La Nato sta osservando il suo membro più grande e importante che pensa a come rimodellare i confini usando la diplomazia, l'influenza economica o la forza militare. Cosa sceglierà di fare Trump?
Tornato alla Casa Bianca promettendo di essere un “presidente di pace”, degno persino di un Premio Nobel, Donald Trump continua a rivendicare che le sue azioni puntano alla stabilità globale. Eppure, le mosse della nuova amministrazione statunitense sollevano interrogativi sempre più pressanti tra alleati e osservatori internazionali.
Dopo le pressioni sul Venezuela e i segnali di rinnovata attenzione verso Cuba, Trump ha rilanciato in modo esplicito l’interesse degli Stati Uniti per la Groenlandia, arrivando a sostenere la necessità di un controllo americano sull’intera isola. Secondo il presidente, l’Artico sarebbe sempre più affollato da navi cinesi, una minaccia che renderebbe indispensabile un rafforzamento della presenza statunitense nella regione. In questo contesto, Trump ha ironizzato sulle capacità difensive della Danimarca, ridicolizzandole come insufficienti.
La realtà sul terreno, tuttavia, appare più complessa. La Groenlandia ospita già una strategica base spaziale statunitense, mentre Copenaghen ha intensificato negli ultimi anni la propria presenza militare e la cooperazione con la Nato, anche attraverso esercitazioni su larga scala nell’Artico. Parallelamente, lo scioglimento dei ghiacci sta aprendo nuove rotte marittime e facilitando l’accesso a giacimenti di terre rare, risorse fondamentali per l’industria tecnologica globale e per la transizione energetica.
È proprio su questo punto che emergono i sospetti di molti analisti: per Washington la partita non riguarda solo la sicurezza, ma anche il controllo delle risorse strategiche. Uno schema che, secondo alcuni osservatori, richiama precedenti interventi statunitensi in America Latina, dove interessi geopolitici e accesso alle materie prime sono spesso andati di pari passo.
Sul piano diplomatico, la Casa Bianca ha adottato una strategia informale e aggressiva. L’inviato di Trump per il dossier groenlandese, Jeff Landry, avrebbe progressivamente messo da parte i canali ufficiali con la Danimarca, preferendo contatti diretti con le comunità locali, puntando su temi apparentemente innocui come caccia, pesca e tradizioni locali. Un approccio che può sembrare conciliante, ma che molti leggono come un tentativo di aggirare le autorità centrali.
Nel frattempo, dopo il recente raid a Caracas, Washington ha ribadito che l’opzione militare “resta sempre sul tavolo”, alimentando ulteriori timori su un possibile ricorso alla forza anche in altri contesti.
Le reazioni in Europa non si sono fatte attendere. Diversi leader hanno espresso irritazione e preoccupazione, sottolineando che i confini e la sovranità degli Stati non sono negoziabili, soprattutto tra alleati della Nato. Il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha ribadito con fermezza questo principio, riflettendo un malcontento diffuso nelle capitali europee.
Resta così una domanda scomoda sul tavolo della diplomazia occidentale: se gli Stati Uniti possono minacciare l’annessione di una parte del territorio di un alleato storico, quanto è solido il concetto stesso di alleanza? In un mondo segnato da crescenti tensioni geopolitiche, la linea tra difesa della sicurezza e affermazione del potere appare sempre più sottile.