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Sheikh Jarrah, come da un piccolo quartiere di Gerusalemme è partita la scintilla della guerra

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Di Luke Hurst
 maggio 2021: a Sheikh Jarrah un gruppo di palestinesi rompe il digiuno di Ramadan sotto lo sguardo dei coloni e della polizia israeliana
maggio 2021: a Sheikh Jarrah un gruppo di palestinesi rompe il digiuno di Ramadan sotto lo sguardo dei coloni e della polizia israeliana   -   Diritti d'autore  Maya Alleruzzo/Copyright 2021 The Associated Press. All rights reserved
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Continua a trascinarsi facendo sempre più vittime tra civili e militari l'escalation tra gruppi palestinesi ed esercito israeliano.

Una delle scintille che hanno acceso la miccia del conflitto è venuta da un piccolo quartiere di Gerusalemme Est, dove i coloni israeliani sono decisi a sfrattare un gruppo di famiglie palestinesi.

Una semplice disputa immobiliare secondo i coloni e gran parte delle autorità israeliane. Ma la contesa di Sheikh Jarrah, questo il nome della zona a ridosso della città vecchia, ha però fatto da propellente a proteste riverberate in Israele, Cisgiordania e a Gaza, e degenerate infine in scontro aperto.

"È chiaro che non si tratta affatto di un problema da poco", dice Aviv Tatarsky, un ricercatore di Ir Amim, una ONG israeliana che si concentra sul conflitto a Gerusalemme.

E anzi, secondo Tatarsky, la questione ha "totalmente destabilizzato la regione", portando alla morte e alla distruzione a cui si assiste a Gaza e in Israele, e coinvolgendo infine la comunità internazionale.

Rifugiati sotto sfratto

L'Agenzia delle Nazioni Unite per il Soccorso e l'Occupazione (UNRWA) spiega che quanti stanno affrontando la minaccia di sfratto dalle loro case a Sheikh Jarrah sono rifugiati palestinesi, alloggiati lì dalla fine degli anni '50.

In seguito alla perdita delle loro proprietà nel conflitto del 1948, che lasciò molti palestinesi apolidi, questi rifugiati furono trasferiti a Sheikh Jarrah con il sostegno del governo giordano e dell'UNRWA.

Il rischio di sfratto si è ripresentato per queste famiglie palestinesi quando un tribunale israeliano ha dato ragione a un'organizzazione di coloni che rivendica la proprietà della terra.

Una decisione finale doveva essere presa il 10 maggio, il cosiddetto "Jerusalem Day" col quale Israele celebra la riconquista di Gerusalemme est dopo la guerra dei sei giorni del 1967.

Tuttavia, sulla scia delle proteste e dei crescenti disordini, la Corte Suprema ha rimandato la decisione, e una nuova data non è ancora stata fissata.

"Quello che è successo nell'ultimo mese è notevole", dice Tatarsky a Euronews.

"Come una protesta popolare e la resistenza siano riuscite a far fare un passo indietro al governo israeliano".

Anche il quartiere di Sheikh Jarrah è stato teatro di violenze nelle ultime settimane.

La polizia israeliana ha riferito che un autista palestinese ha speronato un checkpoint israeliano domenica, ferendo sei agenti prima che l'aggressore fosse colpito e ucciso.

Insieme ai violenti scontri alla moschea di Al-Aqsa, nella Città Vecchia, questi episodi hanno portato le tensioni a un punto di ebollizione nei giorni precedenti il 10 maggio, quando lanci di razzi e attacchi aerei hanno avuto inizio

Enorme squilibrio di potere

Tatarsky spiega che la rivendicazione della proprietà degli edifici da parte dei coloni è dovuta alle leggi israeliane, contro le quali i rifugiati palestinesi sono quasi impotenti.

Simili tentativi di sfratto sono avvenuti nel 2009, che hanno causato enormi proteste e portato l'attenzione e la pressione internazionale sulla situazione. "Da allora Israele ha dovuto smettere di sfrattare le famiglie lì", dice.

Ma i coloni e il governo israeliano da allora sono stati incoraggiati dalle politiche e dalle dichiarazioni della recente presidenza statunitense di Donald Trump.

"Con l'appoggio che Trump ha dato al governo di destra, Israele ha ripreso molti progetti dei coloni intorno alla Città Vecchia e a Sheikh Jarrah che prima non poteva portare avanti", dice Tatarsky.

Mahmoud Illean/Copyright 2021 The Associated Press. All rights reserved
15 maggio, un dimostrante palestinese discute con la polizia di frontiera israeliana durante le proteste nel quartiere di Sheikh Jarrah, Gerusalemme estMahmoud Illean/Copyright 2021 The Associated Press. All rights reserved

Quello che sta succedendo a Sheikh Jarrah è solo un'istantanea di una tendenza più ampia.

Secondo l'UNRWA, ci sono quasi 1.000 palestinesi, metà dei quali bambini, che sono a rischio di sgombero forzato in tutta Gerusalemme Est.

E sta accadendo, secondo l'agenzia, "nel contesto della costruzione e dell'espansione degli insediamenti israeliani, illegali secondo il diritto umanitario internazionale".

Tatarsky dice che la sua ONG è a conoscenza di almeno 200 famiglie palestinesi che devono fronteggiare richieste di sfratto da parte di organizzazioni di coloni.

"E naturalmente negli ultimi decenni decine di famiglie sono già state sfrattate", dice, sottolineando che gli sfratti causano danni di vasta portata a tutto il quartiere, non solo alle famiglie direttamente coinvolte.

"Lo squilibrio di potere è il più grande che ci sia", dice.

"Da una parte c'è lo stato di Israele con tutto il suo potere, e dall'altra i residenti palestinesi che sono famiglie povere, per cominciare, e sanno di non avere uno stato alle spalle, nessuno che li sostenga".

Con gli occhi del mondo di nuovo puntati sul conflitto israelo-palestinese, Tatarsky spera che la comunità internazionale possa questa volta prendere posizione, "dopo parecchi anni in cui hanno preferito non fare molto".

La situazione di Sheikh Jarrah non è direttamente collegata alla guerra in corso a Gaza, "ma ha provocato ciò che sta accadendo ora e permarrà anche dopo un eventuale cessate il fuoco".

Mentre non è ancora chiaro quando la Corte Suprema prenderà una decisione, Tatarsky spera che le proteste e l'indignazione della comunità internazionale possano ancora una volta almeno mettere in pausa gli sfratti a Sheikh Jarrah, e altrove.