Nuova svolta nelle indagini per la bomba esplosa sotto casa del giornalista Sigfrido Ranucci lo scorso ottobre. Dopo l'arresto di quattro presunti esecutori materiali la scorsa settimana, si indaga su Valter Lavitola, considerato il presunto mandante. Individuato anche un presunto intermediario
"Per me Valter è un amico, dal 2019 ci sentivamo quasi tutti i giorni. Sono sconvolto, sconcertato, non so che cosa pensare, se non che mi affido alle indagini della Procura e dei Carabinieri. In questo momento non mi sento di rilasciare altre dichiarazioni".
Così il giornalista e conduttore del programma d'inchiesta Report, Sigfrido Ranucci, ha espresso ai giornalisti stupore alla notizia delle indagini della Procura di Roma a carico dell'imprenditore Valter Lavitola, ritenuto dagli inquirenti il mandante dell'attentato dello scorso ottobre ai danni del giornalista.
Lavitola è indagato insieme ai quattro presunti esecutori materiali, arrestati la scorsa settimana, per detenzione, porto e uso di ordigno esplosivo, minaccia e danneggiamento, aggravati dal metodo mafioso e strage.
Ranucci: "Posso solo pensare che non avrebbe voluto far del male a me e alla mia famiglia"
I carabinieri del Nucleo operativo di Roma e Frascati hanno perquisito l'abitazione di Lavitola sequestrado telefoni cellulari, computer, dispositivi elettronici e documenti, in base a quanto disposto dal decreto dei pm della Direzione distrettuale antimafia (Dda) del 4 luglio, per ricostruire eventuali legami con i presunti esecutori.
I fatti risalgono al 16 ottobre, quando una bomba è esplosa davanti la casa di Ranucci a Campo Ascolano, una frazione di Pomezia, distruggendo due automobili di proprietà del giornalista e il cancello dell'abitazione.
Parlando con il Corriere della Sera, il giornalista di Report ha dichiarato che può "solo pensare che lui non avrebbe mai voluto fare del male a me e alla mia famiglia" e ha ipotizzato "un gesto trasversale". Ranucci non ha mai nascosto il rapporto di amicizia con Lavitola, affermando di andare spesso a mangiare nel ristorante da lui gestito, e di aver intrattenuto rapporti con l'imprenditore anche per ottenere informazioni.
"Sicuramente lui non poteva sapere quella sera quando sarei tornato a casa. Ho riletto i messaggi che ci siamo scambiati, non credo che siano dettagli. Però è anche vero che bisogna aspettare ulteriori sviluppi nelle indagni", ha dichiarato Ranucci al Corriere.
Clesio Tavares indagato come intermediario: il presunto sopralluogo davanti casa di Ranucci e i legami con Lavitola
Si indaga anche su Gomes Clesio Tavares, cittadino del Camerun di 47 anni, ritenuto dagli inquirenti l'intermediario tra gli esecutori materiali e l'imprenditore. Secondo quanto emerge dal decreto della Dda, Lavitola avrebbe chiesto a Clesio Tavares di "individuare soggetti in grado di reperire esplosivo e farlo esplodere davanti all'abitazione del giornalista". I due avrebbero inoltre effettuato un sopralluogo vicino l'abitazione di Ranucci un mese prima dell'attentato.
Il rientro di Tavares in Italia sarebbe stato voluto proprio da Lavitola, secondo quanto emerso dalle conversazioni intercettate tra il 47enne e la sua compagna. L'imprenditore gli avrebbe inoltre garantito assistenza legale e si sarebbe "interessato" al suo allontanamento dall'Italia in seguito all'attentato.
Dal 2017 Clesio Tavares, che ora si troverebbe in Camerun, risulta dipendente della società Cefalù, riconducibile a Lavitola, si legge nel decreto.
Nelle carte si legge poi che Pellegrino D'Avino, uno dei presunti autori materiali al momento in custodia nel carcere di Rebibbia, quando è stato sottoposto alla misura cautelare avrebbe detto al suocero di "avvisare Clesio Tavares affinché quest'ultimo avvisi 'quell'altro'", si presume Lavitola.
Lavitola è noto per essere stato oggetto di vari procedimenti giudiziari in passato, tra cui i più noti sono forse il tentativo di estorsione all'ex premier Silvio Berlusconi per cui è stato condannato in via definitiva, e il patteggiamento per una pena di circa tre anni per i fondi pubblici all’editoria incassati da L’Avanti, con la Corte dei Conti che ha chiesto la restituzione di 23 milioni di euro, o ancora, un’inchiesta per le presunti tangenti al presidente della Repubblica di Panama Ricardo Martinelli.