ULTIM'ORA
This content is not available in your region

Foibe, ecco perché per 60 anni non ne abbiamo parlato

Foibe, ecco perché per 60 anni non ne abbiamo parlato
Diritti d'autore  archivi rai
Dimensioni di testo Aa Aa

Il Giorno del ricordo ancora divide. E non solo l'Italia.

Istituita nel 2004, la ricorrenza del Giorno del ricordo in memoria delle vittime delle foibe e del dramma dell'esodo degli istriani vuole ridare memoria a una delle pagine più tristi della storia contemporanea per anni dimenticata.

Nel 2007, il discorso del presidente Giorgio Napolitano innescò una forte polemica con l'allora presidente croato Stipe Mesić e una risentita lettera privata del presidente sloveno Janez Drnovšek.

Quest'anno il presidente Sergio Mattarella ha parlato di "Una sciagura nazionale alla quale i contemporanei non attribuirono - per superficialità o per calcolo - il dovuto rilievo".

Il vero avversario ha sottolineato il Capo dello Stato italiano resta l'indifferenza, alimentata dalla mancata conoscenza della storia e dei suoi eventi.

La memoria collettiva e la storia: 60 anni per istituire il giorno del ricordo

Ci sono voluti 60 anni per arrivare a un risarcimento morale delle vittime, 60 anni ci ha messo l'Italia per istituire il Giorno della ricordo, con il sì del parlamento alla legge Menia, dal nome del deputato triestino Roberto Menia, che l’aveva proposta. Sarebbe un tempo della storia quasi normale, in condizioni normali, ma qui è intervenuto un problema politico di voluta dimenticanza.

Giordano Bruno Guerri, storico

"Questa sciagura - commenta lo storico Giordano Bruno Guerri (Clicca sul video per ascoltare l'intervista) - sembrava una manifestazione di destra, e così la si è fatta apparire sia a destra che a sinistra, per cui è diventato un problema politico mentre è un problema della memoria collettiva. L'Italia non ha fatto i conti con il suo passato fascista o meglio li ha fatti con molto ritardo, per molto tempo ci si è rifiutati di studiare il fascismo, dandone un giudizio negativo, come era doveroso, ma non storiografico, quindi siamo in ritardo con la valutazione del nostro passato e un popolo che non fa i conti con il proprio passato non è in grado di capire il presente o di proiettarsi nel futuro. La storia serve a questo.

Cosa accadde in breve

Tra il maggio e il giugno del 1945 migliaia di italiani dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia furono costretti a lasciare la loro terra. Altri furono uccisi dai partigiani di Tito, gettati nelle foibe o deportati nei campi sloveni e croati. Le uccisioni di italiani - tra il 1943 e il 1947 - furono almeno 20 mila; gli esuli italiani costretti a lasciare le loro case almeno 250 mila.

L'8 settembre del 1943, aveva avuto pesante ripercussioni non solo internamente all'Italia ma anche nelle regioni balcaniche confinanti con l'Italia.

Tito e i suoi uomini, fedelissimi di Mosca, infatti, iniziarono la campagna di riconquista di Slovenia e Croazia, di fatto annesse al Terzo Reich; ormai a briglie sciolte i partigiani jugoslavi si vendicarono contro i fascisti, e gli italiani più in generale, che avevano amministrato questi territori portando un'italianizzazione forzata di terre e popolazioni slave locali.

Numero delle vittime e metodi di tortura

Fin dal dicembre 1945 il premier italiano Alcide De Gasperi presentò agli Alleati «una lista di nomi di 2.500 deportati dalle truppe jugoslave nella Venezia Giulia» ed indicò «in almeno 7.500 il numero degli scomparsi».

In realtà, il numero degli infoibati fu ben superiore a quello temuto da De Gasperi. Le uccisioni di italiani nel periodo tra il 1943 e il 1947 furono almeno 20 mila; gli esuli italiani costretti a lasciare le loro case almeno 250 mila.

I condannati venivano legati l’uno all’altro e poi messi in fila sul bordo delle foibe. Quindi si apriva il fuoco soltanto sui i primi tre o quattro della catena, che precipitando nell’abisso, morti o gravemente feriti, trascinavano con sé gli altri, condannati a una morte lenta e dolorosa.

Francesco Cossiga infrange il tabù dell'oblio

Soltanto nella zona triestina, tremila persone furono gettate nella foiba di Basovizza, che fu la prima a essere visitata da un presidente della Repubblica, fu nel 1991: a rompere il tabù dell'oblio fu Francesco Cossiga, andando sul luogo e nel 1992 Oscar Luigi Scalfaro proclamò la foiba monumento nazionale. Nel frattempo, era caduto il muro di Berlino e implosa l'Unione Sovietica, un'evoluzione storica che sicuramente diede un'accelerata al processo di digestione storica attraverso cui anche il dramma delle foibe doveva passare.