Newsletter Newsletters Events Eventi Podcasts Video Africanews
Loader
Seguiteci
Pubblicità

Berlinale, Friedrichstraße: il confine che cambiò la storia. Il film che racconta la caduta del Muro

Il filmato "Berlino, Bahnhof Friedrichstraße 1990" mostra come il luogo cambi da stazione di confine a stazione di passaggio.
Il filmato "Berlino, Bahnhof Friedrichstraße 1990" mostra come il luogo cambi da stazione di confine a stazione di passaggio. Diritti d'autore  Deutsche Kinemathek / Lilly Grote
Diritti d'autore Deutsche Kinemathek / Lilly Grote
Di Franziska Müller & Sonja Issel
Pubblicato il
Condividi Commenti
Condividi Close Button
Copia e incolla il codice embed del video qui sotto: Copy to clipboard Link copiato!

Alla Berlinale torna “Berlino, Friedrichstraße, 1990”: il documentario che racconta da Est e Ovest la trasformazione del valico simbolo della Berlino divisa dopo la caduta del Muro

Tutti ricordano le immagini della Porta di Brandeburgo il 9 novembre 1989: persone in piedi sul Muro, applausi, la storia che prende forma sotto gli occhi del mondo. Scene potenti, commoventi, ormai iconiche anche per chi non era presente o non era ancora nato.

PUBBLICITÀ
PUBBLICITÀ

Eppure, a pochi chilometri di distanza, un altro luogo visse in prima linea quel passaggio epocale: l’ex stazione di confine di Berlin Friedrichstraße station. Pochi spazi hanno incarnato con tale immediatezza il cambiamento radicale seguito alla caduta del Muro.

"Conoscevamo le paure di entrambe le parti, i sudori freddi […] quando si doveva attraversare quel confine", raccontano le documentariste Konstanze Binder e Lilly Grote. È proprio da Friedrichstraße che prende avvio il loro film.

Le cineoperatrici Konstanze Binder, Lilly Grote, Ulrike Herdin e Julia Kunert hanno documentato per sei mesi ciò che accadeva lì, osservando la trasformazione sia da Est sia da Ovest. Il risultato è “Berlino, Friedrichstraße, 1990”, un’opera intensa, capace di restituire lo spirito di un’epoca in bilico tra fine e inizio.

Il documentario è stato riproposto nell’ambito della retrospettiva “Lost in the 90s” della Berlinale. Le registe Lilly Grote e Konstanze Binder hanno raccontato a Euronews la genesi del progetto e le loro esperienze personali durante quella fase cruciale.

Prospettive da Est e Ovest

Per quasi novanta minuti, il film segue gli eventi alla stazione di Friedrichstraße dopo la celebre conferenza stampa del portavoce della DDR, Günter Schabowski, che aprì di fatto le frontiere.

I registi dialogano con agenti di frontiera, chioscaioli, viaggiatori. Registrano la nascita di una nuova normalità nei mesi successivi all’apertura del confine.

I berlinesi dell'Est e dell'Ovest hanno vissuto esperienze diverse alla stazione di Friedrichstrasse.
I berlinesi dell'Est e dell'Ovest hanno vissuto esperienze diverse alla stazione di Friedrichstrasse. Deutsche Kinemathek / Lilly Grote

Il collettivo ha scelto consapevolmente di lavorare da due prospettive: Lilly Grote e Konstanze Binder con un background della Germania Ovest, Ulrike Herdin e Julia Kunert con un’esperienza della Germania Est. Differenze che plasmano lo sguardo del film.

"Avevamo vissuti diversi del confine", spiega Binder. "Per chi proveniva dalla DDR si è trattato di un cambiamento profondamente esistenziale. La stazione era il luogo in cui queste esperienze si incontravano".

Le differenze emergono anche nel linguaggio: "Parliamo tutti tedesco, ma è una lingua attraversata da storie differenti", sottolinea Binder.

Un luogo di paura

Per decenni, tuttavia, Friedrichstraße è stata sinonimo di tensione. Anche per questo le registe hanno scelto questo spazio invece di luoghi più simbolici come Checkpoint Charlie.

"Si percepiva immediatamente di essere osservati. Da Est a Ovest e viceversa. Questa sensazione è stata il nostro punto di partenza".

L’inizio del film restituisce quell’atmosfera: un treno entra lentamente in stazione, la musica è tesa, quasi minacciosa.

Dal punto di vista storico, Friedrichstraße rappresentava un vero “collo di bottiglia” della Germania divisa. Dopo la costruzione del Muro nell’agosto 1961, la stazione divenne un valico di frontiera. Il padiglione dei controlli, teatro di innumerevoli addii, è ancora oggi noto come Tränenpalast, il “Palazzo delle lacrime”.

Una scena iniziale è emblematica: un musicista diretto in Occidente viene fermato perché il suo violoncello ha “troppe corde”. "Ho paura", dice mentre il passaporto gli viene temporaneamente trattenuto.

Alla fine, non c'erano più case di confine, ma nessuno festeggiava davvero alla stazione di Friedrichstraße.
Alla fine, non c'erano più cabine di frontiera, ma nessuno festeggiava davvero alla stazione di Friedrichstraße. Deutsche Kinemathek / Lilly Grote

Le case di confine: dalla funzione alla polvere

Il film si concentra anche sulle strutture di controllo, simboli tangibili della divisione e della sua fine. La telecamera ne documenta la progressiva perdita di senso, fino allo smantellamento.

Con esse svanisce anche il ruolo di chi vi lavorava.

All’inizio, una guardia di frontiera descrive con sobrietà la responsabilità del controllo dei passaporti. Nel corso del film, però, il suo posto viene smontato pezzo dopo pezzo. Alla fine resta solo polvere, che i viaggiatori attraversano come se quel confine non fosse mai esistito.

"La polvere viene spazzata via proprio mentre arriva il primo treno della S-Bahn. La storia sembra aver già dimenticato", osserva Lilly Grote.

Più avanti, due ex funzionari, ora in abiti civili, aiutano a demolire una delle cabine. Un tempo stavano lì in uniforme, con un ruolo preciso. In un certo senso, hanno smantellato anche la propria identità professionale.

Dalla speranza alla disillusione

All’epoca il film fu criticato perché non celebrava soltanto l’euforia della riunificazione. "Non era un’esultanza trionfale", ricorda Grote. "Restituiva uno stato d’animo più complesso, che in parte ritroviamo ancora oggi".

Nel documentario molti esprimono speranza; un passante definisce il periodo del Muro una “prigione”. Ma emergono anche timori: disoccupazione, senso di svalutazione, esperienze di arroganza.

Secondo Grote, alcune di quelle delusioni aiutano a comprendere l’attuale clima politico. "Molte aspettative nella DDR sono state disattese. Si vede, si sente".

La riunificazione, sottolinea, non ha significato una fusione automatica. "Dobbiamo continuare a fare uno sforzo. Non tutto è andato come speravamo". Servono dialogo e comprensione, la capacità di spiegarsi e confrontarsi. Una stessa lingua può racchiudere esperienze molto diverse, e questo pesa ancora oggi.

E se tornasse a girare alla stazione di Friedrichstraße? Grote dice che la affascina ancora come luogo di passaggio: i treni che proseguono verso Est, lungo quella linea simbolica che separa e unisce la Russia e l’Europa.

"La stazione come punto di partenza. Tutti sogniamo i treni che portano lontano: arrivare a Parigi al mattino, prendere un caffè alla Gare du Nord. È un’immagine senza tempo".

Vai alle scorciatoie di accessibilità
Condividi Commenti

Notizie correlate

Dopo la prigionia russa: come il film "Traces" trasforma il trauma della violenza in resistenza

Berlinale al via tra cinema e politica: star sul red carpet sotto la pioggia

Berlinale, Friedrichstraße: il confine che cambiò la storia. Il film che racconta la caduta del Muro