Una vasta chiazza di petrolio si sta espandendo nel Golfo Persico vicino all’isola iraniana di Kharg. Timori per un disastro ambientale e per le infrastrutture energetiche iraniane sotto pressione
Una vasta chiazza di petrolio si sta allargando nel Golfo Persico al largo dell’isola iraniana di Kharg, il principale terminale da cui passa gran parte delle esportazioni di greggio dell’Iran. Le immagini satellitari diffuse nelle ultime ore mostrano chiaramente lo sversamento in mare, mentre crescono le preoccupazioni per un possibile disastro ambientale in una delle aree energetiche più delicate del pianeta.
Secondo le stime del servizio di monitoraggio Orbital EOS, oltre 3.000 barili di petrolio potrebbero già essere finiti in acqua. La chiazza avrebbe raggiunto una superficie superiore alle 20 miglia quadrate e si starebbe muovendo verso sud, in direzione delle acque saudite.
Cosa sta succedendo vicino all’isola di Kharg
La causa della perdita non è ancora chiara. Una delle ipotesi più accreditate riguarda una rottura in un oleodotto sottomarino collegato al giacimento offshore di Abuzar, a ovest dell’isola di Kharg.
Si tratta di un’infrastruttura vecchia di decenni e già protagonista di diversi incidenti negli ultimi anni. Secondo gli analisti del settore energetico iraniano, l’oleodotto soffrirebbe da tempo di problemi di manutenzione aggravati dalla pressione crescente sul sistema petrolifero del Paese.
C’è anche chi ipotizza che parte del greggio possa essere stata scaricata deliberatamente in mare per alleggerire le petroliere e liberare spazio di stoccaggio. Al momento, però, non esistono prove concrete a sostegno di questa teoria.
Il blocco nello Stretto di Hormuz complica tutto
Lo sversamento arriva in un momento estremamente delicato per l’Iran. Le infrastrutture petrolifere del Paese sono sotto forte stress a causa delle tensioni nello Stretto di Hormuz, il passaggio strategico attraverso cui transita circa un quinto del petrolio mondiale trasportato via mare.
Il blocco imposto dagli Stati Uniti e le limitazioni al traffico navale introdotte da Teheran hanno rallentato le esportazioni iraniane, lasciando numerose petroliere ferme e aumentando il rischio di incidenti.
Negli ultimi mesi, inoltre, impianti e navi avrebbero subito danni legati agli attacchi statunitensi e israeliani, rendendo ancora più fragile l’intera rete energetica iraniana.
Secondo gli esperti, l’Iran starebbe accumulando enormi quantità di greggio senza avere abbastanza capacità di stoccaggio disponibile. Una situazione che aumenta inevitabilmente il rischio di perdite, guasti e sversamenti.
Il rischio ambientale nel Golfo Persico
L’allarme maggiore riguarda però le conseguenze ambientali.
Il Golfo Persico è un ecosistema già estremamente fragile. Le sue acque poco profonde devono fare i conti con temperature elevate, forte salinità, inquinamento industriale e sviluppo costiero intensivo.
Una fuoriuscita di petrolio in quest’area può avere effetti devastanti sugli habitat marini. Mangrovie, coralli, tartarughe marine, uccelli e zone di riproduzione rischiano di essere colpiti direttamente dalla contaminazione.
Anche le comunità costiere potrebbero subire danni pesanti. La pesca, gli impianti di desalinizzazione e l’economia locale dipendono infatti dalla salute delle acque del Golfo.
Gli esperti avvertono che persino una perdita considerata “gestibile” potrebbe trasformarsi rapidamente in una crisi regionale se la risposta dovesse arrivare in ritardo.
Il silenzio di Teheran
Finora i media statali iraniani non hanno dato particolare spazio alla notizia della chiazza di petrolio. Anche il ministero degli Esteri iraniano non avrebbe ancora rilasciato commenti ufficiali.
Nel frattempo, però, le immagini satellitari continuano a circolare e l’attenzione internazionale cresce, soprattutto per le possibili conseguenze ambientali e geopolitiche di un incidente che arriva in uno dei momenti più tesi degli ultimi anni nel Golfo Persico.