La stessa capacità che rende i cervelli giovani più adattabili può spingerli a trasformare una lesione in una rete patologica persistente, secondo un nuovo studio.
I cervelli giovani sono flessibili. Si adattano e creano facilmente nuove connessioni. Secondo l'idea diffusa, quando qualcosa va storto un cervello più giovane ha più margine per riorganizzarsi e compensare i danni.
Ma questa stessa flessibilità può avere anche un rovescio della medaglia dopo un trauma cranico, cioè un danno al cervello provocato da una forza esterna, come una caduta, un incidente stradale, un infortunio sportivo o un colpo alla testa, secondo uno studio (fonte in inglese) pubblicato su Experimental Neurology.
"Le persone potrebbero pensare che i cervelli giovani siano più resilienti dopo una lesione, ma i nostri risultati suggeriscono che la realtà è molto più sfumata", ha dichiarato Samba Reddy, del dipartimento di neuroscienze e terapie sperimentali al Texas A&M Naresh K. Vashisht College of Medicine e autore senior dello studio.
Ogni anno i traumi cranici colpiscono fino a 69 milioni di persone. Questi danni possono sfociare in epilessia post-traumatica, una patologia cronica caratterizzata da crisi epilettiche che possono comparire mesi o persino anni dopo il trauma.
Lo studio indica che i cervelli più giovani potrebbero essere più vulnerabili ai processi che portano all'epilessia post-traumatica, almeno nei topi.
"La stessa plasticità che aiuta i cervelli giovani ad adattarsi può anche creare condizioni favorevoli allo sviluppo di reti che generano crisi epilettiche", ha spiegato Reddy in un comunicato stampa (fonte in inglese). "Nei topi giovani l'epilessia si è manifestata più tardi, ma una volta avviato il processo il numero e la gravità delle crisi sono aumentati in modo significativo."
I topi più anziani, invece, tendevano a mostrare attività epilettica prima dopo il trauma, ma nel complesso avevano un'incidenza e un carico di epilessia post-traumatica inferiori.
In altre parole, il cervello giovane può reagire meglio al danno grazie alla capacità di modificare connessioni e organizzazione in risposta alle esperienze o a una lesione. Ma questa stessa capacità può portare alla formazione di connessioni anomale che contribuiscono alla creazione di reti che producono crisi epilettiche.
La memoria è un'altra storia
I topi più anziani mostravano in realtà un miglioramento più rapido in alcune misure della funzione motoria. Ma l'invecchiamento aveva i suoi costi.
Gli animali più anziani presentavano segni più marcati di neuroinfiammazione e di rimodellamento anomalo dei circuiti, e avevano maggiori difficoltà nel mantenere i ricordi a lungo termine.
"Invecchiare ha modificato il percorso di recupero, più che limitarlo semplicemente", ha spiegato Reddy. "I cervelli anziani sembravano meno suscettibili ad attività convulsiva cronica, ma restavano vulnerabili in altri modi, soprattutto per quanto riguarda memoria e funzioni cognitive."
I risultati suggeriscono che le conseguenze a lungo termine di un danno cerebrale dipendono non solo dall'entità del trauma fisico, ma anche da come il cervello reagisce a quel danno nel corso del tempo.
Questo potrebbe spiegare perché due persone con lesioni apparentemente simili possono avere esiti a lungo termine molto diversi.
La ricerca offre anche indicazioni sul motivo per cui l'età può fare la differenza quando si studiano le conseguenze di un trauma cranico. Nei cervelli più giovani il problema principale può essere lo sviluppo graduale di reti anomale che producono crisi epilettiche. Nei cervelli più anziani, invece, a dominare sono infiammazione, alterazioni dei circuiti e declino della memoria.
"Un cervello giovane potrebbe richiedere interventi mirati a prevenire il graduale sviluppo di reti che producono crisi epilettiche", ha concluso Reddy, "mentre i cervelli più anziani potrebbero trarre beneficio da approcci che affrontano la perdita di memoria, l'infiammazione e il declino cognitivo dopo una lesione."