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Gli ultimi focolai globali dei 'batteri carnivori'

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Immagine illustrativa Diritti d'autore  Copyright 2019 The Associated Press. All rights reserved.
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Di Jesús Maturana
Pubblicato il Ultimo aggiornamento
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Negli ultimi anni sono aumentati in Stati Uniti, Europa e Asia i decessi legati ai batteri "mangia-carne" Vibrio vulnificus e allo streptococco di gruppo A. Il riscaldamento dei mari ha favorito la diffusione del Vibrio dal Baltico al Mare del Nord e al Mediterraneo.

Definirla "batterio carnivoro" non è tecnicamente corretto, ma il soprannome rende bene l’idea di ciò che fa: distrugge i tessuti a una velocità tale da costringere all’amputazione degli arti nel giro di poche ore.

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Questa definizione generica comprende in realtà diverse specie batteriche in grado di causare fascite necrotizzante, cioè la morte progressiva dei tessuti muscolari e cutanei. Oggi le due più sorvegliate sono la Vibrio vulnificus, che vive in ambiente marino, e lo Streptococcus pyogenes di gruppo A, che si trasmette da persona a persona.

Il Vibrio vive in acque calde e salmastre, dove i fiumi sfociano in mare, e raggiunge l’uomo in due modi: tramite il contatto di una ferita aperta con acqua contaminata oppure, più spesso, attraverso il consumo di frutti di mare crudi, in particolare ostriche o gamberi.

Nelle persone sane l’infezione di solito si limita a disturbi gastrointestinali. Il problema nasce nei profili più fragili: pazienti con malattie epatiche, immunodepressi, diabetici o anziani. In questi casi il batterio può provocare sepsi e necrosi nel giro di poche ore. Secondo i Centri statunitensi per il controllo e la prevenzione delle malattie (CDC), uno su cinque tra i pazienti con infezione grave muore nel giro di pochi giorni.

Lo Streptococcus pyogenes ha una biologia diversa. Si trasmette per via respiratoria o attraverso ferite cutanee, non tramite l’acqua di mare. Nella sua forma più pericolosa provoca la sindrome da shock tossico streptococcico (STSS), con un tasso di mortalità intorno al 30%.

È noto da decenni e risponde bene ad antibiotici come penicillina o amoxicillina, ma il numero dei casi gravi è aumentato in modo evidente negli ultimi anni. I due batteri condividono il soprannome, ma le vie di contagio e i profili di rischio sono differenti.

I focolai più recenti: dalla Florida al Giappone passando per il Mediterraneo

La storia recente di Vibrio vulnificus negli Stati Uniti è la meglio documentata al mondo. Dal 1988 il Paese ha registrato oltre 2.600 infezioni e più di 700 decessi collegati a questo batterio.

I casi si concentrano sulla costa meridionale, in particolare in Florida e Louisiana, dove le condizioni climatiche sono ideali per la sua proliferazione. Nel 2024, il passaggio dell’uragano Helene a settembre ha provocato inondazioni costiere che hanno fatto impennare i contagi: la Florida ha segnalato 82 casi e 19 morti, cifre record secondo le autorità statali. Il totale dei decessi legati a Vibrio in quello Stato ha raggiunto quota 89 nello stesso anno, secondo il Dipartimento della Salute della Florida.

Il 2025 non è andato meglio. Fino ad agosto, la Florida aveva registrato 13 casi e 4 morti, mentre la Louisiana — dove la media storica raramente superava un decesso all’anno — ha segnalato 17 casi ricoverati e altri 4 morti, un incremento del 400% delle vittime rispetto agli anni precedenti.

L’episodio più recente risale al 21 luglio 2025, quando un uomo di 77 anni è morto a Bay St. Louis, in Mississippi, dopo essersi infettato attraverso un graffio alla gamba mentre lavorava con un rimorchio per barche. In totale, otto persone sono morte a causa di questo batterio negli Stati Uniti solo nei primi mesi di quell’anno.

In Asia l’allarme ha un’altra origine. In Giappone i casi di sindrome da shock tossico streptococcico causata da Streptococcus pyogenes hanno raggiunto quota 941 nel 2023, il massimo storico fino ad allora. Nel 2024 quella cifra è stata superata in appena sei mesi: l’Istituto nazionale giapponese per le malattie infettive ha confermato 977 infezioni prima di metà anno, con 77 decessi registrati. Dal 1992 il Paese registrava tra 100 e 200 casi l’anno di questa malattia, il che rende i numeri recenti particolarmente allarmanti.

L’Europa, per parte sua, affronta il problema dal fronte marino. Tra il 2014 e il 2017 la media annuale dei casi di infezione da Vibrio nel continente è stata di 126. Nel 2018, un’estate particolarmente calda ha triplicato il dato fino a 445 casi, concentrati soprattutto nei Paesi del Baltico: Norvegia, Svezia, Danimarca, Finlandia, Polonia ed Estonia.

Nel giugno 2026, con l’inizio dell’estate, è partita una stagione che il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (ECDC) definiva già ad alto rischio.

La Spagna non parte da zero: la Galizia ha registrato tre focolai significativi di specie del genere Vibrio nelle ultime due decadi: 64 persone colpite nel 1999 dopo aver mangiato ostriche, 80 nel 2004 e quasi 100 nel 2012, per il consumo di gamberi avariati. Nei casi che riguardano la Spagna si è sempre trattato di episodi legati al consumo di frutti di mare.

Il caldo come alleato: una minaccia che cresce con il termometro

La domanda più importante non è solo quante persone sono morte, ma perché i numeri continuano a salire. La risposta, in larga misura, sta nella temperatura dell’acqua. I batteri del genere Vibrio prosperano tra i 20 e i 35 ºC in acque a salinità moderata.

In passato queste condizioni erano limitate alle zone tropicali e subtropicali. Oggi ogni estate si estendono a latitudini che trent’anni fa erano troppo fredde per questo microrganismo. Jan Carlo Semenza, epidemiologo dell’Università di Umeå in Svezia, ha documentato questa correlazione diretta: a una maggiore temperatura superficiale del mare corrisponde un maggior numero di infezioni.

L’Agenzia europea dell’ambiente stima che la temperatura superficiale del mare in Europa sia aumentata da quattro a sette volte più rapidamente rispetto alla media globale degli oceani. Il Mediterraneo, considerato dalla comunità scientifica una delle regioni più vulnerabili al riscaldamento globale, è particolarmente esposto. E non solo per la temperatura: la riduzione del volume di acqua dovuta al calore concentra la densità batterica nella massa restante, aumentando il rischio di esposizione.

Nel luglio 2024 l’Autorità europea per la sicurezza alimentare (EFSA) ha pubblicato una valutazione approfondita del rischio legato a questi batteri ed è stata netta: si prevede che la loro prevalenza nei frutti di mare aumenti, sia in Europa sia nel resto del mondo, come conseguenza del cambiamento climatico.

Questa previsione comprende anche l’espansione geografica del batterio verso zone costiere dove oggi è quasi assente. L’ECDC, da parte sua, ha sviluppato un sistema di sorveglianza basato su dati satellitari (fonte in spagnolo) di temperatura e salinità del mare che produce mappe di rischio in tempo reale per orientare gli allarmi nazionali. Le aree considerate più a rischio sono soprattutto il Mar Nero, il Mare del Nord e il Baltico.

Mappa delle previsioni di Vibrio in Europa dell’ECDC per i prossimi 5 giorni
Mappa delle previsioni di Vibrio in Europa dell’ECDC per i prossimi 5 giorni ECDC

L’impatto non è solo sanitario. Hatim Aznague, analista per l’Azione climatica e la resilienza energetica dell’Unione per il Mediterraneo, lo riassume così: "I batteri non sono la storia; sono i messaggeri. La storia è un mare sconvolto dal calore e dall’inquinamento". Una spiaggia chiusa in alta stagione comporta perdite economiche immediate per hotel, ristoranti e operatori turistici.

Il Mediterraneo è la regione di villeggiatura più visitata al mondo, il che amplifica l’impatto di qualsiasi allerta sanitaria. Le infezioni da Vibrio sono aumentate di oltre l’84% a livello globale dall’inizio degli anni 2000, secondo i dati consolidati. Se la tendenza non cambierà, quello che oggi è un rischio stagionale e circoscritto potrebbe trasformarsi, nel medio periodo, in un problema strutturale di sanità pubblica.

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