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Il tango libanese, la crisi ricorda quella in Argentina del 2001

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Il tango libanese, la crisi ricorda quella in Argentina del 2001
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Cedere dollari sui mercati pur di frenare la caduta libera della Lira, la moneta nazionale. Il governo libanese ci prova. Gestire una situazione ormai fuori controllo è la missione. Il malcontento popolare per la povertà crescente sta travolgendo anche i fragili equilibri politici del Paese dei cedri.

In questo momento l'uomo nel mirino della folla è il governatore della banca centrale, Riad Salamè, per non essere stato in grado di frenare la caduta della lira libanese.

È infatti accusato dai manifestanti di aver permesso una grave emorragia di capitali, tra ottobre e oggi, che ha contribuito ad affossare l'economia nazionale.

Giovedì migliaia di cittadini hanno protestato per le vie di Beirut e di Tripoli. Nella capitale hanno dato fuoco a pneumatici e lanciato molotov contro la polizia.

È il secondo grande assembramento dopo la fine del confinamento.

Ma la popolazione era già sul piede di guerra contro le istituzioni dallo scorso ottobre, ben prima delle restrizioni sanitarie.

La crisi del debito estero colpisce il Paese nelle sue fondamenta confessionali, tradotto in complicati rapporti istituzionali assegnati su base confessionale.

Ma una buona parte della folla, l'appartenenza a un gruppo religioso non è più la priorità rispetto a quello che loro considerano un "malgoverno corrotto" che si è perpetuato al potere dal 1990, anno della fine della guerra civile che sventrò il Paese dei cedri per quindici anni.

La Lira era scambiata a seimila contro un dollaro, sul mercato nero. Quindi, dopo una riunione d'emergenza, venerdì le autorità hanno chiesto alla banca centrale di vendere dollari sui mercati monetari per rafforzare la valuta nazionale.

Come ha spiegato il presidente del parlamento, Nabih Berri. "Anche se non si noterà prima di lunedì, cercheremo di fermare il cambio tra le due valute a un dolaro per quattromila lire libanesi, per poi scendere a 3200"

Ormai il 45 per cento della popolazioe vive al di sotto della soglia di povertà. E il primo ministro, il sunnita Hassan Diab, ha fallito la missione agli occhi di molti libanesi.

Diam aveva preso il posto del dimissionari Said Hariri, lo scorso gennaio, accusato di corruzione e di collusioni con l'Arabia Saudita.

Gli Hezbollah, potenti rappresentanti della comunità sciita, e parte integrante del sistema di potere inter-confessionale, chiedono invece la testa del governatore della Banca centrale, Salamé, ma non del primo ministro.

Quello che un tempo era chiamato la Svizzera del Medioriente, è ora travolto da una crisi simile ai sisma finanziari che ciclicamente colpiscono l'Argentina.

Il libano ora spera in un salvataggio da parte della sua prospera e influente diaspora all'estero.