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In Bielorussia Euronews è vietato: chi censura i media teme la verità

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Di Holger Mann (SPD), Mitglied des Bundestages und Mitglied im Bundestags-Ausschuss für Kultur und Medien
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Il divieto di Euronews in Bielorussia mostra che nella competizione tra sistemi e autocrazie è in gioco l’accesso a informazioni indipendenti. Lo scrive l’esponente SPD Holger Mann in un commento su Euronews: "i media liberi non sono un lusso, ma la base della democrazia"

La Bielorussia ha classificato la scorsa settimana il sito web di Euronews – come già molti altri prima – come "media estremista". Ciò che a prima vista sembra un semplice atto amministrativo è in realtà una dichiarazione di guerra aperta alla stampa libera, oltre che un'ammissione della propria debolezza.

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Euronews non è né un foglio di propaganda radicale né una macchina di disinformazione. È un mezzo di informazione riconosciuto, che lavora secondo i principi del giornalismo e raggiunge milioni di persone in tutta Europa. Ed è proprio questo a renderlo pericoloso per il leader bielorusso Alexander Lukashenko. Non perché Euronews menta, ma perché fornisce informazioni oggettive in 12 lingue diverse.

La censura è una confessione

Chi ricorre alla censura, chi oscura siti web e criminalizza i loro utenti, così come le giornaliste e i giornalisti, ammette involontariamente di voler tenere la propria popolazione al riparo da un'informazione libera, e in caso di dubbio dalla verità su se stesso. Un regime davvero sicuro di sé non temerebbe la cronaca. La sopporterebbe. Minsk preferisce invece bloccare la fonte.

Non si tratta di una peculiarità bielorussa, ma della logica di ogni autocrazia: l'informazione è potere e chi controlla le informazioni, e quindi il controllo del racconto all'interno del proprio Paese, detiene un potere assoluto. Proprio per questo autocrati come Lukashenko ricorrono a blocchi tecnici non appena un'informazione libera mette in pericolo la loro narrazione.

Il tempismo non è casuale

Non serve essere esperti di Cremlino per capire che questa decisione non cade nel vuoto. La Bielorussia da tempo non è più un osservatore neutrale della guerra contro l'Ucraina, ma un volenteroso esecutore della volontà di Mosca. Dalla messa a disposizione del proprio territorio delle truppe russe fino all'adozione delle narrazioni russe nella propria politica: è plausibile che il blocco di Euronews non riguardi soltanto la Bielorussia, ma miri a impedire qualsiasi accesso libero a informazioni su una guerra che per il Cremlino è ormai diventata un disastro sanguinoso e costoso.

Là dove la popolazione viene a sapere quanto è alto il prezzo reale di questa guerra – in termini di vite umane, di struttura economica, di isolamento internazionale – la situazione si fa scomoda per gli autocrati. Così si preferisce spegnere la fonte invece di correggere la propria politica. Minsk assume volentieri il ruolo di guardiano dell'informazione per Mosca, perché entrambi i regimi perseguono lo stesso obiettivo: fare in modo che le loro popolazioni sappiano il meno possibile di ciò che accade davvero.

Un Paese che ha trasformato la detenzione politica in sistema

Questa decisione si inserisce senza soluzione di continuità in un modello che caratterizza la Bielorussia da anni. In Bielorussia, secondo l'ultimo rapporto delle Nazioni Unite, ci sono più prigionieri politici pro capite che in qualsiasi altro Paese. Chi esprime pubblicamente critiche, chi protesta, chi fa o sostiene un giornalismo indipendente rischia il carcere, spesso in condizioni disumane e senza un giusto processo. Il blocco di Euronews non è quindi un dettaglio marginale, ma un altro tassello nell'architettura di uno Stato autoritario che ha smantellato sistematicamente la libertà di espressione.

Nel frattempo la pressione sulla popolazione bielorussa continua a crescere. Il 1º luglio sono stati liberati altri 28 prigionieri politici, le cui pene detentive nelle colonie penali stavano per terminare, ma le repressioni si stanno estendendo a fasce sempre più ampie della società. Famiglie, comunità religiose e persone che si riuniscono privatamente in luoghi pubblici finiscono sempre più spesso nel mirino del governo bielorusso.

Dopo aver criminalizzato il giornalismo indipendente bielorusso per limitare l'accesso all'informazione all'interno della popolazione, il controllo viene ora esteso fino alla sfera privata delle persone.

Quando un regime con un simile curriculum arriva anche a dichiarare i media d'informazione europei come "estremisti", questo dice più sulla natura di quel regime che su Euronews. È un tentativo disperato di mantenere in vita una bolla informativa che è già piena di falle, non da ultimo perché le persone in Bielorussia, nonostante tutti i rischi, continuano a trovare modi per informarsi.

Cosa significa per l'Europa

Per noi in Germania e in Europa questa notizia è molto più di una breve nota di agenzia. Mostra in modo esemplare qual è il cuore del confronto tra sistemi con le autocrazie: non solo il controllo del territorio e delle armi, ma la domanda se le persone abbiano o meno accesso a un'informazione indipendente. I media liberi non sono un bene di lusso delle società democratiche, ma la loro condizione di base.

È quindi giusto che la Germania e l'Unione europea sostengano redazioni come Euronews e offrano un aiuto concreto a chi è colpito – siano essi giornaliste e giornalisti o persone che vogliono semplicemente restare informate – ad esempio fornendo strumenti tecnici per accedere comunque ai contenuti bloccati. È altrettanto importante affrontare chiaramente episodi come questo nel dialogo diplomatico e politico con la Bielorussia.

Chi proibisce le notizie non ottiene così il controllo sulla verità, dimostra soltanto quanto ne abbia paura. Questa paura è un segno di debolezza, non di forza.

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