Tra proteste, accuse di corruzione e tensioni diplomatiche, il caso del padiglione russo alla Biennale divide il mondo culturale europeo e riapre il dibattito sul ruolo dell’arte nella guerra in Ucraina
La partecipazione del padiglione russo alla Biennale di Venezia 2026 ha acceso uno scontro politico e culturale che va ben oltre il mondo dell’arte. A sollevare il caso è Marat Gelman, gallerista e storico oppositore del Cremlino, secondo cui l’apertura del padiglione russo rappresenta "non un progetto culturale, ma puramente politico".
In un’intervista durissima, Gelman sostiene che la Russia stia usando la cultura come strumento di “artwashing”, cioè di ripulitura della propria immagine internazionale attraverso eventi artistici di prestigio. E punta il dito contro Venezia e l’Italia, definite "l’anello debole del blocco europeo contro l’aggressore russo".
Secondo il gallerista, il Cremlino avrebbe tentato di normalizzare il ritorno della Russia negli eventi culturali europei “in silenzio”, sfruttando la disponibilità di istituzioni occidentali disposte a chiudere un occhio. "Non ci sono artisti russi importanti nel padiglione – afferma – perché quelli veramente rilevanti sono in esilio, in carcere o rifiutano di collaborare con lo Stato".
Gelman accusa inoltre alcuni dirigenti culturali europei di comportarsi da “utili idioti”, aiutando Mosca ad aggirare sanzioni e isolamento internazionale. Nel mirino finiscono gli organizzatori della Biennale e le reti culturali legate a fondazioni russe attive in Europa.
Le proteste non sono mancate. Durante l’apertura della Biennale, attiviste di Pussy Riot e Femen hanno contestato la presenza russa con slogan come "L’arte della Russia è sangue", mentre l’artista Danila Tkachenko si è inciso sul petto la parola “ART” per denunciare la legittimazione del capitale collegato alla guerra.
Per Gelman, la questione non riguarda la cancellazione della cultura russa, ma la distinzione tra artisti indipendenti e apparati statali del Cremlino. "Gli artisti russi contrari alla guerra continuano a lavorare in Europa e vengono accolti. Il problema è la partecipazione ufficiale dello Stato aggressore".
L’intervista si allarga poi alla trasformazione della Russia sotto Putin, descritta come una deriva imperiale nata dopo il 2008 e culminata nell’invasione dell’Ucraina. Gelman sostiene che il potere russo sia diventato vittima della propria propaganda e che oggi la vera frattura sia tra élite culturale ed élite militare.
Nonostante il clima cupo, il gallerista conclude con una riflessione sul futuro dell’arte russa: "La cultura è una fenice. Muore e rinasce. Prima deve finire la guerra, poi arriverà il tempo della riflessione".