Mercedes-Benz prevede ora per il 2026 un utile operativo invariato a 5,8 miliardi di euro, rinunciando alla stima di crescita del 15% e confermando la gravità della crisi strutturale che minaccia l’auto tedesca.
Mercedes-Benz è diventata martedì la terza grande casa automobilistica tedesca a rivedere al ribasso le previsioni per l’intero anno, citando condizioni di mercato difficili in Cina e l’aumento dei costi delle materie prime.
Il gruppo prevede ora che l’utile operativo nel 2026 resti stabile, intorno a 5,8 miliardi di euro, nonostante in precedenza avesse stimato una crescita di almeno il 15%.
La società ha inoltre ridotto il margine di profitto atteso per il suo core business nel settore auto, portandolo a una forchetta tra il 2% e il 3%, rispetto alla precedente stima tra il 3% e il 5%.
La casa automobilistica ha comunicato un utile operativo preliminare per il terzo trimestre di 1,77 miliardi di euro, con un margine di profitto del 2,5% nella divisione autovetture. I risultati completi del terzo trimestre saranno pubblicati mercoledì.
Il titolo Mercedes-Benz ha perso oltre il 4% dopo l’annuncio, mentre Volkswagen e BMW sono scese entrambe di circa il 2%.
Sia BMW sia Volkswagen avevano già abbassato le loro previsioni annuali, poiché la domanda debole e la forte concorrenza dei rivali cinesi, come BYD e Xiaomi, continuano a pesare sui profitti.
Le consegne di veicoli Mercedes-Benz in Cina sono diminuite di un ulteriore 29% nei primi nove mesi del 2026, dopo aver toccato lo scorso anno il livello più basso dal 2016.
L’amministratore delegato di Mercedes-Benz, Ola Kallenius, ha sollecitato i dipendenti in Germania a lavorare più ore senza retribuzione aggiuntiva, mentre il gruppo amplia la produzione in Ungheria, dove sostiene che i costi siano circa il 70% inferiori rispetto alla Germania.
Volkswagen prevede di tagliare 120.000 posti di lavoro in tutto il mondo entro la fine del decennio, in quello che sarebbe il più grande processo di ristrutturazione nella storia dell’industria automobilistica, superando i 50.000 posti persi dopo il fallimento di General Motors nel 2009.