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Ue prova a voltare pagina sull'allargamento dopo il "No" dell'Islanda a nuovi negoziati

La commissaria europea all'Allargamento Marta Kos al Consiglio Affari generali informale a Dublino, Irlanda, il 4 settembre 2026.
La commissaria europea all'Allargamento Marta Kos al Consiglio Affari generali informale a Dublino, in Irlanda, il 4 settembre 2026. Diritti d'autore  European Union
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Di Luca Bertuzzi
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Gli Alti funzionari dell'Ue minimizzano l'impatto del referendum islandese dichiarando che lo slancio all'argamento non si ferma. I ministri dei Paesi membri e candidati si riuniscono a Dublino per discutere sulle garanzie democratiche aperte e le elezioni nazionali alle porte

I vertici dell'Unione Europea provano a voltare pagina dopo il referendum con cui l'Islanda ha bocciato la ripresa dei negoziati d'adesione. Nel corso di un vertice ad alto livello a Dublino, promosso dalla presidenza di turno irlandese del Consiglio dell'UE, i ministri degli Affari europei degli Stati membri e dei Paesi candidati si sono riuniti per riaffermare che la strategia di espansione del blocco resta pienamente in atto.

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Sabato scorso gli elettori islandesi hanno respinto con un margine risicato (il 52,8% di "no" contro il 47,2% di "sì") la riapertura dei colloqui con Bruxelles, congelati dal 2013. Un colpo d'arresto significativo per le ambizioni comunitarie, soprattutto nei confronti delle nazioni europee più ricche.

La replica della Commissione: "Non siamo solo un mercato unico"

Interpellata sull'eventuale perdita di attrattiva dell'Unione, la commissaria all'Allargamento Marta Kos ha smentito con decisione questa interpretazione, ricordando che negli ultimi otto mesi si sono registrati più progressi nell'ingresso di nuovi membri che nei 25 anni precedenti.

"Questo ritmo serrato proseguirà anche in autunno", ha assicurato Kos. "Mi rammarico per la scelta degli islandesi, che fanno già parte del mercato unico e dello spazio Schengen. Ma la nostra Unione è molto più di questo. Noto una tendenza a ridurla a semplice comunità economica, ma non è affatto la sua essenza", ha aggiunto la commissaria, richiamando l'esigenza di preservare l'unità europea di fronte alle minacce alla sicurezza provenienti dalla Russia.

Kos ha evidenziato che la decisione sul futuro resta nelle mani dei cittadini di Reykjavík, ricordando tuttavia l'evoluzione dell'opinione pubblica locale: nel 2010 i favorevoli all'ingresso nell'UE erano appena il 19%, contro il 47% registrato nell'ultima consultazione.

Sulla stessa linea il ministro irlandese per gli Affari europei e la Difesa, Thomas Byrne: "Gli islandesi hanno espresso la loro volontà e non possiamo che prenderne atto. Ciò non incide sul nostro lavoro: i Paesi candidati stanno procedendo a pieno ritmo".

I dossier aperti: Montenegro, Albania, Ucraina e Moldova

A margine dell'incontro, Byrne ha ridimensionato l'impatto del voto islandese sul percorso degli altri aspiranti membri, citando i passi avanti compiuti da Montenegro, Albania, Moldova e Ucraina.

Il ministro ha chiarito che l'esito del referendum islandese è stato condizionato da specificità locali — in primis la tutela dell'industria alieutica e della pesca — e ha ricordato che l'isola rimarrà comunque integrata nello Spazio economico europeo.

Nel frattempo, la tabella di marcia di Bruxelles prosegue:

  • Montenegro: è in pole position per diventare il 28º Stato membro entro il 2028.
  • Albania: segue a breve distanza nel percorso di integrazione.
  • Ucraina e Moldova: hanno già aperto quest'anno due cluster negoziali fondamentali.

Interrogato sulle possibili incognite legate al ciclo elettorale del 2027 — che vedrà le urne aperte in Paesi chiave come Francia, Italia, Spagna e Polonia — Byrne ha escluso battute d'arresto.

Nemmeno di fronte ai sondaggi francesi che danno in testa la leader del Rassemblement National, Marine Le Pen, storicamente euroscettica e contraria all'ampliamento del blocco: "Le elezioni sono imprevedibili, non dovremmo dare un peso eccessivo alle rilevazioni in questa fase", ha chiosato il ministro.

Riforme e clausole di salvaguardia democratica

L'agenda di Bruxelles punta ora alle riforme interne. Entro la fine del mese la Commissione europea presenterà un piano strutturale per adeguare le istituzioni comunitarie a un'Unione allargata e migliorare l'integrazione dei candidati. Il documento sarà al centro del vertice dei leader dell'UE in programma il 15 e 16 ottobre.

Tra i temi caldi del vertice di Dublino vi è anche l'introduzione di garanzie vincolanti per prevenire derive autoritarie o arretramenti sullo stato di diritto nei futuri Paesi membri. Si tratta di una proposta promossa da cinque Stati fondatori, nata dall'esperienza accumulata durante i governi di Viktor Orbán in Ungheria.

"Dall'allargamento del 2004 abbiamo capito che non sempre possiamo dare per scontato che i nuovi membri rispettino lo stato di diritto e il principio di leale cooperazione", ha ammesso Marta Kos, precisando che tali clausole saranno temporanee e non creeranno Paesi di serie B.

Un'impostazione accolta favorevolmente anche dai Paesi candidati. Petar Marković, capo della missione del Montenegro presso l'UE, ha dichiarato che il suo Governo sostiene l'introduzione di controlli più rigidi, a patto che si basino su "criteri oggettivi e trasparenti per valutare le violazioni sistematiche degli standard democratici".

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