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Le lacune e le scappatoie della nuova tassa sulle multinazionali

Il centro logistico del commerciante online Amazon a Lauwin-Planque, nel nord della Francia.
Il centro logistico del commerciante online Amazon a Lauwin-Planque, nel nord della Francia. Diritti d'autore Michel spingler/AP
Diritti d'autore Michel spingler/AP
Di Mared Gwyn JonesGianluca Martucci
Pubblicato il Ultimo aggiornamento
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Questo articolo è stato pubblicato originariamente in inglese

L'accordo del 2021 è entrato in vigore in diversi Paesi del mondo, ma è criticato per essere poco ambizioso e per gli spazi lasciati a incentivi che di fatto abbassano la pressione fiscale

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Il 1° gennaio è entrato in vigore nell'Unione Europea l'accordo globale stipulato nel 2021 da 136 Paesi che stabilisce un'aliquota fiscale minima del 15% per le società multinazionali con un fatturato annuo di almeno 750 milioni di dollari. L'intesa è considerata da più parti nell'Ue come un traguardo importante nell'arginare la concorrenza fiscale tra gli stessi Stati membri e per contrastare alcune forme di evasione fiscale di cui le grandi imprese del web e del commercio online approfittano a causa della mancanza di una normativa comune. 

Negli ultimi mesi Bruxelles è stata protagonista di una serie di cause giudiziarie di alto profilo contro alcune multinazionali.

Alcuni Stati membri come l'Irlanda, il Lussemburgo e Cipro hanno avvantaggiato le grandi multinazionali mantenendo in vigore aliquote fiscali agevolate. In più il ricorso alle dinamiche di profit shifting, che permettono il trasferimento dei profitti nei Paesi dove la tassazione è più bassa, è uno degli strumenti che causa grandi perdite per le finanze pubbliche degli Stati.

Da ora le società che fatturano almeno 750 milioni di euro e che operano in almeno uno dei 27 Stati dell'Ue saranno tassate con un'aliquota fiscale minima del 15%.

La decisione è parte di un'ampia revisione del sistema fiscale globale concordata da circa 140 Paesi dell'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse) dopo quasi dieci anni di negoziati. L'accordo è entrato in vigore anche in Paesi come Regno Unito, Norvegia, Australia, Giappone e Canada.

Sebbene innovativo, il nuovo accordo è stato anche criticato perché non colma una serie di lacune di cui le grandi imprese possono ancora approfittare.

Una "rivoluzione" nella giustizia fiscale

L'accordo Ocse si basa su due pilastri. Il primo garantisce che le aziende paghino le tasse dove svolgono le loro attività (e non solo nei Paesi dove c'è la loro sede legale). Il secondo pilastro stabilisce un'aliquota fiscale minima globale del 15%.

Un nuovo meccanismo introduce la cosiddetta "top-up-tax", che obbliga una multinazionale a pagare la differenza se versa meno del 15% delle tasse sul suo fatturato in un altro Paese. Anche all'interno dell'Ue, uno Stato potrà riscuotere le imposte che una multinazionale non versa in un altro Stato membro dove l'aliquota fiscale è inferiore al 15%.

In pratica, una multinazionale francese che opera in Senegal e che trasferisce i suoi profitti in Irlanda per approfittare di un'aliquota più bassa potrebbe vedersi applicare un'imposta supplementare dalla Francia o dal Senegal.

"Il concetto è rivoluzionario", secondo Quentin Parrinello, esperto dell'Osservatorio fiscale dell'Ue. "È la prima volta che più di 130 Paesi, tra cui tutti le principali economie, concordano sul fatto che le multinazionali debbano pagare un importo minimo di tasse sui profitti dichiarati".

"In teoria non c'è alcun incentivo per un Paese a non applicare l'imposta minima perché, se non lo fa, un altro Paese otterrà il gettito fiscale al suo porto", ha aggiunto Parrinello.

La maggior parte dei Paesi dell'Ue ha già recepito la direttiva europea nella legislazione nazionale. Cinque Paesi (Estonia, Lettonia, Lituania, Malta e Slovacchia) hanno informato la Commissione europea che ne ritarderanno l'attuazione in quanto hanno meno di dodici multinazionali interessate che operano all'interno dei loro confini.

Troppe scappatoie

Ma nonostante le promesse, gli esperti temono che la riforma non sia in grado, da sola, di contrastare i paradisi fiscali e di impedire la cosiddetta "corsa al ribasso" della concorrenza fiscale.

Gli Stati possono adeguarsi alla nuova aliquota minima e allo stesso tempo offrire generosi crediti d'imposta e altre detrazioni, riducendo così di fatto il prelievo fiscale ben sotto la soglia del 15%. Molti Stati stanno già introducendo crediti, sovvenzioni e sussidi trasferibili per attrarre gli investimenti delle multinazionali.

"Lo vediamo già, ad esempio con l'Ira (Inflation Reduction Act) negli Stati Uniti. Anche Paesi come l'Irlanda, la Svizzera e le Cayman stanno già ricorrendo a queste scappatoie", ha spiegato Parrinello.

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Un'altra clausola dell'accordo consente alle grandi imprese di escludere dalla base imponibile una parte dei profitti pari all'8% del valore delle attività materiali e al 10% dei salari nel primo anno.

L'Osservatorio fiscale dell'Ue stima che questa scappatoia potrebbe costare all'Ue circa 26 miliardi di euro nel primo anno di attuazione. Un'imposta minima del 15% senza scappatoie avrebbe potuto raccogliere a livello europeo circa 95 miliardi di dollari (87 miliardi di euro) solo nel 2023, secondo l'osservatorio.

"L'era della concorrenza fiscale sleale non è finita", ha dichiarato Chiara Putaturo, consulente per le disuguaglianze e le politiche fiscali presso l'ufficio Ue di Oxfam.

"Molti Paesi come l'Irlanda, la Svizzera e anche le Bermuda stanno cambiando alcuni sistemi fiscali che avevano prima per introdurre generosi crediti d'imposta rimborsabili, in modo da poter continuare ad avere un'aliquota fiscale sempre più bassa", ha aggiunto.

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Il mondo dovrebbe muoversi di pari passo

Il sistema progettato dall'Ocse è inedito per il modo in cui incentiva tutte le nazioni del mondo a muoversi di pari passo. Lo hanno sottoscritto anche i più noti paradisi fiscali, come Barbados e Panama.

Anche la stragrande maggioranza degli elettori svizzeri (78,5%) ha appoggiato le nuove regole in una consultazione dello scorso giugno, facendo pressione sul governo affinché le adottasse rapidamente.

Gli Stati Uniti e la Cina non hanno ancora adottato la legislazione necessaria, ma probabilmente saranno incentivati a farlo per garantire che gli altri Paesi non aumentino le proprie entrate fiscali a loro spese.

L'aliquota del 15%, secondo gli esperti, non è neanche così ambiziosa, perché al di sotto della media generale tra i Paesi firmatari.

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"La maggior parte dei Paesi, a livello globale, ha un'aliquota fiscale di molto superiore al 15% e questo potrebbe portare alcuni di loro ad abbassarla, incentivando la corsa al ribasso", ha spiegato Putaturo. Ma secondo Parinello "seppur lacunosa, la nuova global tax è meglio di niente".

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