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Danimarca, tra i siriani che rischiano il rimpatrio: "non è vero che saremo al sicuro"

Di Jens Renner
21 aprile 2021: manifestazione a Copenhagen contro la politica danese dei rimpatri
21 aprile 2021: manifestazione a Copenhagen contro la politica danese dei rimpatri   -   Diritti d'autore  David Keyton/AP
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Le manifestazioni durante la sua infanzia ad Aleppo Rahima le ricorda molto bene.

Erano i suoi insegnanti a organizzarle, e lei non mise mai in dubbio quanto le dicevano. "Ci disegnavano la bandiera siriana sulle guance, ci davano dei cartelli da tenere e ci dicevano, in piedi davanti alla nostra scuola, di gridare che amavamo Assad".

Sotto una dittatura, dice oggi a Euronews, si impara molto presto che l'unico modo per vivere in pace è accettarne la propaganda.

Il momento di fuggire

Quando Rahima aveva 11 anni una bomba è caduta vicino alla sua classe. Suo padre, un medico curdo, venne a prenderla e le disse che sarebbe stato meglio andare nella loro cascina ad Afrin, nel nord della Siria, per qualche settimana, finché la situazione in città non fosse migliorata. Sono rimasti lì per tre anni.

"Per molto tempo- ricorda - abbiamo pensato che dovevamo resistere. Avevamo amici, avevamo una famiglia, avevamo i miei nonni. Conosci la vita solo nel tuo paese. La decisione di andarsene non è facile".

Poi, nell'agosto del 2014 lo Stato islamico annunciò l'intenzione di conquistare tutto il nord della Siria, prendendo la città a maggioranza curda di Kobanî e uccidendo i curdi della zona.

Fu a quel punto che il padre di Rahima decise che per la sua famiglia era arrivato il momento di partire.

All'epoca, la Danimarca offriva un processo di ricongiungimento familiare relativamente rapido e così, dopo aver trovato un passeur di cui si fidava, volendo evitare alla famiglia la rischiosa traversata del Mediterraneo, ha deciso di raggiungere la Danimarca da solo, come molti altri uomini siriani in questi anni.

"Dopo un anno e due mesi ci è stato concesso il ricongiungimento" spiega la ragazza. "Durante questo periodo, lo Stato Islamico si è impadronito di Kobanî e li abbiamo visti sui social media che ci dicevano che sarebbero venuti a ucciderci. Non sapevamo se avrebbero raggiunto Afrin prima che potessimo partire. Ogni sera, addormentarsi era pericoloso".

Strette parallele

Come molti altri, Rahima è arrivata in Danimarca nell'estate del 2015. A causa delle sue origini curde e dal momento che suo padre ha avuto problemi con il regime siriano, gli è stato concesso l'asilo secondo il paragrafo 7.1 della legge danese sugli stranieri, il che significa che a livello burocratico lui e la sua famiglia sono stati classificati come bisognosi di protezione per via del rischio di persecuzione personale in Siria.

Nello stesso periodo, molti altri siriani sono arrivati in Danimarca, in gran parte membri della maggioranza arabo-siriana e provenienti dalla zona di Damasco. Sebbene fuggissero dallo stesso paese, dalla stessa guerra e dalla stessa dittatura, il loro diritto d'asilo è stato concesso in termini diversi, ossia per ragioni più generiche, come il fatto di provenire da un'area di "grave instabilità", secondo il paragrafo 7.3 della legge danese sugli stranieri.

Ma se nel frattempo Basar al-Assad ha stretto la sua presa sulla Siria, proprio mentre l'Isis perdeva ogni centimetro di territorio controllato e gran parte della sua influenza, anche la Danimarca ha posto una stretta sull'estensione dei permessi di soggiorno concessi ai rifugiati.

Nel 2019 il precedente governo aveva annunciato un "cambio di paradigma", rendendo il ricongiungimento familiare molto più difficile e insistendo sulla natura temporanea dello status di rifugiato: vale a dire che una volta che il paese di origine è considerato sicuro e qualsiasi motivo individuale di persecuzione è sparito, il permesso di soggiorno viene revocato.

Rimpatrio "volontario"

In base a questa prassi, l'Ufficio danese per l'Immigrazione e successivamente il Danish Refugee Board - una sorta di corte d'appello per il diritto d'asilo - hanno rivalutato Damasco e l'area circostante (il Governatorato del Rif-Damasco) come "relativamente stabile". E ora, circa 500 siriani della zona con un permesso concesso in base al paragrafo 7.3 (che li protegge da situazioni di "grave instabilità") ora si trovano a fare i conti con la prospettiva di dover lasciare la Danimarca.

Joe Johansen
Rahima (dx) con la sua compagna di classe Aya (sx), a cui è stato revocato il permesso di soggiorno, in una recente manifestazione contro i rimpatriJoe Johansen

Rahima - che fa parte di un gruppo web di 15 giovani siriani a cui è stato revocato il permesso di soggiorno - ci spiega che in Danimarca nessun siriano che lei conosca prenderebbe neppure in considerazione l'idea di tornare in Siria.

"Non c'è altra opzione che vivere in un Centro di partenza, ecco perché provano ansia. Non c'è speranza né futuro in Siria: e questa è la situazione in cui queste persone sono messe dal governo danese".

A causa della mancanza di un accordo di rimpatrio con la Siria, i rifugiati siriani a cui viene chiesto di lasciare la Danimarca al momento saranno legalmente obbligati a vivere nei cosiddetti "centri di partenza", ovvero in campi gestiti dal sistema carcerario danese e progettati per far ripartire volontariamente i rifugiati.

Al loro interno - oltre a dover rispettare un coprifuoco - i rifugiati sono effettivamente privati del diritto di ricevere un'istruzione, un lavoro, di frequentare corsi di lingua. Per questo, secondo la ragazza, abbandonare "volontariamente" il paese diviene a un certo punto l'opzione più attraente.

"Una zona relativamente stabile"

Il governo danese intanto continua a insistere circa il fatto che la situazione della sicurezza nella zona di Damasco sia cambiata. Sottoposto a una pressione mediatica sempre più insistente, il giudice nazionale Henrik Block Andersen, capo del Danish Refugee Board, ha rilasciato un comunicato lo scorso 20 aprile, evidenziando come le conclusioni tratte nel settembre 2020 dal Country Guidance for Syria dell'EASO (Ufficio europeo di sostegno all'asilo) rappresentino una ragione sufficiente a valutare l'area di Damasco come adatta ai rimpatri.

"Esaminando gli indicatori - si legge nel rapporto - si può concludere che la violenza indiscriminata esiste a un livello così basso nel governatorato di Damasco che, in generale, non esiste un rischio reale per un civile di essere colpito personalmente a causa di questo tipo di violenza" (Rapporto EASO).

Ma il rapporto include anche un capitolo, non menzionato nel comunicato, sui civili che ritornano in Siria dopo essere fuggiti durante la guerra civile, nel quale è scritto, nero su bianco, che tre siriani su quattro - una volta rientrati nelle zone controllate dal regime - sono stati soggetti a molestie, arruolamento forzato nell'esercito o sono stati arrestati. Inoltre, stando a un report del media indipendente Syria Untold, un sistema di arresti di massa e sparizioni sarebbe stato messo in piedi a Damasco: il cosiddetto "commercio della detenzione", gestito dal regime a danno di civili per mere finalità di lucro.

Perché rimandarli a casa

Euronews ha parlato con Rasmus Stoklund, portavoce del partito socialdemocratico al governo in Danimarca sulle questioni relative agli stranieri e all'integrazione, per capire le ragioni decisione danese di rimandare i rifugiati in Siria.

"La ragione - spiega Stoklund - è, in primo luogo, che l'Ufficio Immigrazione e successivamente il Refugee Board hanno valutato che per alcuni di coloro che non sono perseguitati individualmente ma ai quali è stato concesso l'asilo a causa di atti di guerra esistono oggi le basi per tornare a Damasco e nella zona circostante".

  • (Euronews) E dunque non è una decisione politica?

(Rasmus Stoklund) "No, non lo è. Sono solo le autorità che prendono decisioni su chi può tornare e chi no, in modo totalmente indipendente e solo in relazione alla situazione della sicurezza".

  • (EN) Cosa vorrebbe dire a chi ha difficoltà a capire questa decisione di rimpatriare i rifugiati siriani?

(RS) "Che ogni paese può decidere da solo come gestire, nei limiti delle convenzioni internazionali e dei diritti umani, la propria legislazione. Se altri hanno il desiderio di essere paesi d'immigrazione e di lasciare che i profughi restino presso di loro, ciò è del tutto legittimo. Ma la nostra legislazione dice che la protezione è temporanea. E quando non si ha più bisogno di protezione, allora bisogna tornare a casa".

  • (EN) Uno dei rapporti centrali che hanno portato a valutare che l'area di Damasco sia sicura, il rapporto EASO, ha un intero capitolo specifico sui siriani che tornano in Siria. Qui si afferma che tre siriani di ritorno su quattro sono soggetti a molestie, all'arruolamento forzato nell'esercito o al carcere. Come commenta a tal proposito?

(RS) "Penso sia un'ottima domanda, ma il posto giusto per farla sarebbe il Refugee Board. Sono loro che, sulla base non di 1, ma di 1400 rapporti, oltre ad altre informazioni e fonti, prendono queste decisioni. Devono fare valutazioni e hanno la competenza e la professionalità per farle. E così come io non interferisco nelle decisioni prese nel tribunale della città, non sta a me valutare ciò che un giudice del Refugee Board dovrebbe concludere - anche quando revoca o estende i permessi di soggiorno".

  • (EN) Su 1400 rapporti il Refugee Board sceglie di evidenziare il rapporto EASO nel loro comunicato stampa, e poi non prende in considerazione questo capitolo. Viene da pensare che forse varrebbe la pena riconsiderare la valutazione della zona di Damasco come sicura per il ritorno. Lei non pensa possa essere rilevante?

(RS) "Sono costretto a ripetermi: bisogna chiedere al Refugee Board quali sono le loro ragioni. Sono loro che fanno queste valutazioni e prendono tali decisioni; io non sono un esperto di queste questioni, ho la responsabilità di redigere la legislazione, e poi abbiamo una magistratura che ha il ruolo di prendere decisioni sulla base di essa. E nella pratica il Refugee Board è esattamente questo: un'espressione della magistratura, un'entità simile a un tribunale".

"Una decisione sbagliata"

L'ufficio danese per l'immigrazione sta usando due rapporti centrali per valutare la situazione della sicurezza a Damasco come adatta ai rimpatri.

Recentemente, però, il tabloid danese BT ha contattato le 12 fonti principali dei rapporto: e, ad eccezione del generale Naji Numeir, leader dell'a**utorità siriana per l'immigrazione**, tutti hanno detto che i rapporti non riflettono le rispettive competenze, ritirando quindi la propria partecipazione ad essi.

"Pensiamo - hanno scritto, in una dichiarazione congiunta - che la pratica danese riguardante i rifugiati siriani non rifletta i fatti sul terreno. Noi, analisti, ricercatori ed esperti in questioni siriane, condanniamo nei termini più forti la decisione del governo danese di revocare la protezione temporanea ai rifugiati siriani di Damasco".

"Lotterò per restare"

Rahima Abdullah è una persona ottimista. Le piace prendere la vita come viene, dice a Euronews. Ma anche se le è stato permesso di rimanere in Danimarca per ora, sta sentendo l'impatto delle politiche danesi.

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21 aprile 2021: Rahima Abdullah parla a una manifestazione a Copenhagen. Dietro di lei ci sono giovani siriani a cui è stato revocato il permesso di soggiornoPrivate

"Non è solo il fatto di inasprire alcune regole, quello che succede qui è orribile. Mandiamo le persone in un posto dove rischiano di perdere la vita. Si tratta di diritti umani. E questo non è degno della Danimarca. Non è danese fare questo".

Secondo Rahima, tutti i siriani in Danimarca sono colpiti e scioccati dalla decisione di iniziare a rimpatriarli.

"Vedo come questa cosa colpisce i miei amici, che sono nella mia stessa situazione e hanno ancora il permesso di soggiorno. Alcuni stanno dicendo 'OK, forse dovremmo studiare qualcosa che possiamo usare in tutto il mondo', perché non sono sicuri che saranno in grado di finire i loro studi in Danimarca. Mia madre mi ha chiamato e mi ha detto 'Rahima, assicurati di studiare qualcosa che ti possa servire quando dovremo lasciare la Danimarca'.

"Le ho risposto 'mamma, non dire 'quando' dovremo partire, lotterò fino alla fine per restare qui'".