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Migranti: morti e salvataggi al largo della Libia

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Battesimo della Sea Eye 4
Battesimo della Sea Eye 4   -   Diritti d'autore  Sea Eye - Katarzyna Gmitrzak
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Un centinaio di migranti sono stati salvati dalla Guardia costiera al largo della costa occidentale della Libia, dopo che il barcone su cui viaggiavano si è capovolto nel tentativo di raggiungere l'Europa.

Almeno 15, invece, quelli annegati: a riferirlo è l'Organizzazione internazionale delle migrazioni.

La Libia è diventata il principale punto di transito per i migranti africani e arabi che sperano di raggiungere l'Europa.

In zona è attivo anche il gruppo umanitario Sea-Watch, che nelle ultime ore ha effettuato tre operazioni separate, tra cui il salvataggio di 44 migranti la cui barca in legno era in procinto di ribaltarsi.

I filmati delle ultime missioni di salvataggio mostrano imbarcazioni di fortuna piene di migranti, poi portati a bordo delle navi di soccorso.

Questo naufragio è solo l'ultimo di un'interminabile serie lungo la rotta migratoria del Mediterraneo centrale: oltre 40 i migranti deceduti la scorsa settimana, facenti parte di un gruppo di circa 120 persone che ha lasciato la Libia su un gommone il 18 febbraio scorso.

L'ultimo "approdo"

Sea Eye adesso ne ha due: due navi per il soccorso nel Mediterraneo, con l'ultima, la Sea Eye quattro, battezzata nel porto fluviale di Ratisbona da un rifugiato che fu salvato due anni fa dalla Alan Kurdi, l'altra nave attiva della ONG tedesca.

Alpha Jor Barry, che oggi ha diciott'anni, ha parlato dei migranti bloccati in Libia:

"Il Mediterraneo è l'unica via d'uscita: non puoi tornare indietro, solo andare avanti. E davanti c'è quella traversata per la quale hai più o meno il 10% di probabilità di farcela.

Se navi umanitarie come quelle di Sea Eye ed altri non fossero in mare perderemmo molte più vite", ha detto, lanciando poi un appello all'Unione europea: "Anche solo aiutarli a tornare dalla Libia nei Paesi d'origine sarebbe meglio che far finta di niente".

Claudia Roth, vice-presidente del Parlamento tedesco e per anni membro dell'equipaggio della Sea Eye, ha ricordato le migliaia di morti, ha parlato di un'immensa tristezza.

"A questa tristezza si aggiunge la rabbia: rabbia per questa vergogna europea, rabbia per un fallimento deliberato, per il rifiuto di una politica comune per l'asilo e i rifugiati, rabbia per il rifiuto di una politica europea di soccorsi civile e finanziata dagli Stati, rabbia per il rifiuto di un meccanismo di ridistribuzione solidale e di lungo termine delle persone soccorse in mare".

Oltre alla Alan Kurdi e alla Sea Eye 4, l'ONG tedesca aveva anche la Sea Eye e la See Fuchs, ormai ferme. L'ultima nave, un vecchio mercantile, è stata rimessa in sesto e adattata alle operazioni di

soccorso grazie al lavoro di decine di volontari e alle donazioni convogliate da United4rescue, un cartello creato a supporto dei salvataggi in mare, tra i cui principali finanziatori c'è anche la chiesa evangelica tedesca.

Oltre 20.000 i morti in mare, e sono già quasi 170 dall'inizio di quest'anno, secondo le ultime stime ufficiali.

Nel corso degli ultimi anni, si è sviluppato senza esito il dibattito europeo sulla re-distribizione dei richiedenti asilo: le principali difficoltà per la gran parte dei Paesi membri dell'UE stanno proprio nell'attribuzione della responsabilità per la valutazione delle domande d'asilo, e quindi dei lunghi tempi di permanenza, dei costi relativi ai ricorsi in giudizio e non ultimi quelli derivanti dagli eventuali rimpatri.

Per questo era stato raggiunto un accordo, non vincolante e scarsamente rispettato, solo sui rifugiati già riconosciuti come tali: una minima parte degli arrivi, secondo quanto ha sempre lamentato l'Italia, insieme a Grecia e Malta.