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Perché la Gwangju Biennale rifiuta di chiamare il padiglione di Taiwan "Taiwan Pavilion"

La 16ª Biennale di Gwangju ha acceso il dibattito su un controverso cambio di nome
La 16ª Biennale di Gwangju ha acceso il dibattito su un controverso cambio di nome Diritti d'autore  Gwangju Biennale Foundation
Diritti d'autore Gwangju Biennale Foundation
Di Craig Saueurs
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Il governo di Taiwan e gli artisti partecipanti accusano la Biennale di Gwangju di censura dopo che ha rinominato la loro mostra "Padiglione NTMoFA".

Chiamatelo come volete, ma non chiamatelo "Taiwan Pavilion".

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La Biennale di Gwangju è l'ultima istituzione finita nel mirino per il modo in cui si riferisce a Taiwan, dopo avere cambiato il nome del suo padiglione da "Taiwan Pavilion" a "NTMoFA Pavilion".

A differenza degli altri partecipanti, i cui padiglioni sono identificati dal Paese, quello di Taiwan è riconosciuto con il nome dell'ente organizzatore, il National Taiwan Museum of Fine Arts.

Questa designazione eccezionale ha suscitato accuse di censurada parte di artisti taiwanesi e rappresentanti del governo. Ha anche riportato il mondo dell'arte nelle delicate questioni politiche legate al nome di Taiwan.

Un padiglione, qualunque sia il suo nome

In una dichiarazione pubblicata su Instagram il 15 agosto, i dieci artisti partecipanti e la curatrice Chen Hsiang-Wen hanno affermato che il progetto era stato accettato ad aprile come "Taiwan Pavilion", prima che la fondazione ne cambiasse il nome senza il loro consenso.

Hanno aggiunto che il NTMoFA si era opposto più volte al cambio di nome e aveva cercato di negoziare con la fondazione.

Hanno inoltre condannato la decisione, inserendola in un clima politico in cui "pressioni diplomatiche e risorse economiche" vengono usate per censurare gli artisti.

Il ministero della Cultura di Taiwan ha sostenuto gli artisti. Ha spiegato che la proposta era stata approvata come "Taiwan Pavilion" il 2 aprile e che anche un accordo firmato il 23 aprile la indicava con lo stesso nome. Secondo il ministero, il padiglione è stato chiamato così fino a giugno, quando la fondazione ha iniziato a definirlo "NTMoFA Pavilion".

La Gwangju Biennale Foundation ha respinto le accuse di censura politica. In una nota diffusa il 19 agosto, ha definito la controversia una "divergenza amministrativa" e ha sostenuto che non incide sui contenuti della mostra né sulla libertà di espressione.

Nomi e polemiche

La Cina si oppone da tempo al fatto che Taiwan venga chiamata con il suo nome. Per anni aziende europee e istituzioni culturali si sono piegate alle richieste di Pechino.

Nel 2002 gli organizzatori della Biennale di San Paolo eliminarono "Taiwan" dal nome del padiglione dopo che la Cina minacciò di ritirare i propri artisti dall'evento. L'artista taiwanese Chang Chien-chi reagì chiudendo la sua installazione, mentre artisti di altri Paesi donarono lettere (fonte in inglese) dalle loro insegne per comporre "TAIWAN" sopra la mostra della delegazione.

In passato Taiwan partecipava alla Biennale di Venezia con un padiglione nazionale, ma dopo le pressioni di Pechino ha perso quella qualifica nel 2001. Da allora il Taipei Fine Arts Museum organizza il padiglione di Taiwan come evento collaterale.

Pressioni analoghe si sono fatte sentire anche nel mondo commerciale.

Nel 2018 le autorità cinesi contattarono decine di compagnie aeree e chiesero che smettessero di indicare Taiwan come Paese sui loro siti web. Air France, British Airways e Lufthansa sono tra i vettori europei che hanno cambiato la dicitura relativa a Taiwan (fonte in inglese).

Nello stesso anno la catena alberghiera Marriott finì nel mirino in Cina dopo che un questionario rivolto ai clienti elencava Taiwan, Tibet, Hong Kong e Macao come Paesi distinti. Marriott ha presentato le sue scuse e, dopo la temporanea chiusura del sito e dell'app in cinese, ha adottato la dicitura "Taiwan, China" nelle versioni in lingua cinese.

Negli ultimi anni però l'Europa sembra meno disposta ad assecondare queste richieste.

Lo scorso anno l'UE ha respinto l'interpretazione di Pechino secondo cui la Risoluzione 2758 delle Nazioni Unite riconoscerebbe Taiwan come parte della Cina. A luglio il Parlamento europeo è andato oltre: in una raccomandazione sull'Asia orientale ha citato Taiwan 44 volte e l'ha descritta come un "partner democratico fondamentale e affidabile" dell'UE.

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