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Crisi di Hormuz, l'Iraq pronto a riaprire il corridoio terrestre via Siria per il petrolio

Una carovana di autocisterne attraversa il valico Rabia-Yarubiya verso la Siria, a Rabia nel nord-ovest dell’Iraq, lunedì 4 maggio 2026. (Foto AP/Farid Abdul Wahid)
Una colonna di autocisterne entra in Siria dal valico di frontiera Rabia-Yarubiyah, a Rabia, nel nordovest dell'Iraq, lunedì 4 maggio 2026. (Foto Farid Abdulwahid) Diritti d'autore  AP Photo
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Di يورونيوز
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L'Iraq dipende quasi totalmente dai porti meridionali di Bassora per esportare il suo petrolio greggio attraverso il Golfo Arabico. Oltre il 90% delle sue esportazioni di petrolio passa da questa rotta

L'Iraq intende aprire un nuovo corridoio terrestre attraverso la Siria per diversificare le sue esportazioni di petrolio. La decisione arriva in un momento in cui aumentano i rischi di sicurezza nello stretto di Hormuz, che hanno già destabilizzato i mercati mondiali del petrolio e dell'energia sullo sfondo della crisi in Medio Oriente.

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L'Iraq esporta la maggior parte del suo greggio attraverso i porti meridionali della provincia di Bassora. Le recenti tensioni marittime nel Golfo hanno però spinto Baghdad a cercare alternative per mettere in sicurezza le esportazioni.

L'esperto di petrolio iracheno Assem Jihad ha spiegato, in dichiarazioni all'agenzia Anadolu, che il piano principale del ministero del Petrolio è aumentare le esportazioni attraverso il porto turco di Ceyhan, portandole dal livello attuale di 150-200mila barili al giorno a circa 300mila barili al giorno.

L'esperto ha aggiunto che l'interruzione delle spedizioni attraverso lo stretto di Hormuz priva l'Iraq della possibilità di esportare circa 3,5 milioni di barili di petrolio al giorno.

Baghdad punta alla rotta di terra via Siria per il petrolio in seguito alla crisi di Hormuz

Jihad ha chiarito che il ministero iracheno del Petrolio si sta preparando anche a esportare 50mila barili al giorno di greggio di Bassora verso i mercati internazionali, trasportandoli con autobotti che attraverseranno il territorio siriano fino al porto di Banias. Ha sottolineato che l'Iraq deve smaltire quantità di greggio pesante che hanno creato colli di bottiglia nelle raffinerie e rallentato le loro operazioni.

Pur riconoscendo che i ricavi attesi da questa opzione saranno limitati, Jihad ha affermato che Baghdad punta comunque su questa strada per alleviare la pressione economica e ridurre il disavanzo di bilancio. Ha aggiunto che la costruzione di nuovi oleodotti resta l'unica soluzione ottimale nel lungo periodo, spiegando che l'oleodotto Iraq-Siria esistente allo stato attuale non è idoneo all'export di petrolio.

Da parte sua, il presidente dell'osservatorio Eco Iraq, Ali Naji, ha dichiarato che la ripresa delle esportazioni di petrolio attraverso la Siria rappresenta un passo importante. Offre infatti all'Iraq uno sbocco alternativo e lo aiuta a costruire una struttura di export più flessibile, riducendo la forte dipendenza dai porti del Golfo.

Secondo Naji, la creazione di un ulteriore corridoio di esportazione attraverso il territorio siriano potrebbe aprire la strada a una cooperazione bilaterale nei settori del petrolio e della logistica e rafforzare i rapporti economici più ampi tra i due Paesi. Potrebbe inoltre creare le condizioni per riattivare i progetti di oleodotto o sviluppare nuove infrastrutture energetiche.

Il presidente dell'osservatorio ha però precisato che il progetto si scontra con diverse sfide. Tra le principali, l'elevato costo logistico del trasporto su gomma rispetto agli oleodotti, la limitata quantità che può essere movimentata via terra e il perdurare dei rischi di sicurezza lungo le rotte terrestri.

Iraq e Siria discutono della sicurezza alle frontiere

Iraq e Siria sono collegati da tre principali valichi terrestri: Rabia-Al-Yarubiyah, Al-Qaim-Al-Bukamal e Al-Walid-Al-Tanf. Questi passaggi sono stati riaperti e rimessi in funzione in diverse fasi dopo la caduta del regime di Bashar al-Assad, aprendo la strada a un rafforzamento della cooperazione economica tra i due Paesi.

Lunedì Iraq e Siria hanno tenuto nella zona di Al-Qaim il loro primo incontro congiunto sulla sicurezza delle frontiere. Al centro dei colloqui, le modalità per rafforzare il coordinamento sul terreno e intensificare i controlli lungo la fascia di confine, in un passo volto a consolidare la cooperazione in materia di sicurezza tra i due Paesi.

Secondo un comunicato del ministero dell'Interno iracheno, la riunione è stata presieduta, per la parte irachena, dal comandante delle Forze di frontiera, il generale Mohammad Abdelwahab Sukar, mentre per la parte siriana era presente il capo della Guardia di frontiera, il brigadiere Hassan Abdelghani.

Le due delegazioni hanno discusso i meccanismi per sviluppare la cooperazione tra le forze di guardia di frontiera e intensificare lo scambio di informazioni di intelligence, oltre a coordinare gli sforzi contro le minacce alla sicurezza che potrebbero mettere a rischio la stabilità delle aree di confine condivise.

La delegazione irachena ha ribadito l'importanza di intensificare il coordinamento tra Baghdad e Damasco per controllare la frontiera comune, aggiungendo che l'incontro ha prodotto intese volte ad innalzare il livello di sicurezza e stabilità lungo tutto il confine tra i due Paesi.

Il responsabile siriano ha definito i risultati dell'incontro "positivi", sottolineando che contribuiranno a rafforzare le misure di controllo della frontiera. Le parti hanno inoltre concordato di istituire canali di comunicazione diretti e rapidi tra i comandi sul campo, per garantire un coordinamento tempestivo di fronte a qualsiasi nuovo sviluppo sul piano della sicurezza e a tutela della sicurezza di entrambi i Paesi.

Le tensioni sul petrolio legate alla crisi di Hormuz

L'economia irachena dipende quasi totalmente dai porti meridionali di Bassora per l'export di greggio attraverso il Golfo Persico, da cui transita oltre il 90% delle sue esportazioni petrolifere.

Questo forte affidamento su un unico corridoio ha reso l'economia irachena estremamente vulnerabile a qualsiasi tensione di sicurezza o militare nel Golfo e nello stretto di Hormuz. Da anni Baghdad è quindi alla ricerca di alternative che riducano i rischi e garantiscano la continuità del flusso di esportazioni.

Tra le principali opzioni sul tavolo figurano un maggiore utilizzo dell'oleodotto Iraq-Turchia fino al porto di Ceyhan, l'avanzamento del progetto di oleodotto Bassora-Aqaba attraverso la Giordania e il progetto «Development Road» (Strada dello sviluppo), che collega il grande porto di Al-Faw alla Turchia e da lì all'Europa tramite una rete di strade e ferrovie.

Questi progetti riflettono una strategia irachena volta a diversificare gli sbocchi di esportazione e a non legare il destino dell'economia a un solo corridoio marittimo.

La guerra scoppiata nella regione nel 2026 ha messo a nudo come mai prima la fragilità del sistema di export iracheno. Prima della crisi l'Iraq esportava circa 3,3-3,4 milioni di barili al giorno attraverso i porti del Golfo. Il crescente rischio di sicurezza e la contrazione del traffico delle petroliere nello stretto di Hormuz hanno però provocato il crollo delle esportazioni via mare, scese nel picco della crisi a meno di 100 mila barili al giorno, per poi risalire gradualmente a circa 488 mila barili al giorno a giugno, pari a circa un quinto dei livelli precedenti alla guerra.

Il calo così marcato si è riflesso sulle entrate petrolifere: in alcuni mesi della crisi i ricavi dell'Iraq sono diminuiti di oltre il 70%, imponendo forti pressioni sul bilancio pubblico e costringendo le autorità a ridurre la produzione per l'esaurimento della capacità di stoccaggio.

Di fronte a questi sviluppi, il governo iracheno e la compagnia statale di commercializzazione del petrolio (SOMO) hanno accelerato l'adozione di soluzioni alternative. Tra queste, il trasporto su strada di greggio e prodotti petroliferi tramite autobotti attraverso Siria e Giordania, per raggiungere i porti del Mediterraneo e del Mar Rosso, insieme all'avvio di studi e progetti per creare nuovi corridoi strategici di esportazione.

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