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La spinta di Trump pro-Usa divide le aziende, mentre l'Ue punta alla sovranità tecnologica

Il presidente Donald Trump attraversa il prato sud della Casa Bianca, venerdì 15 maggio 2026, a Washington, di ritorno da Pechino.
Il presidente Donald Trump attraversa il South Lawn della Casa Bianca, venerdì 15 maggio 2026, a Washington, di ritorno da Pechino. Diritti d'autore  AP Photo/Jacquelyn Martin
Diritti d'autore AP Photo/Jacquelyn Martin
Di Luca Bertuzzi
Pubblicato il
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La spinta aggressiva di Trump per gli interessi aziendali Usa in Europa divide il business americano e accelera la corsa dell’Ue a tagliare le dipendenze esterne, offrendo alle imprese europee una rara occasione sui mercati finora dominati dai colossi statunitensi

Da quando Donald Trump è tornato alla Casa Bianca nel gennaio 2025, la sua amministrazione porta avanti una politica commerciale aggressiva, imponendo dazi all’Ue e ad altri partner per ottenere accordi più favorevoli.

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Nell’ambito di questa strategia, Washington ha criticato duramente le norme europee ritenute dannose per gli interessi statunitensi e ha raccolto attivamente le lamentele delle aziende americane, da usare come argomenti nelle dispute diplomatiche con i funzionari dell’Ue.

Eppure gli scontri pubblici tra l’amministrazione Trump e l’Europa, il principale partner commerciale degli Stati Uniti, hanno diviso le imprese americane. Molte temono che queste tensioni possano portare a una più ampia revisione delle condizioni di accesso al mercato Ue.

Nel frattempo le aziende europee cercano di capitalizzare il crescente clima di sfiducia che si sta consolidando durante il secondo mandato di Trump, sperando che si traduca in nuove opportunità commerciali.

Approcci divergenti

Sul ruolo di Washington nella difesa degli interessi delle imprese statunitensi, le aziende americane si dividono grosso modo in due campi.

Le società che seguono strategie aziendali più assertive sono state rapide a sollevare direttamente le proprie preoccupazioni con i funzionari statunitensi, soprattutto nei casi in cui Bruxelles viene percepita come un freno alle loro attività in Europa.

Al contrario, una quota significativa di aziende considera la linea conflittuale dell’amministrazione controproducente e preferisce un approccio più conciliante, che privilegi stabilità e continuità.

Questa frattura rispecchia da vicino la storia delle imprese in Europa. I nuovi arrivati sul mercato tendono più facilmente ad affidarsi al sostegno di Washington. Le società presenti da decenni, con una fitta rete di rapporti nei mercati europei, preferiscono la diplomazia allo scontro aperto.

Anche il posizionamento di mercato è un fattore chiave: le aziende rivolte al consumatore finale sono spesso più combattive, mentre le imprese integrate nelle infrastrutture critiche e nei servizi essenziali adottano di solito toni più cauti.

Nonostante queste differenze, tutti si confrontano però con la stessa realtà di fondo: la sfiducia sta diventando una caratteristica strutturale dei rapporti transatlantici.

Dipendenze trasformate in arma

Le aziende statunitensi da tempo sfruttano l’influenza politica del proprio governo. L’amministrazione Trump ha reso questa dinamica più visibile e, in alcuni casi, l’ha spinta fino al limite, al punto da suscitare reazioni di ritorno.

Nel dicembre 2024 il segretario di Stato Marco Rubio ha sanzionato cinque cittadini europei accusati di favorire la censura online ai danni delle piattaforme social statunitensi, tra cui X di Elon Musk. Tra loro figurava l’ex commissario europeo Thierry Breton, uno dei principali sostenitori della regolamentazione delle piattaforme.

Dal punto di vista europeo, un tema ancor più rilevante è la crescente preoccupazione per la “trasformazione in arma” di servizi divenuti essenziali nella vita quotidiana, dal software per ufficio alle piattaforme digitali, fino ai sistemi di pagamento.

Dopo che la Corte penale internazionale ha emesso un mandato di arresto per il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, l’amministrazione statunitense ha sanzionato diversi funzionari della Cpi, che sono stati improvvisamente esclusi da numerosi servizi basati negli Stati Uniti. Tra questi, carte di credito Visa e Mastercard, servizi logistici come Ups, piattaforme di viaggio come Expedia e app come Uber e Amazon.

L’ampiezza di queste misure ha messo in luce il livello di dipendenza dell’Europa dall’infrastruttura digitale statunitense, spingendo alcuni governi ad accelerare i piani per sostituire strumenti come Zoom e Microsoft Office con alternative nazionali.

Richiesta di autonomia strategica

Il secondo mandato di Trump ha riacceso a Bruxelles il dibattito sulla “autonomia strategica”, l’idea secondo cui l’Europa deve ridurre la propria dipendenza da fornitori stranieri i cui servizi possono essere limitati o riconvertiti in arma nelle dispute geopolitiche.

Gli Stati membri dell’Ue restano divisi. Un fronte guidato dalla Francia spinge per un approccio più protezionista, favorevole a un sostegno diretto all’industria europea attraverso politiche economiche interventiste. Le economie più orientate all’export, come la Germania, hanno tradizionalmente difeso l’apertura dei mercati.

Tuttavia la politica estera dell’amministrazione Trump, più assertiva e talvolta imprevedibile, inclusa la retorica sulle rivendicazioni territoriali relative alla Groenlandia, ha spinto anche governi storicamente liberisti come quelli di Danimarca e Paesi Bassi a rivedere le proprie posizioni.

Un primo segnale di questo cambiamento è arrivato quando la Commissione europea ha assegnato un appalto pubblico da 180 milioni di euro per servizi cloud “sovrani” a una federazione di imprese europee, invece che a un fornitore di cloud statunitense.

"Il principale sviluppatore di business per il settore tecnologico europeo si trova a Washington", ha dichiarato Sebastiano Toffaletti, segretario generale della European Digital Sme Alliance.

A suo avviso, un approccio federato basato sull’interoperabilità tra i fornitori si adatta meglio al panorama tecnologico europeo, molto frammentato, perché riduce la dipendenza da un singolo operatore.

La sovranità nell’era Trump

Non esiste però una linea europea unitaria rispetto a questa nuova realtà geopolitica.

Le divergenze sull’estensione dell’autonomia strategica hanno già complicato il negoziato sull’Industrial accelerator act. I governi sono divisi tra chi vuole che gli appalti pubblici privilegino prodotti completamente “Made in Europe” e chi preferisce la formula più elastica “Made with Europe”, che includerebbe partner affidabili come Giappone e Regno Unito.

Un dibattito simile dovrebbe riemergere con il prossimo pacchetto “European tech sovereignty”, che dovrebbe concentrarsi sugli appalti pubblici nei settori strategici, a partire dalla difesa.

"L’amministrazione Trump offre alle aziende europee la possibilità di mettere un piede nella porta e dimostrare se le loro soluzioni funzionano davvero", ha affermato un rappresentante di una società statunitense, che ha chiesto l’anonimato.

"Tra qualche anno vedremo se queste soluzioni saranno efficaci. Ma il tema della sovranità resterà. Non è solo un rimedio temporaneo per l’era Trump", ha aggiunto il rappresentante.

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