Il caso della morte del 42enne marocchino a Bologna divide opinione pubblica e politica. Immagini delle bodycam e di testimoni ricostruiscono la dinamica e le possibili responsabilità degli agenti. Intanto il governo Meloni tira dritto sulla sicurezza: nuove norme su imputabilità dei minori
La morte di un uomo di origine marocchina durante un fermo di polizia, a Bologna scorsa domenica, spacca la politica e l'opinione pubblica in Italia, via via che vengono pubblicate dai media locali le immagini dell'accaduto ricomponendone la dinamica.
Mentre il governo Meloni e recenti norme difendono l'operato delle forze dell'ordine, e l'opposizione protesta in piazza per la morte di Abderrahim Fakir, la famiglia dell'uomo torna a chiedere giustizia.
Cosa mostrano i nuovi video su Fakir
Uno spezzone del video girato dalla bodycam di uno dei due agenti coinvolti nel fermo, e trasmesso in esclusiva giovedì dal Tg1, mostra un contatto tra Fakir e un'altra persona prima dell'intevento dei poliziotti.
Nelle immagini si vedono infatti le mani degli agenti sia sul 42enne marocchino (da oltre 30 in Italia) che aveva dato in escadescenze, sia su un altro uomo con una maglietta bianca.
Il video è stato girato con una bodycam che l'agente aveva comprato in forma privata, proprio per garantirsi da contestazioni sul proprio operato, come diversi membri delle forze dell'ordine ormai fanno in attesa delle dotazioni del Ministero dell'Interno, ha fatto sapere il legale dei due agenti.
Altre immagini pubblicate dall'ANSA e dall'emittente LA7 completano la ricostruzione del fermo durato quasi 40 minuti. L'attenzione pubblica si è appuntata infatti anche sul protocollo di intervento degli operatori sanitari e sulle ripetute grida di aiuto di Fakir, che a un certo punto perde coscienza e viene rianimato, ma con le mani legate dietro la schiena e in posizione prona, un procedura che viene criticata da più parti.
Nei video si vede Fakir legato con fascette alle caviglie e braccia dietro la schiena e attorniato da 4 soccorritori della Croce Rossa. che praticano compressioni toraciche e ventilazione.
"Il volto è insanguinato e ha macchie marroni scure per lo spray al peperoncino spruzzato da molto vicino. La rianimazione avviene mentre è ancora legato", dice il legale della famiglia Fakir, Fabio Anselmo.
Meloni e la maggioranza difendono l'operato della polizia
La maggioranza di governo ha compattamente difeso gli agenti e la necessità di tutelare l'ordine pubblico, senza risparmiare critiche al sindaco di Bologna, Matteo Lepore, e alla manifestazione convocata il giorno stesso della morte di Fakir degenerata poi in sporadica violenza.
La linea securitaria dell'esecutivo è proseguita anche con l'approvazione di norme severe per i minorenni che delinquono. Venerdì è stato licenziato un disegno di legge che cambia i termini dell'imputabilità per chi ha tra i 14 e i 18 anni.
"Oggi la imputabilità del minore deve essere accertata positivamente caso per caso perché c'è una sorta di presunzione di non imputabilità", ha spiegato il ministro della Giustizia Carlo Nordio, "con questa norma invertiamo l'onere della prova".
La stessa premier Meloni ha spiegato il decreto in un messaggio sui social media.
Il timore che l'Italia viva il "modello ICE" degli Usa
Nordio e il ministro dell'Interno, Matteo Piantedosi, hanno sminuito lo "scudo penale" applicato agli agenti, che prevede solo un'annotazione e non l'iscrizione nel registro degli indagati per chi agisca con una giustificazione professionale, come accaduto in questo caso.
Resta tuttavia in Italia il timore diffuso di una degenerazione violenta delle forze dell'ordine, sulla scia di quanto accaduto nei mesi scorsi in varie città americane, dove gli agenti dell'Immigration and Customs Enforcement (ICE) hanno ucciso diverse persone.
Dopo la nipote che ha parlato in piazza durante la manifestazione di domenica, chiedendo giustizia è stata la volta della moglie dell'uomo, residente in Marocco.
"Questo è un crimine contro l'umanità, un crimine terribile. Oggi è toccato a lui, domani potrebbe succedere ai nostri figli", ha detto la donna intervistata dall'emittente marocchina Chouftv.
"Io conoscevo bene mio marito, eravamo sposati da 13 anni" prosegue la moglie di Fakir "era una persona normale e l'hanno ammazzato così, senza motivo".