Dopo l’improvvisa morte di Koyo Kouoh, avvenuta nel maggio 2025, il concept per la Biennale della curatrice camerunense-svizzera viene ora realizzato dal suo team.
La Biennale di Venezia è uno degli appuntamenti d’arte più importanti al mondo, un evento dinamico e globale, plasmato dall’ordine socio-politico del momento e, a sua volta, capace di commentarlo.
Per la 61ª edizione, però, la curatrice Koyo Kouoh, scomparsa di recente, immaginava di allontanare la mostra dalla «cacofonia ansiosa del caos attuale che infuria nel mondo» per concentrare l’attenzione su toni più sommessi di emozione, connessione e radicamento, racchiusi nel tema «In Minor Keys».
Dopo la scomparsa di Kouoh nel maggio 2025, il concept della curatrice camerunese-svizzera per la Biennale viene ora realizzato dal suo team. Fornisce una cornice per le opere esposte nella mostra centrale, allestita in due sedi principali, ai Giardini e all’Arsenale, e riunisce 111 artisti, oltre a fungere da filo conduttore per i padiglioni nazionali.
Anima, sensi e spiritualità
Il tema polifonico di Kouoh si articola in una serie di motivi interconnessi: Shrines, Procession, Schools, Rest e Performances. A intrecciarsi tra loro sono valori fondamentali come quiete, cura, intimità e riflessione.
La mostra indaga come la connessione possa essere inconscia, e nascere quando interessi di artisti e movimenti senza legami apparenti entrano in risonanza: un’estensione di quella che Kouoh definiva «geografia relazionale», segnata dagli incontri e dalle memorie che generano.
I visitatori sono invitati a percorrere il percorso espositivo in uno stato meditativo, riconnettendosi con la dimensione dell’anima, dei sensi e dello spirito, per «sintonizzarsi sotto voce». È un invito radicale nel mondo di oggi: rallentare in uno spazio in cui «il tempo non è proprietà delle aziende né in balìa di una produttività incessantemente accelerata», scriveva Kouoh nel suo manifesto.
Giardini e oasi
Un elemento centrale della mostra è l’introduzione di «un arcipelago di oasi»: spazi carichi di memoria ed emozione che sono stati centrali nell’universo di grandi artisti. C’è l’ex cortile (La Cour) di Issa Samb in Rue Jules Ferry, nel centro di Dakar; l’ultimo studio di Marcel Duchamp, dove per vent’anni lavorò in segreto alla stessa installazione; e il Village Ki-Yi MBock di Werewere Liking, una cooperativa teatrale ad Abidjan, in Costa d’Avorio.
Un altro spazio immaginativo è il giardino, allo stesso tempo esperienza concreta e metafora, concepito come luogo di sostentamento e di riconnessione. L’opera Still Life di Linda Goode Bryant, per esempio, prenderà la forma di una fattoria urbana, coltivata per tutta la durata della mostra da donne precedentemente detenute.
Anche il motivo delle Schools immaginato da Kouoh è una sorta di giardino, pensato per nutrire l’apprendimento e la creatività. È incarnato da organizzazioni guidate da artisti come Raw Material Company a Dakar, la GAS Foundation a Lagos e il Nairobi Contemporary Art Institution. A unire queste realtà nate dal basso è «un’etica del ritrovarsi, condividere conoscenze, fermarsi, smontare, seminare intenzioni e costruire centri che si moltiplicano senza l’intervento dei mercati commerciali».
Alcuni padiglioni nazionali saranno a loro volta trasformati in spazi di contemplazione e connessione. Il Padiglione della Santa Sede proporrà un’esperienza sonora ispirata agli scritti della badessa del XII secolo Ildegarda di Bingen, che permetterà ai visitatori di ascoltare una «preghiera sonora» mentre passeggiano nel chiostro seicentesco del giardino.
Per il Qatar, l’artista Rirkrit Tiravanija ha progettato una struttura a forma di tenda pensata come luogo di scambio culturale, che ospiterà un film dell’artista qatariota-statunitense Sophia Al-Maria, performance dal vivo curate dall’artista libanese Tarek Atoui, una scultura di grande formato dell’artista kuwaitiano-portoricana Alia Farid e un programma culinario di cucina mediorientale ideato dallo chef palestinese Fadi Kattan.
Processioni e spirito carnevalesco
Il motivo della Procession ideato da Kouoh celebra la connessione umana e la partecipazione collettiva. Artisti come Big Chief Demond Melancon, Nick Cave, Alvaro Barrington, Daniel Lind-Ramos ed Ebony G. Patterson indagano raduni che vanno dalle celebrazioni e dai rituali quotidiani nei centri e nelle periferie della diaspora alle comunioni tra i vivi e gli antenati.
Il carnevale è rappresentato come «una cucitura nel tempo, in cui i rapporti di potere vengono momentaneamente sovvertiti e scompaginati». Le norme consolidate della storia dell’arte e della letteratura classica vengono scardinate nelle opere di Johannes Phokela, Tammy Nguyen, Buhlebezwe Siwani, Sammy Baloji e Godfried Donkor.
L’allestimento della mostra centrale firmato dallo studio Wolff Architects trae ispirazione da due libri, «Cent’anni di solitudine» di Gabriel García Márquez e «Amatissima» di Toni Morrison, per creare un’esperienza di visita più sensoriale che didattica, che incoraggia intimità e interazione.
Anche il Padiglione del Giappone punta sulla partecipazione, con il progetto Grass Babies, Moon Babies dell’artista queer nippo-americano Ei Arakawa-Nash. All’ingresso, i visitatori sono invitati a prendere in braccio una delle 200 bambole e a portarla tra i pilotis del padiglione, nei giardini e negli spazi interni. Partecipano così a un gesto di cura collettiva, cambiando i pannolini delle bambole e attivando un codice QR che restituisce una «poesia del pannolino» basata sulla data di nascita assegnata a ciascuna bambola-neonato.