L’accusa è detenzione di esplosivi e danneggiamento con l'aggravante del metodo mafioso. Secondo il gip avrebbero agito tutti su mandato di una persona ancora non identificata ma non è ancora "acclarata la finalità di uccidere"
I carabinieri hanno arrestato i presunti esecutori dell'attentato dinamitardo contro Sigfrido Ranucci, giornalista di punta della tv pubblica e conduttore del programma d'inchiesta Report, nell’autunno dello scorso anno nella sua abitazione vicino Pomezia, non lontano dalla Capitale.
Quattro le misure cautelari per porto in luogo pubblico e uso di ordigno esplosivo, minaccia e danneggiamento, aggravati dall’avere agito in più di cinque persone e con modalità di stampo mafioso.
Il gruppo avrebbe operato su commissione, in cambio di alcune migliaia di euro.
Chi sono i presunti esecutori dell'attentato al giornalista d'inchiesta Ranucci
Si tratta di una giovane coppia residente ad Avella, Pellegrino D'Avino, fermato dai carabinieri del reparto operativo a Roma e trasferito nel carcere di Rebibbia; di sua moglie, Marika De Filippi, agli arresti domiciliari nella sua abitazione di Avella; Saverio Mutone, residente a Sperone, a pochi chilometri da Avella; e di Antonio Passariello, 53 anni, originario di Cicciano (Napoli).
Qual è la ricostruzione degli inquirenti dell'attentato al conduttore di Report
Secondo il gip hanno agito "tutti, su mandato di persona allo stato non identificata, nel preparare e programmare l’azione criminosa". Nel dettaglio Passariello ha procurato l’auto e gli altri tre hanno effettuato sopralluoghi nei giorni che hanno preceduto l’attentato.
Poi Passariello e Mutone hanno eseguito il compito di "posizionare e far deflagrare l’ordigno esplosivo di cui sopra davanti l’abitazione di Sigfrido Ranucci".
Secondo la ricostruzione degli inquirenti, il gruppo di delinquenti comuni aveva comunque già agito per commissione in altre situazioni ma il giudice sottolinea che "deve evidenziarsi che, nel caso di specie, anche le modalità di collocazione dell’ordigno non consentono di acclarare la finalità di uccidere".
Come ha commentato gli arresti Sigfrido Ranucci
In un'intervista rilasciata al quotidiano La Repubblica, il giornalista e conduttore tv ha dichiarato: "Aspettavo questo momento dal giorno dell’attentato, non avevo dubbio che arrivasse (...) Da quello che ho capito c'è chi ha organizzato, chi è stato complice, chi ha fornito assistenza legale, chi ha provato a distruggere le sim”.
E ha concluso con una nota di relativa positività: "Però questa storia mi sembra che dimostri ancora una volta che c’è una parte di Stato che funziona, che tutela i suoi cittadini, che fa bene il proprio mestiere. Per fortuna”.
Come entra il clan Moccia di Afragola nelle indagini per l'attentato
In una mail anonima, inviata lo scorso 6 aprile al pm di Roma Carlo Villani, si fa il nome di Antonio Passariello come esecutore dell'attentato. Un'azione che sarebbe stata compiuta senza informare il gruppo criminale a lui riconducibile.
Nel messaggio, riportato dall'agenzia Adnkronos come citato nell'ordinanza cautelare, l'autore scrive che Antonio si sarebbe fatto accompagnare da un ragazzo di nome Luca, domiciliato presso la sua abitazione.
Nel testo si affermava che i due si vantavano ''dalla mattina alla sera'' di avere fatto esplodere la bomba ''per conto del clan Moccia''. Dall'ordinanza del gip però emerge che ''allo stato, non è stata riscontrata alcuna appartenenza di Passariello al contesto criminale del clan Moccia di Afragola''
La solidarietà dei sindacati dei giornalisti
La Federazione nazionale della stampa italiana ha rilasciato una nota in cui dichiara di essere pronta a costituirsi parte civile nell'eventuale processo a carico delle quattro persone arrestate per l'attentato a Sigfrido Ranucci.
Aggiungendo che "la Fnsi è consapevole che l'inchiesta non sia ancora terminata, ci auguriamo che quanto prima si possa arrivare a nuovi sviluppi ma anche all'individuazione dei mandanti e delle motivazioni del gesto contro il giornalista".
Anche l'Usigrai affida a un comunicato la "soddisfazione dei passi avanti nelle indagini sull’attentato", sottolineando che si voleva colpire "l’intero mondo del giornalismo d’inchiesta e l’articolo 21 della Costituzione, confermando i timori espressi dai principali osservatori internazionali che collocano l’Italia sempre più in basso nelle classifiche sulla libertà di stampa".