Il ministro degli Esteri in Libano tra incontri istituzionali, tensioni sul campo e il ruolo chiave del contingente italiano Unifil nel contenimento della crisi
Il ministro degli Esteri Antonio Tajani è atterrato a Beirut in un momento di altissima tensione regionale, con l’obiettivo di rafforzare il sostegno italiano al Libano e rilanciare gli sforzi diplomatici per un cessate il fuoco. Una missione che si muove su più livelli: politico, militare e umanitario.
In agenda gli incontri con il presidente della Repubblica libanese Joseph Aoun e con il ministro degli Esteri Youssef Rajji, ma anche il confronto diretto con i militari italiani impegnati nel Paese, tra la Missione bilaterale (Mibil), il Comitato tecnico-militare (MTC4L) e la partecipazione alla missione Unifil.
L’Italia, infatti, è tra i principali contributori della missione Onu: il contingente italiano conta circa 1.000-1.100 militari, rappresentando una delle presenze più consistenti sul terreno e assumendo a rotazione anche il comando della forza. Complessivamente, Unifil schiera oltre 10.000 caschi blu provenienti da circa 45 Paesi, con il compito di monitorare la cessazione delle ostilità e supportare le Forze armate libanesi (LAF).
L'incidente col convoglio italiano
A rendere ancora più delicato il quadro è stato anche l’incidente che ha coinvolto i mezzi italiani della missione Unifil. Nei giorni scorsi, nel sud del Libano, un carro armato delle forze israeliane ha urtato un veicolo del convoglio italiano durante alcune manovre operative, mentre in altri episodi sono stati segnalati colpi di avvertimento che hanno danneggiato mezzi chiaramente identificabili dei caschi blu.
Non si registrano feriti, ma l’accaduto ha evidenziato un livello di tensione crescente e difficoltà operative sul terreno, tra limitazioni alla libertà di movimento e rischi per il personale internazionale . Le prime ricostruzioni avevano parlato di "speronamento", ipotesi poi ridimensionata dal contingente italiano che ha ricondotto l’episodio a manovre in un contesto altamente instabile .
Proprio su questo punto è intervenuto il ministro degli Esteri Antonio Tajani al suo arrivo a Beirut: "Quello di ieri è stato probabilmente un incidente, ma gli incidenti non devono ripetersi. Bisogna lavorare, anche rafforzando il coordinamento e le informazioni tra l’esercito israeliano e i nostri reparti, affinché non ci siano incomprensioni, ma la tutela dell’incolumità dei nostri militari per noi è una priorità qui in Libano". Tajani ha quindi ribadito il ruolo cruciale dei militari italiani, sottolineando di aver già sollevato la questione con le autorità israeliane: «I militari dell’Unifil stanno svolgendo un ruolo importantissimo […] raccomandando assolutamente la garanzia per l’incolumità dei nostri militari».
"Unifil, missione minimalista"
"La missione di Unifil è una missione minimalista, perché non ha il compito di fare alcunché salvo assistere le forze libanesi, mentre queste dovrebbero da sole controllare e pacificare il territorio. Questa missione è insufficiente ed è questa insufficienza che viene evidenziata adesso che gli israeliani hanno deciso di eliminare Hezbollah" spiega lo storico Gregory Alegi, docente all'Università Luiss.
Secondo Alegi, l'impostazione ha prodotto effetti evidenti: "Questa supervisione non basta, perché ha permesso alla milizia filo-iraniana di incistarsi sul territorio fino a essere profondamente interconnessa con la società libanese. Quindi abbiamo sotto i nostri occhi questi due problemi che prima o non c’erano o facevamo finta di non vedere".
"Accettate la presenza di Hezbollah?"
Sul piano militare, la reazione israeliana si muove lungo una linea dura, ma carica di conseguenze: "Il problema di fondo è se la comunità internazionale è disposta ad accettare la presenza di Hezbollah e di questa longa manus iraniana che ha assunto il controllo del Libano e che continua ad attaccare Israele. Se qualcuno è disposto a prendersi il costo politico e militare di smantellare Hezbollah si va in una direzione, altrimenti gli israeliani hanno deciso di assumersi questo rischio da soli".
Una scelta che comporta un prezzo elevato su due fronti: "Militare, perché visto il modo in cui Hezbollah è intrecciato nella società libanese non sarà facile raggiungere l’obiettivo. Politico, perché questa azione così muscolare non viene accettata praticamente da nessun Paese europeo. Israele rischia di bruciarsi i rapporti con paesi tradizionalmente amici o neutrali".
Resta infine il nodo delle alternative diplomatiche, anche alla luce delle dichiarazioni libanesi sul possibile disarmo di Hezbollah. Ma, secondo lo storico, lo spazio è limitato: "Il governo Netanyahu ha preso un atteggiamento massimalista, sia negli obiettivi sia nei tempi: tutto e subito. La risposta al 7 ottobre, l’attacco all’Iran e oggi le operazioni in Libano rientrano in un disegno unico di disarmare questa minaccia continua".
E conclude con una valutazione critica sull’efficacia della strategia: "Se si può condividere l’obiettivo, i modi non sembrano dare il risultato voluto: non conseguono una vittoria militare e restringono fortemente lo spazio politico di Israele".
La visita di Tajani serve a ribadire la linea italiana: sostegno alla stabilità del Libano, aiuti umanitari – con un pacchetto da 10 milioni di euro e oltre 40 tonnellate di beni già inviati – e supporto al rafforzamento delle istituzioni, incluso il delicato tema del disarmo delle milizie, a partire da Hezbollah. Sullo sfondo, la necessità di evitare un’escalation che coinvolga l’intera regione, anche alla luce delle tensioni tra Stati Uniti e Iran e della sicurezza nello Stretto di Hormuz.