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Sovranità o sovranismo? Il trattato di pace del 1947 e l'Italia di oggi

Comizio di Alcide de Gasperi in ocacsione delle Elezioni italiane del 1948 vinte dalla DC
Comizio di Alcide de Gasperi in ocacsione delle Elezioni italiane del 1948 vinte dalla DC Diritti d'autore ASSOCIATED PRESS/AP1948
Diritti d'autore ASSOCIATED PRESS/AP1948
Di euronews
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Cosa c'entrano la crisi ucraina e il vivace dibattito sulla Via della Seta con un polveroso accordo internazionale di 75 anni fa? Qualcosa. Stiamo parlando del Trattato di Pace che secondo alcuni limita fortemente la sovranità del Paese nella sua proiezione esterna e in materia di sicurezza

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Il 10 Febbraio il trattato di pace che sancì la sconfitta dell'Italia nella Seconda guerra mondiale compie 75 anni.

Le condizioni imposte dai vincitori del conflitto (Usa, Urss, Regno Unito e Francia) vennero subite con stoicismo dalla classe politica della giovane Repubblica.

L'allora Presidente del Consiglio, il democristiano Alcide de Gasperi commentò:

"Prendo la parola in questo consesso mondiale e sento che tutto, tranne la vostra personale cortesia, è contro di me: è soprattutto la mia qualifica di ex nemico, che mi fa ritenere un imputato, l'essere arrivato qui dopo che i più influenti di voi hanno già formulato le loro conclusioni in una lunga e faticosa elaborazione..."

La prosa agra di de Gasperi esprimeva delusione. L'Italia contava di essere annoverata tra i non-sconfitti, in virtù dello sforzo dispiegato nella Guerra di Liberazione.

Cause immediate del documento: il Paese subì mutilazioni territoriali a Est come a Ovest a favore di Jugoslavia, Francia, Grecia, e perse il suo tardivo "impero" coloniale, anticipando i tempi anche per i vincitori.

Dovette inoltre rinunciare a una forza militare alla pari delle altre potenze europee vincitrici, come Francia e Regno Unito e anche a quelle di una media potenza (e potenziale nemico) come la Jugoslavia titina e socialista.

Ma quest'ultima condizione diede alla Repubblica l'occasione di rilanciarsi come forza pacifica e rinata che "ripudiava la guerra".

Ebbe inseguito l'occasione di riarmarsi, lo fece con discrezione, e a partire dal 1982 (intervento in Libano) le sue forze armate cominciarono ad agire progressivamente in zone di conflitto. Ma il salto di qualità politico-militare non arrivò. Così come la Germania, l'Italia evitò di dotarsi di un potenziale bellico come quelli francese e britannico. E a conti fatti più che la guerra ripudiò la sua autonoma dimensione politico-militare a favore della Nato e della costruzione europea.

Questo la portò a vivere una sorta di divaricazione tra i suoi interessi di diplomazia economica e il duro realismo delle questioni di sicurezza.

La Repubblica (la Prima) optò infatti per una rottura dei rigidi schemi imposti dalle logiche dei Blocchi stabilendo relazioni diplomatiche cordiali (se non eccellenti) con Paesi arabi recalcitranti e con l'Urss.

Una tradizione che è rimasta anche dopo la Guerra Fredda, da qui i rapporti calorosi con la Russia di Putin e l'entusiasmo per l'iniziativa cinese della Via della Seta.

Autonoma sì, ma non con la convinzione di Francia e Gran Bretagna.

Il Trattato di Pace del 1947 è stato in gran parte archiviato dalla storia (che corre più veloce della legalità internazionale) ma è ancora in vigore.

E alcuni dei suoi effetti rimangono, come la sovranità limitata degli apparati di sicurezza. Così la pensa Giovanni Fasanella; giornalista e autore, che assieme allo storico ed esperto di archivi Britannici e Usa, Mario-José Cereghino, ha intrapreso una ricerca (basata su documenti ufficiali) sulle intromissioni di potenze alleate, occidentali e geograficamente prossime, nelle vicende oscure

nostro Paese, dai regolamenti di conti del secondo dopoguerra agli attentati mafiosi del 1993 che accompagnarono la liquidazione della classe dirigente che aveva ricostruito il Paese.

Partiti politici, uomini delle Istituzioni e aziende di Stato (e non) che avevano incarnato tutte le contraddizioni di una rinascita rapida e in molti casi poco attenta alle regole vennero cancellati in qualche mese.

Di parere opposto Jean-Pierre Darnis, storico francese, esperto di relazioni franco-italiane dell'Università Luiss Guido Carli. Secondo Darnis l'Italia scelse il "soft-power" deliberatamente.

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Buona visione delle due interviste che trovate in integrale annesse all'articolo. Un confronto tra studio delle fonti e posizioni storiografiche sedimentate

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