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I principali rischi economici globali da monitorare nella seconda metà del 2026

La conferenza stampa del presidente della Federal Reserve Kevin Warsh viene trasmessa sugli schermi della Borsa di New York, 17 giugno 2026
La conferenza stampa del presidente della Federal Reserve Kevin Warsh appare sugli schermi della Borsa di New York, 17 giugno 2026 Diritti d'autore  AP Photo/Richard Drew
Diritti d'autore AP Photo/Richard Drew
Di Quirino Mealha
Pubblicato il
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Dopo sei mesi segnati da guerra, shock petrolifero e corsa sfrenata all’IA, gli economisti avvertono che il resto dell’anno dipende da una catena di rischi intrecciati, con la fragile pace tra Stati Uniti e Iran come fattore decisivo.

La seconda metà dell'anno poggia su una delicata catena di tessere del domino, secondo un nuovo briefing di Oxford Economics, e la tenuta dell'accordo di pace tra Stati Uniti e Iran è il fattore che determinerà come cadranno le altre.

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«La sua durata stabilirà se l'economia mondiale beneficerà di una spinta disinflazionistica legata all'energia oppure dovrà assorbire un secondo shock petrolifero», afferma nel rapporto il capo economista globale Ryan Sweet, definendo l'intesa «la tessera chiave del domino che determinerà se gli altri rischi verranno amplificati o attenuati».

La società di consulenza prevede un'accelerazione dell'economia globale: stima una crescita annualizzata del 3,1% nella seconda metà dell'anno, contro l'1,6% circa nella prima, trainata soprattutto dal calo dei prezzi del petrolio che si riflette sui redditi delle famiglie. Sweet però valuta le probabilità di raggiungere un accordo duraturo come «pari al lancio di una moneta».

Se la tregua reggerà, Oxford Economics prevede un Brent in media poco sopra i 70 dollari al barile, con un alleggerimento dell'inflazione, delle condizioni finanziarie nei mercati emergenti e delle valutazioni del settore tecnologico.

Se dovesse saltare, le conseguenze non resterebbero confinate al mercato petrolifero.

Nella prima mattinata di mercoledì, l'esercito statunitense ha attaccato l'Iran dopo aver accusato Teheran di aver colpito tre navi nello stretto di Hormuz. L'Iran ha risposto con attacchi mirati contro Bahrain e Kuwait. Questo scambio di colpi ha aumentato il rischio che l'accordo provvisorio per fermare i combattimenti possa collassare. Tuttavia, la sequenza degli attacchi ricalca schemi già visti durante il fragile cessate il fuoco previsto dall'intesa e nessuno dei due Paesi ha subito lasciato intendere di voler abbandonare il tavolo dei negoziati.

I prezzi del petrolio hanno reagito agli attacchi salendo di oltre il 3% nella mattinata di mercoledì, con il benchmark internazionale Brent sopra i 76 dollari al barile.

«Un fallimento dell'accordo di pace non si limiterebbe a far salire il prezzo del petrolio: aumenterebbe anche la pressione sulle catene di approvvigionamento per l'IA in Asia, costringerebbe le banche centrali ad adottare una linea più restrittiva, inasprirebbe le condizioni finanziarie e potrebbe cambiare l'esito delle elezioni di metà mandato negli Stati Uniti e delle elezioni in Israele [...] l'effetto domino sarebbe rapidissimo», osserva Sweet.

Un testa o croce con uno scarto di 20 dollari

Non tutti condividono le previsioni di Oxford Economics sul prezzo del petrolio.

Nelle sue previsioni di metà anno, pubblicate a maggio, Morgan Stanley stima un ritorno del greggio attorno ai 90 dollari al barile entro fine anno: circa 20 dollari in più rispetto alle stime di Oxford Economics, equivalenti a due scommesse diverse sul medesimo processo di pace.

Anche la Banca Mondiale è più prudente: prevede un prezzo medio del Brent attorno ai 94 dollari al barile quest'anno e avverte che la crescita del PIL mondiale rallenterà al 2,5% nel 2026.

Riflettendo su come il recente scambio di attacchi stia mettendo alla prova la fragile tregua, Sweet afferma: «Il traffico nello stretto di Hormuz è un buon indicatore chiave. L'accordo impegnava le parti a ripristinare completamente il traffico attraverso questo collo di bottiglia strategico entro 30 giorni, il che rende la metà di luglio la prima scadenza vincolante», spiega.

«Un ritorno stabile ad almeno il 75% del traffico prebellico entro metà luglio aumenterebbe le probabilità che l'accordo stia tenendo, e viceversa», conclude Sweet.

L'altro indicatore, aggiunge, è se l'Iran invocherà formalmente la clausola sul Libano prevista dall'accordo in risposta agli attacchi israeliani e se la sua reazione sarà di natura militare o solo retorica.

Dazi, commercio e IA

Il commercio è un altro fattore di rischio che potrebbe ridisegnare le prospettive.

I dazi statunitensi della Sezione 122 scadranno il 24 luglio, ma Washington ha già predisposto misure sostitutive ai sensi della Sezione 301. Oxford Economics prevede che queste modifiche facciano aumentare le aliquote effettive dei dazi dalla fine di luglio, mentre gli Stati Uniti puntano a mantenere entrate mensili daziarie tra 25 e 30 miliardi di dollari (tra 21,8 e 26,2 miliardi di euro).

Anche l'Europa sta adottando una linea più dura. La Commissione europea ha aperto oltre 50 indagini in materia di difesa commerciale nei confronti della Cina, rispetto alle 17 di un anno fa, e prevede di presentare entro settembre una più ampia strategia di sicurezza economica.

Tensioni commerciali di questo tipo si riversano anche sul boom dell'IA che ha sostenuto i mercati finanziari quest'anno.

Oxford Economics rileva che l'industria statunitense dell'IA dipende in larga misura da semiconduttori e da altri componenti hardware provenienti dall'Asia nordorientale e sudorientale, le regioni che hanno più da perdere da eventuali nuove interruzioni delle forniture di materie prime che transitano dallo stretto di Hormuz.

Nel frattempo, la Banca dei regolamenti internazionali (BRI), l'organismo che coordina le banche centrali, avverte che il boom dell'IA poggia sempre più su opachi meccanismi di «finanziamento circolare» tra produttori di chip, grandi operatori del cloud e laboratori di intelligenza artificiale, oltre che su forme di credito privato poco regolamentate, dove i prestiti al settore sono quadruplicati in cinque anni.

Il responsabile per l'Asia-Pacifico della BRI, Zhang Tao, mette in guardia: la forte dipendenza del settore da fonti di finanziamento non bancarie significa che un rallentamento dell'IA potrebbe innescare una correzione più brusca e rapida rispetto a una crisi bancaria tradizionale.

Sweet ha simulato come potrebbe presentarsi un'inversione di tendenza di questo tipo.

«Abbiamo creato un cosiddetto scenario di scoppio della bolla tech, in cui i titoli tecnologici statunitensi perdono il 25% nell'arco di un anno», ha spiegato a Euronews.

Secondo Sweet, uno shock di questo genere porterebbe l'economia statunitense a fermarsi quasi del tutto, con ripercussioni sugli esportatori di tecnologia e sul sentiment degli investitori a livello globale, lasciando la crescita mondiale 1,1 punti percentuali al di sotto dello scenario di base di Oxford Economics per il prossimo anno.

Banche centrali, urne e calendario

Gli ultimi tasselli del domino sono le politiche economiche e la politica.

Oxford Economics si aspetta che le principali banche centrali siano più accomodanti di quanto prevedano attualmente i mercati finanziari, anche se potrebbero cambiare rapidamente rotta se il traffico nello stretto di Hormuz dovesse rallentare o se i prezzi degli input per l'IA dovessero segnalare tensioni sul lato dell'offerta.

Il banco di prova più vicino è la prossima decisione sui tassi della Federal Reserve, presieduta da Kevin Warsh, attesa per la fine del mese e in arrivo all'indomani del debole rapporto sull'occupazione di giugno.

Oltre quella data ci sono le elezioni di metà mandato negli Stati Uniti, a novembre, e le elezioni politiche in Israele, previste entro fine ottobre, che potrebbero entrambe influire sul processo di pace in Medio Oriente. A settembre, le elezioni regionali in Germania potrebbero inoltre mettere alla prova la coalizione che sostiene la politica di bilancio tedesca, un elemento chiave per l'economia dell'eurozona.

Oxford Economics segnala anche reali possibilità di sorpresa al rialzo, da una produttività più robusta trainata dall'IA a un'economia dell'UE che ha affrontato il secondo trimestre meglio del previsto.

Se la resilienza dell'Europa sia reale lo si vedrà anzitutto in Germania e nei dati sul credito, sostiene Sweet.

«Se le imprese riuscissero ad assorbire la compressione dei margini dovuta all'impennata dei prezzi dell'energia senza tagliare gli investimenti e senza attingere alle linee di credito, ciò rafforzerebbe l'idea che la dinamica di fondo dell'economia sia migliore del previsto», ha detto a Euronews, aggiungendo che una contrazione del credito bancario nell'area euro indicherebbe il contrario.

È importante ricordare che l'errore medio delle previsioni di Oxford Economics sfiora un punto percentuale e che l'intervallo di incertezza attorno a questa valutazione in particolare è più ampio del solito.

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