Il Dicastero per la Dottrina della Fede dichiara la scomunica latae sententiae per i vertici della Fraternità San Pio X dopo le ordinazioni episcopali non autorizzate. Il caso riapre la frattura storica con Roma
Il Vaticano ha dichiarato la scomunica automatica per i principali esponenti della Fraternità Sacerdotale San Pio X, i lefebvriani, dopo la controversa ordinazione di quattro nuovi vescovi avvenuta senza mandato pontificio. Il decreto, emanato dal Dicastero per la Dottrina della Fede e firmato dal prefetto Víctor M. Fernández, definisce l’atto come “di natura scismatica” e richiama le sanzioni previste dal diritto canonico per il reato di scisma.
Nel provvedimento vengono dichiarati colpiti da scomunica latae sententiae il vescovo Alfonso de Galarreta, insieme ai nuovi presuli Pascal Schreiber, Michael Goldade, Michel Poinsinet de Sivry e Marc Hanappier. Una seconda sanzione riguarda anche il vescovo Bernard Fellay, indicato come conconsacrante e quindi partecipe diretto dell’atto ritenuto illecito dalla Santa Sede.
Il decreto ammonisce inoltre fedeli e chierici a non aderire alla posizione della Fraternità, avvertendo che anche la semplice partecipazione allo scisma comporterebbe la medesima pena canonica.
La consacrazione e la rottura con Roma
La decisione arriva dopo la celebrazione episcopale avvenuta a Écône, in Svizzera, presieduta da de Galarreta, nonostante un appello diretto del Pontefice a sospendere l’iniziativa. Le ordinazioni sono state effettuate senza approvazione pontificia, elemento che secondo il diritto canonico costituisce una delle violazioni più gravi nell’ambito ecclesiale.
Durante la cerimonia, il superiore generale della Fraternità, don Davide Pagliarani, ha difeso l’atto sostenendo che la comunità non intenderebbe separarsi dalla Chiesa, ma “servirla nella tradizione”, ribadendo la legittimità della propria linea dottrinale.
La posizione ufficiale della Fraternità Sacerdotale San Pio X resta però in netto contrasto con quella della Santa Sede, che considera l’ordinazione senza mandato pontificio un atto di rottura della comunione ecclesiale.
Nei giorni precedenti la cerimonia, il Papa aveva inviato un appello diretto alla Fraternità chiedendo di fermare l’iniziativa e ricordando il rischio di una frattura irreversibile. Nel messaggio, il Pontefice aveva ribadito la disponibilità a proseguire il dialogo, invitando i responsabili a “tornare sui propri passi” per evitare conseguenze canoniche e pastorali.
Secondo il Vaticano, infatti, una separazione formale priverebbe i fedeli dei sacramenti in forma lecita e aprirebbe una nuova fase di tensione ecclesiale.
Un conflitto che arriva da lontano
La vicenda si inserisce in una storia di rapporti complessi tra la Fraternità e Roma. Il movimento tradizionalista, fondato da Marcel Lefebvre nel 1970, nasce in opposizione a diverse riforme del Concilio Vaticano II, in particolare alla riforma liturgica e all’uso delle lingue nazionali nella Messa.
La frattura più grave si era già consumata nel 1988, quando lo stesso Lefebvre ordinò quattro vescovi senza mandato pontificio, provocando una dichiarazione di scomunica poi parzialmente riconsiderata negli anni successivi.
Il tentativo di riconciliazione fu intrapreso da Papa Benedetto XVI e ha rappresentato il momento di massima apertura della Santa Sede per sanare lo scisma con la Fraternità Sacerdotale San Pio X (FSSPX).
Tra il 2007 e il 2009 la strategia di Joseph Ratzinger si è sviluppata lungo due direttrici complementari.
Da un lato, il motu proprio Summorum Pontificum del 7 luglio 2007 ha liberalizzato la celebrazione della Messa secondo il rito preconciliare, stabilendo la coesistenza di due forme dell’unico rito romano, con il Messale di Paolo VI come forma ordinaria e quello di Giovanni XXIII del 1962 come forma straordinaria, chiarendo inoltre che quest’ultimo non era mai stato giuridicamente abrogato e consentendo a qualsiasi sacerdote di rito latino di celebrarlo senza necessità di autorizzazioni specifiche.
Dall’altro, il 21 gennaio 2009 è arrivata la revoca della scomunica latae sententiae che colpiva i quattro vescovi ordinati nel 1988 da monsignor Lefebvre, un gesto di distensione volto a favorire il dialogo teologico e a rimuovere uno dei principali ostacoli canonici, pur senza determinare automaticamente la piena ricomposizione della comunione ecclesiale, poiché i vescovi lefebvriani restavano privi di un riconoscimento canonico effettivo fino a un’eventuale adesione integrale al magistero del Concilio Vaticano II.
Tuttavia, nonostante questi passi, i successivi tentativi di confronto non hanno portato a una piena regolarizzazione istituzionale della Fraternità, frenati dalle persistenti divergenze dottrinali sui testi conciliari, e negli anni seguenti il quadro si è ulteriormente modificato con un progressivo irrigidimento sul fronte liturgico, fino alle restrizioni introdotte da Papa Francesco sull’uso del rito antico nel contesto della tutela dell’unità ecclesiale.
Secondo il Vaticano, il caso attuale riapre una ferita già mai completamente sanata. Le autorità ecclesiastiche sottolineano come l’atto rappresenti una violazione grave dell’unità della Chiesa cattolica, mentre la Fraternità insiste nel definire la propria azione come un tentativo di “ricucire la tradizione” più che di rompere con Roma.
Resta ora da capire se lo strappo porterà a una nuova fase di isolamento canonico o se verranno riaperti canali di mediazione tra le parti, in una delle crisi più delicate degli ultimi anni per la Chiesa cattolica.