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L'Europa divisa su come proteggere l'economia dagli effetti del coronavirus

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L'Europa divisa su come proteggere l'economia dagli effetti del coronavirus
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​​In quest'episodio di Real Economy analizziamo l'impatto della pandemia di coronavirus sulle nostre economie. L'Unione europea ha sospeso le regole fiscali sui conti pubblici per la prima volta nella storia, mentre la Banca centrale europea ha varato un pacchetto di stimolo di 750 miliardi di euro come segnale forte delle sue intenzioni di combattere, costi quel che costi, contro le ricadute economiche del coronavirus.

​"I leader dei paesi Ue devono imporre una politica comune"

Con l'arrivo dell'epidemia di coronavirus in Europa, in particolare nei paesi più colpiti come Italia e Spagna, molte attività imprenditoriali sono state costrette ad arrestarsi completamente.

Anche a Barcellona, una delle città più turistiche d'Europa, l'impatto della crisi sanitaria si fa sentire. La preoccupazione che segue immediatamente quella di fermare il virus riguarda le conseguenze economiche e le misure da adottare a livello nazionale ed europeo per proteggere imprese e lavoratori.

In Spagna il turismo rappresenta quasi il 13 per cento del pil e dei posti di lavoro. È il settore che contribuisce maggiormente all'economia del paese, ed è uno dei più colpiti dalla crisi. Eric Basset, ristoratore, ha dovuto mettere i suoi 20 dipendenti in cassa integrazione. "Quello che vogliamo - dice - sono aiuti concreti, reali, per i nostri dipendenti, per noi, e per poter riaprire in buone condizioni, con un fondo di cassa che ci permetta di rilanciare l'attività giorno dopo giorno".

Grazie alla creazione di un fondo europeo e a regole di bilancio più flessibili in Europa, il governo spagnolo ha stanziato 200 miliardi di euro, il 20 per cento del pil, per sostenere l'economia del paese.

Roberto Torregrosa, che ha dovuto chiudere il suo albergo per la prima volta in 65 anni, spera in misure rapide e coordinate: "Si parla probabilmente di fatturare il 50 per cento del previsto. Se non uniamo gli sforzi di banche, governo, fornitori e clienti, non ne usciremo. I leader dei paesi dell'Unione devono imporre fermamente le stesse politiche, una politica comune".

Il 96 per cento delle pmi spagnole è fortemente colpito dalla crisi, e si rischia la perdita di un milione e mezzo di posti di lavoro. Benché la Bce abbia annunciato un piano d'emergenza da 750 miliardi di euro, le incertezze rimangono. Celia Ferrero, vice presidente della Federazione nazionale dei lavoratori indipendenti (Ata) le riassume così: "È vero che si è parlato di molte misure, ma nessuna è ancora stata messa in pratica, e temiamo che quando finalmente ci sarà un consenso, sarà troppo tardi per poter evitare una crisi che indubbiamente, dal punto di vista economico, sarà molto grave. E in ogni caso, ci sarà una grande delusione se non avremo una risposta solidale e comune a questa crisi, con l'iniezione di liquidità che è necessaria e giocando tutti allo stesso gioco. Perché molte pmi e molti lavoratori indipendenti si perderanno per strada".

Gentiloni: "Un no alla solidarietà metterebbe in pericolo tutto il progetto"

Nella seconda parte del nostro programma, abbiamo incontrato il commissario europeo all'economia Paolo Gentiloni per chiedergli come l'Unione europea possa sostenere i lavoratori e le imprese di fronte a questa crisi senza precedenti.

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Questi sforzi degli Stati membri per sostenere le proprie economie in questa enorme crisi comportano anche un maggiore onere del debito. In che modo bisognerebbe gestire questo onere del debito?

​"Per semplificare, potrei rispondere: fidatevi della Bce, perché penso che la Bce e in generale tutte le banche centrali abbiano reagito con forza, e penso che il programma straordinario di acquisto di titoli da 750 miliardi di euro per l'emergenza pandemica della Bce sia stato molto importante per stabilizzare i mercati ed evitare la frammentazione, soprattutto nella zona euro. Quindi, per il momento, penso che quest'intervendo sia perfettamente in grado di tenere la situazione sotto controllo".

Pensa che sia il momento giusto per decidere di emettere coronabond?

"L'emissione di bond nei mercati finanziari è qualcosa che deve servire per far fronte all'emergenza in cui ci troviamo ora. Dobbiamo condividere l'impegno su questo obiettivo, perché non è qualcosa che i singoli paesi, che siano economicamente più forti o più deboli, possano permettersi da soli".

Ma è il momento giusto per questi coronabond? E possiamo davvero dire che un no dalla Germania o dai Paesi Bassi sia un no alla solidarietà per i paesi più deboli?

"Un no alla solidarietà in questo momento metterebbe in pericolo tutto il nostro progetto. Discuteremo non solo degli strumenti che sono sul tavolo, la possibilità di usare il Mes o la possibilità di emettere bond, ma c'è il bilancio dell'Unione europea, c'è la possibilità di rafforzare il ruolo della Banca d'investimento. Penso che sul tavolo i ministri delle finanze disporranno di un kit di strumenti per creare consenso sulle misure necessarie per l'immediato futuro".

Si discute già di come sarà il mondo dopo questa crisi del coronavirus. Lei pensa che i trattati vadano rielaborati?

"Non è una discussione da fare oggi. Di certo avremo un intervento pubblico più forte a livello nazionale, il ruolo dello Stato sarà più forte di prima e bisognerà lottare per servizi sanitari più forti, per un impegno più forte sullo stato sociale, ma dobbiamo anche sapere che un ruolo più forte per lo stato può significare anche una maggiore attrazione per modelli autoritari provenienti sia dall'esterno che dall'interno della nostra Unione, e questo potrebbe essere un vero pericolo per il nostro mondo dopo la pandemia".

Journalist name • Selene Verri

Video editor • Nicolas Coquet