All'interno della Commissione emergono linee più dure contro Pechino. I Paesi Ue però restano divisi. I più critici contro Pechino sono Francia e Belgio, mentre la Spagna chiede un rafforzamento dei rapporti
Per anni Bruxelles ha cercato un equilibrio nei rapporti con la Cina: competere quando necessario, cooperare quando possibile e confrontarsi solo se inevitabile. Oggi però questo approccio mostra segni di cedimento.
Nella Commissione europea sta emergendo una linea più dura. Le posizioni critiche verso Pechino stanno guadagnando terreno sia nella Direzione generale per il Commercio sia nell’entourage della presidente Ursula von der Leyen. Si valutano nuove misure difensive, incluse alcune in passato ritenute troppo aggressive.
Il 29 maggio i 27 commissari europei discuteranno la strategia verso la Cina. Secondo un funzionario, l’obiettivo sarà riconoscere l’esistenza di un problema e la necessità di intervenire.
Le tensioni sono aumentate dopo le minacce di ritorsioni da parte del Ministero del Commercio cinese contro la normativa "Made in Europe", che introduce condizioni più stringenti sugli investimenti esteri.
Bruxelles accusa Pechino di atteggiamenti ambigui, pur continuando a privilegiare il dialogo attraverso i canali aperti negli ultimi mesi.
Nonostante ciò, la Commissione sta già lavorando a nuove contromisure economiche. Secondo fonti interne, l'assenza di progressi da parte cinese sulle criticità segnalate ha spinto a riflettere sulla necessità di azioni più incisive.
Un punto di svolta è stato il dato sul deficit commerciale tedesco con la Cina: 87 miliardi di euro, un record che ha scosso Berlino. Tradizionalmente concentrata sull’accesso al mercato cinese, la Germania ha iniziato a preoccuparsi maggiormente della protezione della propria industria.
La questione Cina è così diventata centrale anche per il Bundestag e per la Commissione.
Il divario nei costi di produzione tra Ue e Cina è insostenibile
Da tempo l’Unione europea deve confrontarsi con le importazioni a basso costo dalla Cina. La pressione è aumentata quando gli Stati Uniti hanno imposto dazi elevati sui prodotti cinesi, chiudendo di fatto il proprio mercato e spingendo Pechino a dirottare l’eccesso di produzione verso l’Europa, soprattutto in settori come acciaio e chimica.
Un rapporto dell'Alta Commissione francese per la Strategia e la Pianificazione, un organo consultivo dell'Eliseo, ha evidenziato che il divario nei costi di produzione tra Europa e Cina ha raggiunto livelli incompatibili con una concorrenza sostenibile: in media tra il 30 e il 40 per cento, con punte oltre il 60 per cento in alcuni comparti industriali.
In questo contesto, l'Ue può contare principalmente sul proprio mercato interno, forte di circa 450 milioni di consumatori. Sempre più spesso, all’interno della Commissione, si ipotizza di usare questo peso per avvertire Pechino che l’accesso al mercato europeo potrebbe restringersi senza un riequilibrio.
Tuttavia, le scelte sono complesse. Il caso delle auto elettriche cinesi, colpite da dazi europei nel 2024, evidenzia il dilemma.
Dopo il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, la Cina ha perso l'accesso al mercato statunitense e fatica a trovare alternative. Allo stesso tempo, l'Europa resta dipendente dalle importazioni cinesi in settori cruciali come batterie al litio, pannelli solari, computer e dispositivi medici. Una chiusura improvvisa del mercato non è quindi praticabile.
L'Ue ha diversi strumenti per difendere il proprio mercato
Sul piano degli strumenti, l'Ue dispone di misure di difesa commerciale come dazi anti-dumping, ma richiedono tempi lunghi, anche 18 mesi. Per questo la Commissione sta valutando nuovi strumenti più rapidi, anche se il rischio è intervenire quando i danni sono già avvenuti.
Tra le opzioni c’è lo strumento anti-coercizione, introdotto nel 2023 ma mai utilizzato. Consente di adottare misure come dazi, restrizioni sugli appalti pubblici o sulla proprietà intellettuale in risposta a pressioni economiche da parte di Paesi terzi.
È tornato al centro del dibattito dopo che la Cina ha limitato l’export di terre rare nel 2025 durante lo scontro commerciale con gli Stati Uniti.
Sebbene le esportazioni siano riprese dopo una tregua tra Washington e Pechino, l'accordo scade nell’ottobre 2026, lasciando incertezza sull’evoluzione futura. Bruxelles vuole quindi essere pronta a utilizzare questo strumento se necessario.
Le tensioni potrebbero crescere ulteriormente sia per la normativa "Made in Europe" sia per altre misure, come quelle sulla cybersicurezza, che potrebbero escludere operatori cinesi dal mercato europeo.
I Paesi Ue restano divisi sull'approccio verso Pechino
Resta però il nodo politico: per attivare lo strumento anti-coercizione serve il sostegno qualificato degli Stati membri, che al momento sono divisi. Alcuni Paesi, come la Francia e il Belgio, chiedono una linea più dura.
Il primo ministro belga ha parlato di "punto di non ritorno", sottolineando la necessità di prendere decisioni difficili per proteggere economia e cittadini.
Altri, come la Spagna, sostengono un rafforzamento dei rapporti con Pechino. Anche la Germania, pur colpita dal deficit commerciale, mantiene posizioni più caute e ha ipotizzato un accordo commerciale di lungo periodo con la Cina.
Tuttavia, a Bruxelles questa prospettiva appare al momento esclusa. La Commissione ribadisce che eventuali nuovi accordi potranno essere presi in considerazione solo dopo che la Cina avrà affrontato in modo concreto le principali criticità segnalate dall’Unione europea.