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La lotta alla crisi del coronavirus si fa con i fondi Ue

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La lotta alla crisi del coronavirus si fa con i fondi Ue
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In quest'episodio di Real Economy scopriamo gli strumenti economici che l'Unione europea sta attivando per affrontare la crisi del coronavirus. Andiamo in Polonia per vedere in che modo questa riallocazione delle risorse stia aiutando gli operatori sanitari, e incontriamo l'economista Thomas Wieser per discutere dell'importanza di questo tipo di supporto. Ma prima, vediamo che cosa sono i fondi strutturali e come vengono adattati alla nuova realtà del coronavirus.

Il corso accelerato: i fondi strutturali e della politica di coesione Ue

I 355 miliardi dei fondi strutturali e di coesione costituiscono il nocciolo dei finanziamenti dell'Unione europea, e puntano a ridurre le disparità di reddito fra le regioni europee.

Ora l'Unione sta riallocando 54 miliardi di euro dai fondi rimanenti dal bilancio di quest'anno per far fronte alla crisi del coronavirus. Questi fondi serviranno per le spese nella sanità, come l'acquisto di mascherine o dispositivi ospedalieri, per i programmi per l'occupazione a breve termine, e anche per aiutare le aziende a versare gli stipendi ai loro dipendenti.

Non si tratta però di nuove risorse, ma di fondi non utilizzati, normalmente destinati a essere riassorbiti nel bilancio europeo, o di soldi semplicemente utilizzati prima del previsto.

Una manna per gli operatori sanitari polacchi

Le infrastrutture mediche in Polonia sono decisamente a corto di fondi. E diversi casi confermati di contagio hanno colpito gli operatori sanitari. Abbiamo visitato due ospedali per vedere come stanno affrontando la situazione.

In Polonia un sesto dei contagiati dal coronavirus sono operatori sanitari. Nel voivodato della Cuiavia-Pomerania, Malgorzata, pneumologa, all'inizio della pandemia si è trovata di fronte a una carenza di materiale medico. Grazie a un'iniziativa sostenuta dal Fondo sociale europeo, una trentina di istituti come il suo ospedale hanno potuto rifornirsi. "L'acquisto di queste attrezzature è stato di grande aiuto - ammette la dottoressa -. Sono dispositivi all'avanguardia che consentono di monitorare i pazienti dal pannello di controllo, che si trova lontano dal letto del paziente, e quindi in condizioni di sicurezza per il personale. Il supporto dei fondi europei è stato molto importante, perché la Polonia, come altri paesi, non era preparata per un fenomeno di queste dimensioni".

Izabela lavora da 25 anni nel reparto di pediatria dell'ospedale di Torun. Quando l'epidemia ha cominciato a diffondersi, si è offerta come volontaria come la sua amica Elzbieta per dare man forte ai colleghi incaricati di occuparsi dei pazienti affetti da coronavirus. La necessità di materiale per proteggersi è reale: "Indossiamo tute protettive e le teniamo in tutto il reparto - racconta -, perché ci comportiamo come se l'intero reparto fosse contaminato. Quando ci avviciniamo ai pazienti affetti da coronavirus, utilizziamo protezioni aggiuntive, come grembiuli, caschi, mascherine con filtri Hepa e guanti".

Circa 10 milioni di euro del Fondo sociale europeo sono stati riallocati per l'acquisto di dispositivi di protezione e disinfezione e di materiale medico come respiratori e monitor cardiaci. Il progetto supporta anche due centri di riposo temporanei, come l'albergo dove le due infermiere alloggiano dopo un lungo turno di notte. Per Elzbieta "Questo centro è importante, perché posso davvero riposarmi qui. Non abbiamo responsabilità come a casa. I pasti qui ci vengono preparati. Sappiamo che comunque tutto questo è temporaneo".

Nel quadro della politica di coesione dell'Unione europea, in Polonia circa 10 miliardi di euro, cioè più del 10 per cento dei fondi disponibili fino al 2020, sono stati mobilitati per contrastare gli impatti del coronavirus, dice Małgorzata Jarosińska-Jedynak, ministra polacca ai fondi di sviluppo e alla polica regionale: "Penso che siano molti soldi, che possono fare un gran bene in questa zona per imprenditori e ospedali. Soldi che potrebbero contribuire a salvare mezzo milione di posti di lavoro. Nella situazione in cui ci troviamo dobbiamo anche ripensare le priorità della politica di coesione. Noi crediamo che questa politica andrebbe anche adattata il più possibile alle specifiche situazioni dei singoli paesi e all'attuale situazione economica, perché è molto pericoloso trattare tutti come se fossero allo stesso livello".

Thomas Wieser: "Ci vorrebbe il 2 per cento del pnl"

Torniamo a Bruxelles per parlare con un noto addetto ai lavori della gestione delle crisi dell'Unione europea, l'economista Thomas Wieser. Wieser, che ha avuto ruoli di primo piano durante la crisi della zona euro, è un profondo conoscitore del sistema. Lo raggiungiamo nella sua città natale, Vienna.

L'Unione europea ha deciso di riassegnare parte delle risorse rimanenti dai fondi strutturali e di coesione per affrontare le enormi sfide e le esigenze nate da questa crisi del coronavirus. Pensa che questa politica di coesione possa compensare la mancanza di unità fra gli Stati membri?

"Direi che alcuni dei maggiori destinatari netti dei fondi europei sono stati quegli Stati membri che hanno messo in discussione elementi centrali dei valori europei o della coesione europea o della solidarietà europea. Quindi istintivamente la mia risposta sarebbe che non vedo assolutamente alcuna connessione, nessuna correlazione fra il fatto di ricevere ingenti somme provenienti dal bilancio europeo, il fatto di essere un grosso beneficiario di questi fondi, che sono finanziati da altri stati membri, e i sentimenti di solidarietà o coesione europea, non sembra essere così. E se ricordo correttamente le cifre, le somme che sono state versate a diversi Stati membri non avevano alcun rapporto diretto con la gravità della crisi economica che questi paesi stavano subendo a causa del Covid-19".

Quindi, come dovrebbe essere modellato e utilizzato questo bilancio europeo per far fronte alla nuova realtà post-coronavirus?

"A mio avviso, dovrebbe rappresentare circa il 2 per cento del prodotto nazionale lordo su base annuale, il che è molto più della proposta attuale. Per cui la grossa domanda sarà: anche se riuscissimo a vedere un bilancio molto maggiore, almeno per i prossimi due anni, che cosa sarà in grado di offrire questo bilancio? Si tratterà principalmente di sovvenzioni finanziate dal bilancio europeo, elargite, certo, a tutti i paesi, ma soprattutto a quelli più colpiti? E questo trasferimento netto di risorse sarebbe una precondizione perché la ripresa post pandemia tenga. Questo è lo scenario positivo. Lo scenario peggiore sarebbe che tutte le riserve aggiuntive del bilancio europeo fossero usate per fornire prestiti a stati membri, a entità regionali degli stati membri e così via, il che consentirebbe di mettere a disposizione somme molto più elevate, perché andrebbero rimborsate, e di conseguenza non rappresenterebbero un costo netto per il bilancio europeo, tranne in caso di eventuali passività, che però non si verificheranno".

Journalist name • Selene Verri

Video editor • Nicolas Coquet