Il 28 aprile la prima valutazione formale della Commissione europea sul Digital Markets Act (Dma) lo ha giudicato adeguato, rilevando effetti positivi su consumatori e concorrenza. Il Parlamento chiede di accelerare l’applicazione più rigorosa, nonostante le pressioni esterne.
Il Dma punta a rendere i mercati digitali europei più equi e accessibili, limitando il potere delle grandi piattaforme online, i cosiddetti «gatekeeper», di fatto autentici oligopoli mondiali in grado di tenere sotto scacco Paesi interi.
Il 28 aprile la Commissione ha concluso la sua prima revisione del Dma da quando è entrato formalmente in vigore nel 2022. Valutando l'attuazione e l'applicazione del regolamento, la Commissione ha rilevato che «rimane pertinente e ben adattato al contesto digitale in evoluzione».
«Sono ampiamente d'accordo con la valutazione della Commissione europea [...] ma i mercati digitali evolvono rapidamente e il quadro non va considerato statico, in particolare per quanto riguarda l'IA e il cloud», ha dichiarato Andreas Schwab, eurodeputato del Partito popolare europeo e relatore del Dma.
La Commissione ha basato la sua analisi su 450 contributi ricevuti dalle consultazioni pubbliche svolte tra luglio e settembre 2025. Sebbene i riscontri siano stati per lo più positivi, molti hanno chiesto una migliore attuazione del regolamento.
I sostenitori del Dma sostengono che il provvedimento è essenziale per garantire condizioni di parità nel mercato digitale dell'Ue e per restituire ai consumatori il controllo sui propri dati. I critici affermano invece che crea problemi di conformità, danneggia l'innovazione e scoraggia gli investimenti.
Il Dma è un intervento pesante e molto tecnico da parte della Commissione, mirato solo ad alcune grandi aziende, il che rende complesso il rispetto delle procedure e non prevede un meccanismo equilibrato di pesi e contrappesi, ha affermato Maria Teresa Stecher, Senior Policy Manager della Computer and Communication Industry Association (Ccia) a Bruxelles.
La Ccia rappresenta quattro (Apple, Amazon, Google, Meta) dei sette gatekeeper individuati dall'Ue.
Perché serve?
Grandi piattaforme online come Booking, Google e Amazon dominano servizi digitali essenziali come gli app store, i marketplace e i motori di ricerca. Questo consente loro di imporre condizioni sleali, controllare i dati, decidere l'accesso al mercato e distorcere la concorrenza.
Il potere crescente di queste piattaforme, alla fine degli anni 2010 e all'inizio degli anni 2020, ha spinto l'Ue a rafforzare il controllo sul mercato digitale, segnando un cambio di approccio normativo.
Il regolamento punta a prevenire le violazioni limitando fin dall'inizio il potere di «gatekeeper» delle piattaforme online. Definisce criteri precisi per identificare i gatekeeper e impone obblighi e divieti ex ante per rendere i mercati digitali più equi e competitivi fin dall'origine.
Prima del 2022, le norme sulla concorrenza, sui consumatori e sulla protezione dei dati prevedevano sanzioni solo dopo l'accertamento delle violazioni, permettendo ai gatekeeper di mantenere una posizione dominante incontrollata. Secondo Stecher, «c'era la volontà politica di rivolgersi in modo specifico ad alcune aziende, di creare un nuovo quadro normativo e dargli un nome, ma il diritto della concorrenza e i relativi procedimenti avrebbero potuto ottenere gli stessi risultati», ha spiegato.
Il Dma etichetta le aziende come gatekeeper quando raggiungono un fatturato annuo di 7,5 miliardi di euro negli ultimi tre anni, una capitalizzazione di mercato di 75 miliardi di euro e almeno 45 milioni di utenti finali al mese. Tra il 2023 e il 2025, sette società sono rientrate in questa categoria: Alphabet, Amazon, Apple, ByteDance, Meta, Microsoft e Booking. Ventitré dei loro servizi online sono considerati punti di accesso.
Il regolamento impone alle piattaforme di consentire a terzi di interagire con i loro servizi, accedere ai dati generati dagli utenti e promuovere offerte anche al di fuori delle loro piattaforme. Non possono più favorire i propri prodotti, impedire agli utenti di disinstallare le app o tracciare l'attività degli utenti a fini pubblicitari senza il loro consenso.
La violazione del Dma comporta una multa pari al 10 per cento del fatturato annuo totale dell'azienda (20 per cento in caso di infrazioni ripetute) e una penalità periodica pari al 5 per cento del fatturato medio giornaliero. Nel 2025 la Commissione ha multato Apple per 500 milioni di euro e Meta per 200 milioni di euro e il 16 aprile ha chiesto a Google di garantire l'accesso di terzi ai dati di ricerca.
Cosa cambia per cittadini e imprese?
Il Dma offre a consumatori e imprese maggiore scelta, più controllo e un ambiente online più equo.
Consente ai consumatori di scegliere tra diversi motori di ricerca e browser, disinstallare le app preinstallate e scaricare app da store di terze parti.
«Oggi i consumatori possono scegliere qual è il loro browser, il loro browser preferito, per esempio su iOS, attraverso quello che chiamiamo una schermata di scelta», ha spiegato Agustin Reyna, direttore generale dell'associazione dei consumatori Beuc.
Gli utenti decidono inoltre a quale piattaforma vogliono trasferire i propri dati e come questi vengono utilizzati tra le varie piattaforme, anche per la pubblicità personalizzata. Le raccomandazioni delle piattaforme non potranno più orientare in modo distorsivo i risultati di ricerca di prodotti e servizi.
Stecher ha osservato che i cambiamenti introdotti dal Dma rendono la navigazione online più complessa e meno intuitiva. Gli utenti ora devono passare per intermediari per ottenere i risultati di ricerca, con esiti meno pertinenti e prezzi più alti.
Con il Dma le imprese hanno lo stesso potere delle grandi piattaforme nel promuovere i propri servizi e lo stesso diritto di creare propri app store. Possono fissare liberamente i prezzi dei loro prodotti sulle piattaforme dei gatekeeper, offrire servizi innovativi agli utenti iOS, Android e Windows e accedere ai dati generati durante l'utilizzo delle piattaforme.
«La Commissione non sta tenendo conto degli effetti negativi sulle imprese più piccole che dipendono fortemente dai gatekeeper, il che sta causando perdite annue comprese tra 8 e 114 miliardi di euro», ha affermato Stecher.
Schwab ha replicato che «le preoccupazioni sugli effetti indesiderati vanno prese sul serio, ma sono spesso esagerate [...]. Finora ci sono prove limitate di ricadute negative sistemiche, si tratta soprattutto di una narrativa promossa dagli stessi gatekeeper».
Un'esperienza ancora limitata
Nonostante i progressi iniziali, la legge non sta ancora dispiegando tutto il suo potenziale, soprattutto a causa di limiti pratici.
Dalla revisione è emerso che le norme vengono applicate in modo lento e disomogeneo, con alcune delle principali aziende tecnologiche che rispettano solo in parte gli obblighi o li attuano in modo da attenuarne gli effetti. In alcuni casi le piattaforme hanno ridisegnato app e impostazioni in modo che esistano alternative, ma siano più difficili da trovare o usare, scoraggiando così il passaggio.
«Sono molto più restie ai cambiamenti, oppure le modifiche che introducono non sono abbastanza rapide, o usano determinate tecniche per rendere più difficile per i consumatori usufruire di questi diritti», ha osservato Reyna.
Ci sono anche lacune rispetto alle tecnologie in rapida evoluzione, in particolare l'intelligenza artificiale. Il Dma non è stato scritto pensando all'attuale boom dell'IA, quindi i regolatori stanno ancora cercando di capire come applicare le regole esistenti a strumenti come assistenti e chatbot basati sull'IA. Questo crea il rischio che le imprese dominanti integrino direttamente i propri servizi di IA nei sistemi operativi o nei motori di ricerca.
Un altro punto debole è il cloud computing. Pur essendo alla base di gran parte dell'economia digitale, non è ancora del tutto sottoposto ai controlli più rigidi del Dma. Di conseguenza, le imprese continuano a incontrare difficoltà nel cambiare fornitore o nel trasferire i propri dati, rimanendo spesso legate a un solo operatore. Per gli utenti questo significa meno servizi innovativi e prezzi più alti nel tempo.
La Commissione ha riscontrato anche problemi di trasparenza, poiché le relazioni di conformità delle grandi piattaforme sono spesso troppo generiche per capire davvero che cosa accade dietro le quinte. Le aziende più piccole, i ricercatori e le associazioni di consumatori affermano di avere ancora difficoltà a comprendere come vengono prese le decisioni o se le regole vengono rispettate nella pratica.
La revisione mette inoltre in luce attriti tra il Dma e altre leggi dell'Ue, in particolare in materia di protezione dei dati e cybersicurezza. Le aziende sostengono che talvolta rispettare un insieme di norme può entrare in conflitto con un altro. Questo rallenta le modifiche ai prodotti o ritarda il lancio di nuove funzionalità in Europa. Per gli utenti ciò può tradursi in un'esperienza digitale diversa, e talvolta più limitata.
Queste criticità fanno sì che, sebbene oggi le persone vedano più opzioni sulla carta (browser, app o impostazioni di condivisione dei dati), i benefici non siano sempre evidenti nella pratica. Le imprese, soprattutto le più piccole, si trovano ancora di fronte a ostacoli quando cercano di competere con piattaforme consolidate.
Riequilibrare l'economia digitale
Il Dma ha promesso una concorrenza più leale, meno barriere per le piccole imprese e un maggiore controllo dei consumatori sui propri dati e servizi digitali. Nonostante i suoi limiti, ha iniziato a mantenere alcune di queste promesse.
Nel giro di poco più di due anni, browser e app store alternativi hanno guadagnato visibilità grazie alle nuove schermate di scelta, con aumenti significativi del loro utilizzo e opzioni più reali per gli utenti. Oltre 40 aziende hanno già sviluppato nuovi servizi grazie a un migliore accesso ai dati, mentre nuovi marketplace di app, in alcuni casi gestiti da piccole imprese europee, sono entrati nel mercato. Anche i servizi di messaggistica stanno iniziando a interoperare, consentendo ai fornitori più piccoli di collegarsi a piattaforme più grandi come WhatsApp o Messenger.
Per esempio, «i consumatori possono scambiarsi messaggi da BirdChat, una startup lettone, con qualcuno che è su WhatsApp», ha spiegato Reyna.
Gli utenti possono ora rimuovere le app preinstallate, decidere come i propri dati personali vengono combinati tra i vari servizi e trasferire più facilmente i dati da una piattaforma all'altra. Nella pratica, un numero «significativo» di utenti sceglie di non condividere i dati. Sono stati registrati anche miglioramenti nella trasparenza della pubblicità online.
Rimodellare, non ripartire da zero
Dalla revisione emerge chiaramente che la legge resterà in vigore, ma il modo in cui viene applicata dovrà diventare più incisivo e dettagliato. La Commissione intende rafforzare l'applicazione aprendo più procedimenti formali quando necessario e usando «decisioni di specificazione» per indicare in modo preciso come le aziende devono conformarsi.
Secondo Reyna, «l'applicazione da parte della Commissione europea è fondamentale: c'è un punto oltre il quale il dialogo ha dei limiti e la Commissione deve diventare più severa per ottenere questi cambiamenti in tempi più brevi».
Uno dei principali fronti di intervento è il cloud computing. La Commissione ha avviato indagini di mercato per decidere se servizi come Amazon Web Services e Microsoft Azure debbano essere formalmente designati come gatekeeper, il che comporterebbe obblighi più stringenti su portabilità dei dati, possibilità di cambiare fornitore e interoperabilità.
I regolatori stanno inoltre valutando se gli assistenti basati sull'IA e strumenti simili rientrino nelle categorie esistenti e stanno già spingendo per regole aggiuntive che garantiscano la possibilità per gli utenti di modificare facilmente i servizi di IA e di collegarli in modo equo ai sistemi operativi e ai dati di ricerca. In concreto, questo incide su come vengono impostati gli strumenti di IA predefiniti sui dispositivi.
La Commissione prevede anche di elaborare nuove linee guida per chiarire come le aziende debbano gestire il consenso degli utenti, la condivisione e la portabilità dei dati. Si punta inoltre a perfezionare i requisiti sul profiling dei consumatori, con una reportistica più chiara sull'utilizzo dei dati e modelli più rigorosi per le informative.
Per quanto riguarda la trasparenza, che va rafforzata, le relazioni di conformità potrebbero diventare più dettagliate, facilitando il confronto tra le diverse piattaforme e l'individuazione delle lacune. Allo stesso modo, la stessa Commissione condividerebbe più informazioni sulle indagini in corso e sui confronti regolatori con le aziende.
Per rendere il sistema più efficiente, l'esecutivo europeo semplificherà anche i modelli per le imprese, migliorerà il coordinamento con le autorità nazionali e potrebbe aggiornare le regole di attuazione che disciplinano l'applicazione del DMA. Cresce inoltre l'attenzione verso le azioni private, per dare a imprese e associazioni di consumatori la possibilità di avviare direttamente dei procedimenti.
Infine, la Commissione utilizzerà in modo più attivo gli strumenti di «future-proofing» previsti dalla legge. Ciò significa ampliare il campo di applicazione a nuovi servizi quando necessario, aggiornare gli obblighi attraverso linee guida anziché con nuove leggi e tenere il passo con settori in rapida evoluzione come l'IA senza riaprire l'intero impianto normativo.
Per i cittadini, questi cambiamenti dovrebbero rendere i servizi digitali di uso quotidiano più flessibili e meno restrittivi. Passare da un'app all'altra, controllare l'utilizzo dei dati personali e scegliere alternative ai servizi predefiniti su telefoni o piattaforme online dovrebbe diventare più semplice.
Per le imprese, soprattutto quelle più piccole, queste misure mirano a livellare il campo di gioco. Un accesso più agevole ai dati, condizioni più eque negli app store e nei sistemi operativi e la possibilità di competere con i servizi integrati potrebbero aprire nuove opportunità di business. Allo stesso tempo, le grandi aziende tecnologiche dovranno fare i conti con una vigilanza più stretta e regole più chiare, che limiteranno alcuni vantaggi attuali ma offriranno anche maggiore certezza su ciò che viene richiesto loro.