Il Cio ha annunciato il divieto giovedì, dopo il via libera dell'esecutivo alla nuova politica. La decisione esclude dalle categorie femminili, a partire dai Giochi di Los Angeles 2028, le donne transgender e quelle con alcune rare patologie.
Il Comitato Olimpico Internazionale (CIO) ha deciso di escludere le donne transgender dalle competizioni femminili, a partire dai prossimi Giochi olimpici estivi, in programma a Los Angeles, negli Stati Uniti, nel luglio 2028.
La decisione arriva dopo che i vertici del CIO hanno approvato giovedì (fonte in inglese) una nuova politica sulla «Protezione della categoria femminile (donne) nello sport olimpico», in seguito alle richieste di riforma emerse dopo i Giochi estivi di Parigi 2024 e dopo i recenti Giochi invernali di Milano-Cortina, conclusi poche settimane fa.
Le richieste erano però in gran parte speculative: molti utenti sono intervenuti sui social, accusando diverse atlete, in particolare la pugile algerina Imane Khelif, di sfruttare il sistema per ottenere un vantaggio.
«L’idoneità a qualsiasi gara della categoria femminile ai Giochi olimpici o in qualunque altro evento del CIO, sia negli sport individuali sia in quelli di squadra, è ora limitata alle donne biologiche», ha dichiarato il Comitato Olimpico Internazionale, precisando che ciò sarà determinato da un test genetico obbligatorio da effettuare una sola volta nella carriera dell’atleta.
La nuova politica riguarda anche le donne con condizioni mediche
Non è chiaro quante, e se, donne transgender gareggino a livello olimpico. Nessuna atleta che abbia effettuato una transizione dopo essere nata maschio ha partecipato ai Giochi estivi di Parigi 2024, mentre la sollevatrice di pesi Laurel Hubbard ha preso parte alle Olimpiadi di Tokyo 2021 senza conquistare medaglie.
Secondo il CIO, la nuova normativa sull’idoneità, che sarà in vigore dai Giochi di Los Angeles nel luglio 2028, «tutela l’equità, la sicurezza e l’integrità della categoria femminile».
«Non è retroattiva e non si applica a programmi sportivi di base o ricreativi», ha aggiunto il CIO, il cui Statuto olimpico afferma che l’accesso alla pratica sportiva è un diritto umano.
Dopo una riunione del comitato esecutivo, il CIO ha pubblicato un documento di politica di 10 pagine che limita anche la partecipazione di atlete come la mezzofondista sudafricana, due volte campionessa olimpica, Caster Semenya, affette da condizioni mediche note come differenze nello sviluppo sessuale (DSD).
«Sappiamo che questo è un tema delicato», ha dichiarato la presidente del CIO, Kirsty Coventry, in una conferenza stampa online per illustrare la nuova politica.
Decisione basata su 'ricerche biologiche'
Coventry e il CIO puntavano da tempo a una linea chiara, invece di limitarsi a fornire indicazioni alle federazioni internazionali, che finora hanno elaborato regolamenti propri.
«Ai Giochi olimpici, anche i margini più ridotti possono fare la differenza tra vittoria e sconfitta», ha ricordato Coventry, due volte medaglia d’oro olimpica nel nuoto, in una nota.
«È quindi assolutamente evidente che non sarebbe giusto permettere agli uomini biologici di gareggiare nella categoria femminile».
Il documento del CIO illustra le ricerche secondo cui nascere maschio conferisce vantaggi fisici che, secondo un gruppo di esperti, vengono mantenuti nel tempo.
«I maschi sperimentano tre significativi picchi di testosterone: in utero, nella cosiddetta mini-pubertà dell’infanzia e dall’inizio della pubertà adolescenziale fino all’età adulta», si legge nel testo.
Questo, prosegue il documento, conferisce ai maschi «specifici vantaggi prestazionali legati al sesso negli sport e nelle discipline che si basano su forza, potenza e/o resistenza».
Trump elogia la decisione del CIO
Il presidente statunitense Donald Trump, sostenitore convinto di questa linea, ha elogiato il CIO per la decisione in un post sulla sua piattaforma Truth Social.
«Congratulazioni al Comitato Olimpico Internazionale per la decisione di vietare agli uomini di partecipare agli sport femminili», ha scritto. «Questo sta accadendo solo grazie al mio potente ordine esecutivo, con cui difendo donne e ragazze!»
Trump ha firmato un ordine esecutivo nel febbraio dello scorso anno, all’inizio del suo secondo mandato, che vieta agli atleti transgender di competere nelle categorie femminili all’interno degli Stati Uniti.
In precedenza, il presidente aveva accusato la «sinistra woke» di ignorare la «biologia di base» per portare avanti la propria ideologia e aveva sostenuto che le donne debbano essere protette da uomini che cercano di barare.
Ha inoltre affermato di aver ordinato all’allora segretaria alla Sicurezza interna, Kristi Noem, di «respingere tutte le domande di visto presentate da uomini che cercano di entrare fraudolentemente negli Stati Uniti qualificandosi come atlete donne».
Possibili ricorsi?
La nuova politica del CIO può essere impugnata, e con ogni probabilità lo sarà, davanti alla Corte di arbitrato per lo sport, a Losanna, la città svizzera sede del Comitato olimpico, forse da un’atleta che agirà da sola.
Le mezzofondiste Dutee Chand, indiana, e Caster Semenya, sudafricana, hanno già contestato in passato davanti alla stessa corte le precedenti versioni delle regole di idoneità del loro sport.
Eventuali ricorsi esaminerebbero le basi scientifiche delle ricerche del CIO, che giovedì non sono state rese pubbliche. Un procedimento potrebbe occupare gran parte dei quasi 28 mesi che mancano all’apertura dei Giochi olimpici di Los Angeles.