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La storia delle Regine degli Scacchi in carne ed ossa, campionesse in un mondo maschilista

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Di Lillo Montalto Monella
Una bambina impara a giocare a scacchi presso l'istituto superiore di Scacchi, ISLA, a L'Avana, nel novembre 2016
Una bambina impara a giocare a scacchi presso l'istituto superiore di Scacchi, ISLA, a L'Avana, nel novembre 2016   -   Diritti d'autore  ADALBERTO ROQUE/AFP or licensors
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Grazie al successo della serie Netflix La Regina degli Scacchi (The Queen's Gambit, in inglese), il mondo costretto a casa dalla pandemia sembra aver d'un tratto riscoperto il fascino di uno dei più antichi giochi di strategia: gli scacchi.

Allo stesso tempo, guardando il telefilm, si è reso conto come le donne che competono ai più alti livelli scacchistici mondiali non sono la regola, bensì l'eccezione - tanto che gli scacchi sono stati definiti l'ultimo feudo del maschilismo, il solo campo da cui gli uomini riescono ancora a tenere le donne più o meno fuori.

Bobby Fischer, uno tra i migliori scacchisti di tutti i tempi (ma anche noto misogino), è arrivato a dichiarare che le "donne sono pessime scacchiste. Non so perché, immagino non siano così intelligenti". Su Fisher nel 1993 è stato fatto un film e uno degli autori di quella pellicola, Bruce Pandolfini, ha collaborato alla scrittura della sceneggiatura de La Regina degli Scacchi assieme al grande campione Garry Kasparov (anch'egli non esente da commenti controversi in passato).

Quella della campionessa Beth Harmon (interpretata dall'attrice Anya Taylor-Joy) è una storia di fantasia, basata su un romanzo del 1983.

Nella vita reale esistono sì parabole straordinarie di scacchiste, ma una sola di loro è riuscita a sfondare il soffitto di cristallo ed entrare nella Top 10 maschile.

Dietro il personaggio di Beth Harmon ci sono storie sconosciute e poco raccontate come quella di Maria Teresa Mora Iturralde, una ragazza cubana che a 20 anni - nel 1922 - sbaragliò tutti i rivali maschi e si laureò campionessa di scacchi cubana e iberoamericana. Leggenda vuole che sia stata l'unica donna ad aver mai battuto José Raúl Capablanca, considerato uno dei più importanti Grandi Maestri della storia degli scacchi (citato peraltro nella serie Netflix).

Lui stesso, campione mondiale di scacchi dal 1921 al 1927 e mentore della stessa Mora Iturralde, parla in un suo libro di una "giovane ragazza di 12 o 14 anni che mi ha interessato molto [...] e che probabilmente oggi è la più forte giocatrice femminile nel mondo".

Nel mondo ideale delle serie TV, la scacchista cubana avrebbe continuato la sua fulgida ascesa delle classifiche mondiali, battendo uno dopo l'altro tutti i colleghi maschi, fino ad arrivare alla sfida finale con il grande campione dell'Unione Sovietica.

Proprio come Beth Harmon, o come Bobby Fisher (nella vita vera).

Ma nel mondo reale, la carriera di Maria Teresa Mora si è fermata a quel campionato cubano del 1922, e lei è finita nel dimenticatoio della storia - ripescata di recente solamente da un articolo del blog specializzato Havana3am.

AP Photo
Un match tra Jose Raul Capablanca (Cuba) e Philip Stuart Milner-Barry in Inghilterra nell'aprile 1936AP Photo

Come sottolinea uno dei giornalisti europei che più si intendono di scacchi, lo spagnolo Leontxo Garcia per El Pais, la verità è che ne La Regina degli Scacchi nessuno (o quasi) discrimina la protagonista.

Tutto molto strano, per uno dei "submondos más machistas".

"Il modo in cui i ragazzi trattano Beth nella serie è un sogno; purtroppo la realtà non è ancora così", afferma Judith Polgár, scacchista ungherese e unica donna tra i primi 10 migliori giocatori al mondo in 15 secoli di storia.

Minore di tre sorelle che hanno rivoluzionato il gioco degli scacchi tra il 1988 e il 2014, data del suo ritiro, raramente ha gareggiato nelle competizioni femminili ed è riuscita in carriera a sconfiggere campioni come Kasparov, Karpov e l'attuale numero 1, il norvegese Magnus Carlsen.

Come Judith, anche le sorelle Zsuzsa (Grande Maestro) e Zsófia (Maestro Internazionale) hanno seguito un percorso educativo creato dal padre László, psicologo, volto a dimostrare che un bambino può ottenere risultati eccezionali se allenato fin da piccolo in un certo campo.

Per Polgár - anch'essa guarda caso soprannominata La Regina degli Scacchi - accontentarsi di competere per essere la migliore tra le ragazze impone un'autolimitazione che impedisce di ambira ad obiettivi più alti. Il famoso soffitto di cristallo, scrive El Mundo.

Oggi Judith Polgár dirge una fondazione molto attiva nella promozione degli scacchi come strumento di crescita psicologica.

Il suo destino da predestinata ricorda quello di Ana Matnadze, scacchista georgiana 37enne che oggi gareggia per la Spagna. Ha iniziato a giocare a 4 anni, in un momento in cui il governo della Georgia, in piena guerra civile, aveva bisogno di eroine nazionali, e da piccola si allenava anche per 10 ore al giorno.

Lei stessa, che ha avuto come madrina di battesimo l'ex campionessa del mondo georgiana Gaprindašvili, ricorda di aver ricevuto una chiamata dal Presidente della Georgia in persona durante il mondiale Under-10. Doveva vincere, e doveva farlo per la patria.

Un'altra Regina degli Scacchi della vita reale, poco nota ai più, si chiama Phiona Mutesi.

Ugandese, Mutesi nasce in una delle periferie più povere di Kampala, la capitale dell'Uganda. Perde il padre, morto di Aids, e una sorella e, proprio come accade con Beth Harmon in orfanotrofio, la sua vita svolta quando incontra un operaio che le insegna a giocare a scacchi (nella serie Netflix, Beth apprende i segreti dell'arte dal bidello dell'orfanotrofio). Mutesi contrae la malaria, si salva e alla fine riesce a laurearsi campionessa ugandese di scacchi.

Vadim Ghirda/Copyright 2020 The Associated Press. All rights reserved.
Partita a scacchi tra le strade di Bucarest, RomaniaVadim Ghirda/Copyright 2020 The Associated Press. All rights reserved.

Oggi, nel mondo degli scacchi - sport membro del Comitato Olimpico Internazionale, e non certo alieno da casi di doping - gareggia una donna per ogni 15 uomini.

Nella maggioranza delle federazioni, il numero di giocatrici è circa il 15% del totale, stima El Mundo.

C'è chi pensa che le competizioni scacchistiche femminili vadano abolite (la causa fu perorata nel 1999 davanti al Parlamento europeo dall'eurodeputata socialista María Sornosa), e al contrario chi le giustifica e chiede più fondi e sostegno.

Esistono competizioni riservate per età, per geografia e persino per professione, come i campionati delle Forze Armate. "Questi tornei aiutano coloro che vi partecipano a ricevere un'attenzione mediatica supplementare, ad ottenere un sostegno finanziario e a costruire relazioni con gli altri con cui hanno qualcosa in comune [...] Tuttavia, nei Paesi in cui le competizioni femminili sono state abolite in via sperimentale, la partecipazione delle giocatrici agli eventi misti si è ulteriormente ridotta, mentre le federazioni che hanno sviluppato programmi specifici rivolti alle giovani giocatrici hanno migliorato i risultati. Il dibattito è aperto", scrive il quotidiano spagnolo.

Nel 2005, l'ex campionessa americana Jennifer Shahade si è provocatoriamente fatta ritrarre per la copertina del suo libro, Chess “bitch”: women in the ultimate intellectual sport, con una canottiere scollata, guanti, sciarpa fucsia e parrucca, quasi a ricordare la Julia Roberts di Pretty Woman.

Come sottolineava Garcia nel 2016, in occasioni delle olimpiadi femminili di Baku, nellla top 100 mondiale c'era solo una donna, la cinese Yifán Hou, al 95° posto. "Un bel mistero in uno sport in cui non conta la forza bruta - ma al più la resistenza".

Al di là delle differenze genetiche, la verità, conclude Garcia, è che in gran parte del mondo "regalare una bambola ad un bambino è raro tanto quanto regalare una scacchiera ad una bambina".