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Che ne sarà di Schengen? I controlli alle frontiere saranno la nuova normalità?

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Di Sandrine Amiel  & Agenzie
Il sindaco Norbert Redlinger posa con un orologio "europeo" davanti al cartello di ingresso nella cittadina di Schengen, Lussemburgo, il 24 marzo 1995
Il sindaco Norbert Redlinger posa con un orologio "europeo" davanti al cartello di ingresso nella cittadina di Schengen, Lussemburgo, il 24 marzo 1995   -   Diritti d'autore  KARSTEN THIELKER/AP2007

Diversi paesi europei stanno reintroducendo controlli alle frontiere e restrizioni di viaggio, a fronte di un preoccupante aumento dei contagi dovuti alle varianti del coronavirus.

La Germania ha annunciato domenica scorsa che i viaggiatori provenienti dalla regione nord-orientale della Mosella, in Francia, subiranno ulteriori restrizioni a causa dell'elevato tasso di casi di variante sudafricana.

Le nuove disposizioni che giungono dal confine franco-tedesco si aggiungono ad una lunga serie di eccezioni alle regole Schengen spuntate qua e là in Europa, come per esempio in Belgio, Danimarca, Finlandia, Ungheria e Svezia. Una situazione che ricorda la tanto criticata prima ondata della pandemia, quando i paesi UE chiusero frettolosamente le frontiere senza alcun coordinamento.

Le varianti del coronavirus assesteranno il colpo fatale all'area Schengen, vero pilastro dell'integrazione europea che ci permette di valicare frontiere senza passaporto?

Cos'è Schengen?

Definita "una delle più grandi conquiste dell'Unione Europea", Schengen è "un'area senza confini interni all'interno della quale i cittadini comunitari - e molti extracomunitari - possono soggiornano legalmente e circolare liberamente, senza essere sottoposti a controlli di frontiera", come scrive la Commissione UE.

La zona Schengen, creata nel 1995, comprende attualmente 22 dei 27 stati membri UE e quattro Stati che non sono parte dell'Unione Europea: Norvegia, Islanda, Svizzera e Liechtenstein.

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Dove si può circolare liberamente in Europa, pandemie permettendoEuronews

La Croazia, che ha aderito all'Unione europea nel 2013, è uno dei cinque membri che non fanno parte di Schengen, insieme ad Irlanda, Bulgaria, Romania e Cipro.

Quali restrizioni sono state messe introdotte di recente?

Il Belgio ha vietato tutti i viaggi non essenziali da e verso il suo territorio a fine gennaio, una misura estesa al 1° aprile.

La Germania ha chiuso parzialmente le sue frontiere con la Repubblica Ceca, il Tirolo austriaco e la Slovacchia a metà febbraio. L'Istituto Robert Koch ha aggiunto domenica la regione francese della Mosella alla lista delle aree che destano preoccupazioni per la diffusione delle varianti.

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Le restrizioni poste in essere da Angela MerkelEuronews

La Francia si è rammaricata per la decisione e ha negoziato con Berlino un alleggerimento delle misure restrittive per i 16mila frontalieri della Mosella.

Invece di dover presentare tamponi molecolari - misura imposta dalla Germania ai viaggiatori lungo alcune delle sue frontiere - i francesi della Mosella potranno presentare anche il referto di un tampone rapido effettuato meno di 48 ore prima del passaggio della frontiera.

La deputata francese Fabienne Keller, ex sindaco di Strasburgo, ha detto a Euronews che la misura richiede un drastico aumento del volume dei test, e un ingente dispiego di risorse.

"È ragionevole in termini di impatto epidemiologico? Non credo proprio".

Secondo la deputata, in alcuni territori le frontiere non hanno senso. Queste zone sono come "piccole Europe", spazi vitali dove i confini nazionali sono irrilevanti. "In un contesto di crisi sanitaria, bisogna tenerne conto".

Le restrizioni sono legali?

Nella zona Schengen è di norma la libera circolazione, vero, ma sono previste eccezioni in caso di "minaccia all'ordine pubblico o alla sicurezza interna".

Alberto Alemanno, professore di Diritto e Politica dell'Unione Europea alla HEC di Parigi, indica ad Euronews che gli stati membri sono autorizzati a emanare tali restrizioni se sono "giustificate" e "proporzionali" rispetto alla minaccia invocata.

Tuttavia, secondo l'esperto, le recenti misure applicate ai confini non soddisfano i criteri di cui sopra, cosa che ha spinto la Commissione europea a inviare una lettera di avvertimento a sei Paesi. La missiva è stata spedita a Belgio, Danimarca, Finlandia, Germania, Ungheria e Svezia il 23 febbraio scorso.

L'organo esecutivo europeo si dice preoccupato per un rischio di "frammentazione e interruzioni della libera circolazione e delle catene di approvvigionamento". La diffusione delle varianti in Repubblica Ceca e in Slovacchia - due Paesi non inclusi nella lista "nera" dei tedeschi - non è certo più grave rispetto ad altri Stati UE.

La Germania ha reagito stizzita. "Respingo l'accusa di non aver rispettato il diritto europeo", ha detto il ministro tedesco degli affari europei, Michael Roth.

Il ministro dell'Interno tedesco, Horst Seehofer, ha detto in un'intervista al quotidiano Bild che la Commissione europea ha "fatto abbastanza errori", e "dovrebbe sostenerci e invece di mettere i bastoni tra le ruote con consigli da quattro soldi".

Cosa può fare Bruxelles?

La Commissione europea ha dato ai sei Paesi 10 giorni di tempo per rispondere alla lettera, dopo di che potrebbe teoricamente far scattare le sanzioni per violazioni dei regolamenti UE.

Ma secondo Alemanno, "la Commissione non avrà il coraggio di andare fino in fondo".

Con la situazione sanitaria in peggioramento, un seguito giudiziario sarebbe politicamente molto delicato e quindi improbabile, ritiene il docente.

"Sarebbe difficile, ma mai dire mai", l'opinione di Marie De Somer, analista politico senior a capo del programma di migrazione e diversità all'European Policy Centre. De Somer nota che c'è un alto livello di tensione sulle politiche frontaliere tra l'esecutivo UE, il Belgio e la Germania.

Ha aggiunto che la Commissione avrebbe dovuto avviare le procedure di infrazione di Schengen già prima - durante la prima ondata di pandemia, nel marzo 2020, oppure durante la crisi migratoria del 2015/16. "Perché iniziare ora se non l'ha fatto prima?", si chiede De Somer.

"La Commissione europea agisce correttamente evidenziando le sue preoccupazioni agli Stati membri".

"La Commissione vuole ricordare agli Stati membri che è necessario tornare ad un approccio coordinato (...) in relazione alla libera circolazione delle persone e delle merci", ha detto il commissario europeo per la giustizia, Didier Reynders, il giorno dell'invio della lettera.

"Chiediamo a tutti gli Stati membri di tornare ad una corretta applicazione della raccomandazione adottata dal Consiglio" europeo.

Questa raccomandazione, adottata alla fine dello scorso anno, tuttavia non è vincolante e c'è poco che l'esecutivo UE possa fare contro gli Stati membri che non la applicano.

La lezione della prima ondata è stata imparata?

"La scorsa primavera, 17 diversi Stati membri hanno introdotto misure restrittive ai confini. La lezione che abbiamo imparato in quel momento è che il virus non si è fermato, ma è stato interrotto il mercato unico con conseguenti enormi problemi", le parole della presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen.

Secondo Alemanno, però, i Paesi UE non hanno imparato nulla da allora e Schengen è stato nuovamente sospeso "de facto".

Il presupposto che la chiusura delle frontiere possa limitare il diffondersi del contagio, secondo il professore, è "un'illusione".

Keller e De Somer hanno entrambe notato che le restrizioni introdotte di recente non sono così stringenti come quelle messe in atto durante la prima ondata della pandemia. Keller per esempio ricorda le code interminabili al confine franco-tedesco, l'anno scorso.

C'è più dialogo, ha continuato la deputata francese, e le autorità locali della sua regione si consultano regolarmente con le loro controparti nei vicini stati tedeschi.

"Stiamo facendo progressi", ha detto Keller. "Ma non abbiamo ancora raggiunto lo stadio del prendere in considerazione le regioni transfrontaliere come spazi di vita integrati".

Ci sono stati tentativi di coordinare la risposta comune, come discussioni tenute a livello di Consiglio europeo, ma secondo De Somer gli Stati stanno continuando ad andare per la loro strada, e questo "è un segnale preoccupante".

Schengen può sopravvivere all'ultima ondata di restrizioni?

"Schengen uscirà molto indebolito" dalla crisi attuale, continua Alemanno, notando che comunque già prima "non se la passava benissimo".

La crisi dei migranti e la minaccia del terrorismo hanno spinto molti Paesi a reintrodurre controlli alle frontiere interne e misure temporanee già nel 2015 e nel 2016. Il coronavirus "ha reso ancora più evidente che alcuni stati stanno usando le frontiere per soddisfare fini politici".

Le nuove restrizioni creano un "precedente" che erode il principio della libera circolazione, sottolinea Alemanno. "Possiamo dimenticarci di un'Unione senza confini nel prossimo futuro".

Secondo De Somer, durante la prima ondata di pandemia i controlli alle frontiere sono rimasti in vigore più a lungo del necessario. "Se vediamo una tendenza simile questa volta, il rischio è che i controlli alle frontiere possano diventare la nuova normalità".

Riformare Schengen?

In una nota pubblicata nel giugno dello scorso anno dopo la prima ondata della pandemia, la Fondazione Schuman, un think tank, ha raccomandato che la UE "chiarisca il quadro giuridico [di Schengen] e fornisca alle istituzioni gli strumenti per garantire che sia rispettato, nell'interesse dell'Unione, dei suoi valori e dei diritti dei suoi cittadini".

De Somer sottolinea che l'attuale quadro giuridico è "bruciato" a causa di una mancanza di chiarezza e di applicazione, "per questo non è una cattiva idea ripartire da nuove basi".

Il Parlamento europeo ha chiesto alla Commissione "di proporre una riforma della governance di Schengen" e "assicurare una governance veramente europea dello spazio Schengen".

Un nuovo pacchetto legislativo UE su Schengen è atteso questa primavera, dice Keller.

Ma i progetti di riforma proposti da alcuni leader tenderanno probabilmente verso un inasprimento dei controlli, piuttosto che verso un rilassamento.

L'anno scorso, è stato lo stesso presidente francese Emmanuel Macron ad esortare la UE a riformare l'area Schengen.

Per Alemanno, per controllare la pandemia sarebbe più sensato pensare ad un approccio regionale piuttosto che ad uno statale. Non solo: aggiunge che è essenziale che i politici prendano in considerazione le esigenze dei 20 milioni di cittadini europei che vivono in un Paese UE diverso rispetto a quello di origine, così come quelle dei lavoratori transfrontalieri. "Incarnano il progetto europeo, eppure non vengono considerati minimamente".