Dal G7, il presidente USA ha chiesto a Israele responsabilità sul Libano, ma il premier israeliano tira dritto sulle zone di sicurezza nei Paesi confinanti e sfida le opposizioni interne in vista delle elezioni di ottobre
L'accordo quadro raggiunto tra Stati Uniti e Iran, con la mediazione del Pakistan e del Qatar, sembra avere certificato le divisioni tra Trump e Netanyahu come indicano le dichiarazioni dei due leader a poche ore di distanza.
Dalla Francia, dove è in corso il G7, il presidente statunitense ha detto che Israele deve essere "più responsabile nei confronti del Libano", dove sono proseguiti i bombardamenti nonostante gli accordi di tregua lo comprendano e la richiesta di Trump al premier israeliano di astenersi da iniziative mentre i colloqui con Teheran erano in corso.
"Senza di me non esisterebbe Israele, perché nessun altro presidente era disposto a fare quello che ho fatto io", ha chiarito ulteriormente Trump, che pure ha confermato i buoni rapporti con l'alleato.
Durante una conferenza stampa a Evian il presidente ha anche detto di avere "suggerito a Israele di lasciare che la Siria si occupi di Hezbollah perché, a essere sincero, penso che lo farebbero meglio".
Critica non velata anche in questo caso, vista l'argomentazione per la dichiarazione.
"Non è necessario demolire un condominio ogni volta che si cerca qualcuno, perché in quei condomini vive molta gente, e non sono tutti membri di Hezbollah", ha detto Trump riferendosi ai frequenti raid israeliani specialmente nella zona a sud di Beirut, l'ultimo domenica.
A rincarare la controversia si è inserito il ministro degli Esteri irainiano ribadendo che "l'occupazione israeliana in Libano è una violazione del memorandum d'intesa" tra Iran e Usa, ha detto Seyed Abbas Araghchi. "Qualsiasi attacco israeliano al Libano d'ora in poi non sarà accettato. Fine guerra implica fine occupazione".
Mentre i leader dei Paesi più industrializzati del mondo si riuniscono nella località alpina francese, la versione arrivata da Israele lunedì sera è stata molto diversa.
Cosa ha detto Netanyahu dell'accordo con l'Iran
"Lo scontro non è ancora finito. Dovremo continuare a essere forti e determinati per tutto il tempo necessario. Non solo contro l'Iran, ma anche contro i suoi proxy", con riferimento in particolare a Hezbollah e Houthi yemeniti, ha detto Netanyahu.
In questo senso, ha dichiarato in dichiarazioni ufficiali ai media, Israele resterà "nella zona di sicurezza in Libano", Gaza e Siria e "ci difenderemo per tutto il tempo necessario".
"Abbiamo salvato lo Stato di Israele dalla minaccia di annientamento nucleare", ha proseguito il premier che, rinnovando l'impegno a impedire che Teheran abbia mai l'arma nucleare così come appena fatto da Trump, ha chiarito le sue divergenze con la Casa Bianca.
"Il presidente Trump e io ci conosciamo da molti anni", ha spiegato Netanyahu "molte volte la pensiamo allo stesso modo, in altri casi meno, succede in tutte le migliori famiglie".
La sicurezza mostrata dal premier di Israele è arrivata al punto di annunciare la propria candidatura alle prossime elezioni legislative di ottobre "e intendo vincere".
Eppure la situazione di Netanyahu, che si è sempre accreditato come l'unico leader capace di garantire la sicurezza e in ultima istanza la sopravvivenza di Israele, appare meno salda in questo frangente.
Qual è l'opposizione a Netanyahu all'interno di Israele
Spinte dalla campagna elettorale, le opposizioni hanno attaccato il premier proprio sul suo terreno.
Lunedì, alla Knesset, il leader dell'opposizione Yair Lapid - che si è di nuovo alleato in vista del voto con l'ex premier e alleato di Netanyahu, Naftali Bennett - ha parlato della direzione presa dal premier come "uno scontro diretto e distruttivo con il nostro più grande alleato, oppure una resa sottomessa degli interessi israeliani".
Per Lapid nel "momento della verità con l'Iran" l'esercito ha vinto la battaglia ma il premier "ha perso". "Il governo si è dimostrato ancora una volta incapace di tradurre tutto ciò in risultati concreti in materia di sicurezza", ha aggiunto Bennett.
Sulla stessa linea di un accordo insoddisfacente si sono posti un altro leader di destra, ed ex ministro di Netanyahu, Avigdor Lieberman, e l'ex capo di stato maggiore Gadi Eisenkot, divenuto un politico molto popolare che tra il 2023 e il 2024 si è accordato con Netanyahu per un esecutivo di unità nazionale, salvo poi lasciarlo.
L'attuale governo è criticato per avere subito l'attacco di Hamas il 7 ottobre del 2023 e per non avere risolto del tutto la minaccia posta dalla Striscia dopo due anni di guerra, costati oltre 70mila morti.
Gli stessi militari ritengono che non sia sostenibile mantenere contemporaneamente una presenza dell'esercito a Gaza e nelle "zone cuscinetto" create nel sud della Siria e del Libano, per quanto la maggioranza degli israeliani si sia a favore di questa misura il ministro della Difesa Katz l'abbia confermata.
D'altra parte Netanyahu è sotto pressione dei membri del proprio governo, in primis da quell'Itamar Ben-Gvir, attuale ministro per la Sicurezza nazionale, che ha dichiarato che Israele "non deve sentirsi obbligato dall'accordo di Trump" con l'Iran dal momento "che non garantisce la sicurezza" del Paese.
Si vedrà a breve se varranno in qualche modo le rassicurazioni del vice di Trump. "Siamo fermamente convinti che, quando il popolo israeliano comprenderà il contenuto di questo accordo, lo vedrà come una via verso un nuovo Medio Oriente, verso la pace e la prosperità in quella regione", ha affermato in una serie di interviste il vicepresidente statunitense, JD Vance.