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Lettonia: l'eredità del Kgb, tra sospetti e rimpianti

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Lettonia: l'eredità del Kgb, tra sospetti e rimpianti
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Oggi è un museo dedicato agli orrori della repressione sovietica, ma un tempo la Corner House - un edificio d'angolo nel centro di Riga, conosciuto anche come Cheka - ospitava la sede del Kgb. Qui i prigionieri politici venivano detenuti e, in molti casi, torturati.

L'eredità sovietica è al centro del dibattito pubblico in Lettonia, specie dopo la pubblicazione, alla fine del 2018, di una parte degli archivi della celebre agenzia di controspionaggio, contenente i nomi di alcuni degli agenti reclutati nel paese.

Leo Hirssons è stato tra gli ultimi ad uscire dalle celle della Cheka. Solo di recente ha scoperto il nome della persona che l'aveva denunciato al Kgb per condotta antisovietica, anche se le informazioni disponibili sono limitate.

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"È un incubo - confessa Hirssson a Euronews -. Sono convinto però che il passato non debba essere dimenticato o ignorato. Servono giustizia e trasparenza".

La trasparenza però è stata finora piuttosto limitata. Il materiale reso pubblico contiene i nomi di circa 4mila degli oltre 20mila agenti che operarono in Lettonia. Il resto dei documenti è custodito negli archivi in Russia o è stato distrutto.

Quelli disponibili sono consultabili online sulla pagina degli Archivi Nazionali della Lettonia. Per accedere è necessario registrarsi fornendo i propri dati identificativi.

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Tra i nomi che compaiono nell'elenco degli agenti c'è quello di Marcis Auzins, ex rettore dell'Università della Lettonia. Collaborò con il Kgb durante la sua permanenza all'Università di Pechino nel 1987. "Ho sempre avuto il desiderio di raccontare come sono andate le cose - confessa Auzins a Euronews -. Non all'opinione pubblica, ma alla mia famiglia, ai miei figli".

Storici e studiosi di altri campi che hanno consultato il materiale reso pubblico non hanno nascosto la loro delusione per le poche informazioni disponibili. È difficile trarre delle conclusioni sul grado di coinvolgimento di ciascun agente.

"Tutti potevano scegliere se collaborare o no - dice a Euronews lo storico Karlis Kangeris -. Forse alcuni erano forzati a farlo, ma in molti casi, specie negli anni ottanta e nei primi anni novanta, non è così che andarono ".

Molti degli agenti reclutati dal Kgb sono morti, rendendo ancora più complicata la ricerca della verità.