli investigatori definiscono "nascondersi in bella vista", in cui la documentazione indica l'origine israeliana e l'ammissibilità al trattamento preferenziale, mentre il luogo effettivo di produzione viene oscurato. In alcuni casi, la vera origine viene sostituita con un indirizzo israeliano che non corrisponde al luogo di produzione dei beni.

Un secondo metodo prevede l'etichettatura errata, con prodotti dichiarati come fabbricati in Israele pur essendo prodotti negli insediamenti.

Il terzo consiste nel mescolare prodotti provenienti dagli insediamenti con prodotti fabbricati in Israele e confezionarli insieme sotto un'unica etichetta "Prodotto di Israele", rendendo difficile distinguerne l'origine.

Una vigna nell'insediamento ebraico di Shilo, in Cisgiordania, vicino a Nablus
Una vigna nell'insediamento ebraico di Shilo, in Cisgiordania, vicino a Nablus AP Photo/Dan Balilty

Un'altra inchiesta, condotta da +972 Magazine, testata online indipendente fondata da giornalisti palestinesi e israeliani, giunge a conclusioni simili.

Nel gennaio 2026, ha riferito che alcune cantine degli insediamenti israeliani esportavano bottiglie etichettate semplicemente come "Made in Israel", senza alcun riferimento alla loro origine in Cisgiordania.

Gli esperti di commercio affermano che questi casi illustrano le sfide che le autorità devono affrontare nel verificare l'origine delle merci importate. Agnès Bertrand-Sanz, esperta umanitaria e portavoce di Oxfam Belgio, ha sottolineato le difficoltà incontrate dai funzionari delle dogane europee.

"La principale responsabilità di verificare l'origine di un prodotto spetta alle autorità doganali e dipende davvero dalle loro capacità", ha detto.

"Arrivano così tanti prodotti nei nostri porti, nel porto di Anversa, nel porto di Rotterdam. Ovviamente i controlli avvengono caso per caso, e non sia ha il tempo di verificare tutto".

Secondo Martin Konečný, direttore del think tank con sede a Bruxelles European Middle East Project, l'applicazione delle regole è ulteriormente complicata dal fatto che Israele considera gli insediamenti parte del proprio territorio.

Crescono le richieste di misure più incisive

Su questo sfondo, diversi governi europei sostengono che l'attuale quadro sia insufficiente.

In una lettera firmata congiuntamente da Francia e Svezia e inviata alla Commissione europea nell'aprile 2026, visionata da The Cube, i due Paesi chiedono misure aggiuntive mirate ai prodotti originari degli insediamenti israeliani. Le loro proposte includono dazi sulle merci degli insediamenti e restrizioni alle importazioni tramite sistemi di licenze all'esportazione.

In un'intervista a Euronews, il viceministro francese per il Commercio Nicolas Forissier ha sottolineato che la lettera promuoveva un approccio paneuropeo.

"Insieme ai nostri amici svedesi abbiamo scritto alla Commissione e insistito sulla necessità di avere rapidamente una posizione europea comune su questa questione", ha dichiarato.

Kaja Kallas parla con i media al suo arrivo a una riunione dei ministri degli Esteri dell'UE al Consiglio europeo
Kaja Kallas parla con i media al suo arrivo a una riunione dei ministri degli Esteri dell'UE al Consiglio europeo AP Photo/Marius

Forissier ha aggiunto che l'UE non dovrebbe consentire l'importazione di prodotti originari di territori ritenuti illegalmente occupati ai sensi del diritto internazionale.

"Non possiamo accettare alcuna importazione di prodotti che, di fatto, sono realizzati in territori illegalmente occupati rispetto al diritto internazionale", ha affermato.

Svezia e Francia sostengono che gli insediamenti siano illegali secondo il diritto internazionale e che, di conseguenza, non debbano beneficiare degli accordi commerciali negoziati con Israele.

Konečný ha espresso un'opinione simile, osservando che "gli insediamenti non fanno parte di Israele".

"Si trovano al di fuori del territorio di Israele e quindi non rientrano nell'Accordo di associazione", ha detto.

"Non rientrano nemmeno nell'ambito dell'adesione di Israele all'Organizzazione mondiale del commercio (OMC), perché non fanno parte del territorio di un membro dell'OMC ai sensi del diritto internazionale".

Gli Stati membri vanno avanti con misure proprie

In assenza di un approccio a livello dell'UE, diversi governi europei hanno deciso di agire autonomamente.

Alla fine di dicembre 2025, la Spagna ha introdotto un pacchetto di restrizioni commerciali contro Israele, tra cui un divieto di importazione di merci originarie degli insediamenti israeliani in Cisgiordania, sulle alture del Golan e a Gerusalemme Est.

Anche la Slovenia ha avviato il processo per vietare le importazioni di merci provenienti dagli insediamenti, affiancando a ciò un divieto separato di esportazione, importazione e transito di armi ed equipaggiamenti militari da e verso Israele.

Il Belgio ha annunciato piani per limitare le importazioni dai territori che considera illegalmente occupati, anche se finora non è stata adottata alcuna legge. Alcune delle misure proposte puntano più a ridurre la cooperazione istituzionale ed economica che a imporre un divieto commerciale diretto.

Il primo ministro spagnolo Pedro Sanchez parla con i media al suo arrivo a un vertice dell'UE al Consiglio europeo
Il primo ministro spagnolo Pedro Sanchez parla con i media al suo arrivo a un vertice dell'UE al Consiglio europeo AP Photo/Omar Havana

Si prevede che l'Irlanda introduca una normativa mirata alle merci originarie degli insediamenti israeliani in Cisgiordania entro la metà di luglio 2026.

I Paesi Bassi, nel frattempo, hanno esaminato misure volte a limitare il commercio di prodotti provenienti dagli insediamenti e hanno indicato che in futuro potrebbero valutare restrizioni più ampie.

Nonostante queste iniziative dei singoli Stati membri, qualsiasi tentativo di limitare le importazioni dagli insediamenti israeliani potrebbe incontrare ostacoli. La politica commerciale è una competenza dell'UE, mentre le relazioni commerciali con Israele sono regolate dall'Accordo di associazione UE-Israele, che resta in vigore.

Un portavoce della Commissione europea ha dichiarato a The Cube che la politica commerciale rientra nella "competenza esclusiva dell'UE" e che "qualsiasi misura nazionale deve essere valutata alla luce della sua compatibilità con il diritto dell'UE".

Per quanto riguarda la Spagna, la Commissione ha riferito che Madrid ha informato Bruxelles dei suoi piani, ma non ha ancora presentato formalmente il testo giuridico con il dettaglio delle misure.

Un dibattito giuridico sull'Accordo UE-Israele

La possibilità che gli Stati membri, o persino l'UE in generale, possano legalmente vietare le importazioni dagli insediamenti resta oggetto di disputa tra giuristi e ONG.

Konečný sostiene che l'Accordo di associazione UE-Israele non includa i prodotti degli insediamenti, perché questi si trovano al di fuori del territorio di Israele riconosciuto a livello internazionale.

Loran Bartels, professore di diritto internazionale all'Università di Cambridge, adotta una posizione più prudente.

Secondo lui, l'accordo stabilisce che tra l'UE e Israele sono vietate le restrizioni quantitative alle importazioni e le misure di effetto equivalente.

A suo avviso, ciò si applica non solo ai prodotti che beneficiano di un trattamento preferenziale, ma a tutte le merci che fisicamente giungono nell'UE provenendo da Israele.

La distinzione pratica tra merci israeliane e prodotti degli insediamenti rimane controversa. Come osserva Omer-Man, i prodotti provenienti sia da Israele sia dagli insediamenti in Cisgiordania e sulle alture del Golan vengono esportati attraverso i porti israeliani e gestiti dalle autorità israeliane, e quindi partono fisicamente dal territorio israeliano.

Un soldato israeliano fa la guardia durante la cerimonia di inaugurazione del nuovo insediamento ebraico legalizzato di Yatziv
Un soldato israeliano fa la guardia durante la cerimonia di inaugurazione del nuovo insediamento ebraico legalizzato di Yatziv AP Photo/Ohad Zwigenberg

Bartels sostiene che l'UE già differenzi i prodotti degli insediamenti escludendoli dalle tariffe preferenziali e imponendo etichette specifiche sull'origine.

Un divieto di importazione, ha spiegato, rappresenterebbe "una misura qualitativamente diversa", perché andrebbe oltre la limitazione dei benefici commerciali e impedirebbe a queste merci di entrare del tutto nel mercato dell'UE.

Schaeffer Omer-Man, invece, giunge a una conclusione diversa. Secondo lui, l'attuale approccio dell'UE la pone in una "situazione compromessa", difficile da conciliare con il diritto internazionale. Sottolinea inoltre che Israele si oppone da tempo a qualsiasi distinzione tra prodotti israeliani e merci provenienti dagli insediamenti, che considera "un affronto" e contraria ai propri interessi.

La possibilità che l'UE adotti misure più incisive solleva anche il tema della leva economica.

Michael Lynk, ex relatore speciale dell'ONU per i diritti umani nei territori palestinesi e professore associato di diritto alla Western University in Canada, sostiene che l'UE disponga di una leva maggiore di quanto comunemente si pensi.

"L'UE è il principale partner commerciale di Israele", ha detto, ricordando che il commercio bilaterale supera i 43 miliardi di euro l'anno e rappresenta circa un terzo degli scambi complessivi di Israele.

Per contro, il commercio con Israele rappresenta meno dell'1% degli scambi esterni dell'UE.

"Questo rapporto commerciale è molto più importante per Israele che per l'UE", ha ammesso.

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