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Capaci, Luca Tescaroli: "Un atto terroristico-eversivo in una strategia più ampia"

Capaci, Luca Tescaroli: "Un atto terroristico-eversivo in una strategia più ampia"
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REUTERS/Guglielmo Mangiapane
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Strage di Capaci: un anniversario che trascina con sé il sapore delle verità non dette.

Ventisette anni dalla strage di Capaci e molte cose sono state accertate attraverso due processi passati in giudicato. Molte altre invece sono rimaste a galleggiare fra verità nascoste e depistaggi. Su tutto, compresa la strage di Via D'Amelio, indagherà il superpool voluto dalla Procura nazionale antimafia, così come stanno già facendo i magistrati di Caltanissetta e Firenze sui mandanti occulti e strutture esterne alla compagine criminal-mafiosa. (E anche terroristica se si include Pietro Rampulla formatosi alla scuola della organizzazione di estrema destra Ordine Nuovo, assoldato per gestire tecnicamente l'esplosivo.

Il procuratore aggiunto di Firenze, Luca Tescaroli, titolare in passato della prima fase d'inchiesta sui mandanti occulti, ha parlato con noi dell'attentato di Capaci come di "una strage terroristico-eversiva accertata" e ha riflettuto su ciò che può essere approfondito ancora - anche in vista delle ultime risultanze investigative che hanno visto il coinvolgimento, nell'ultima tranche d'inchiesta sulla strage, di altri membri di cosa nostra catanese e di quello di cosa nostra americana.

Tescaroli ha parlato di ciò che sono stati gli accertamenti giudiziari dei quali si è occupato specificatamente in passato sul piano militare. L'azione di un doppio innesco che, secondo quanto anche accertato, ha provocato l'esplosione a 250 metri dallo svincolo autostradale di Capaci dove l'auto di Falcone e di sua moglie, Francesca Morvillo, magistrato di Corte d'appello, stava viaggiando insieme all'autista Giuseppe Costanza scampato quel giorno al tritolo.

I coniugi salgono sul sedile anteriore della Croma di centro: Falcone al volante, la moglie accanto, dietro l'agente Giuseppe Costanza. Sulla prima vettura prendono posto Antonio Montinaro, Rocco di Cillo, Vito Schifani (autista) tutti morti; sulla terza Angelo Corbo, Paolo Capuzzo, e Gaspare Cervello (altro autista).

"Si è dimostrato che l'attentato di Capaci fu un atto terroristico eversivo e si inserisce in una strategia più ampia, un disegno cospirativo volto a colpire l'italia che ha condizionato finanche la scelta del Presidente della Repubblica e che ha inciso sulle scelte di politica legislativa del nostro Paese", ha detto il magistrato.

I quesiti rimasti aperti

"Sono rimasti aperti dei quesiti: la mancata prosecuzione con il tentato attentato allo stadio olimpico di Roma, il motivo che ha portato all'accelerazione della strage di via d'Amelio a distanza di 57 giorni, cosa che non era mai avvenuta prima nel nostro Paese, nella storia ultracentenaria di cosa nostra e del crimine mafioso. E, infine, perché hanno deciso di agire in questo modo e perché i supporti informatici di Falcone sono stati cancellati".

La pista americana

A questo proposito, nel 2018, per i tipi di Chiarelettere, è uscito un libro-inchiesta di Edoardo Montolli "I diari di Falcone", di cui parleremo in un servizio a parte, e nel quale l'autore fa riferimento ad un numero di cellulare 0337 (tra quelli clonati al tempo, in mano agli stragisti di Capaci. Numero ufficialmente rubato e non più funzionante e che tuttavia, poco prima che Falcone salisse sull’aereo che lo portava a Palermo il 23 maggio 1992, chiamò tre volte negli Stati Uniti, l’ultima per quasi nove minuti. Telefonate che tutti i pentiti hanno negato di aver fatto.

Sul punto il magistrato Tescaroli ha detto: "I numeri in questione furono attenzionati ma non consentirono di raggiungere risultati positivi", utili all'indagine.

La pista americana è proprio quella emersa negli ultimi giorni in seguito alle dichiarazioni del pentito catanese Maurizio Avola, sicario di Cosa nostra, e il boss Marcello D'Agata, uno dei luogotenenti di maggiore fiducia dello storico capomafia Benedetto Santapaola, indagati dalla Procura di Caltanissetta nell'ambito dell'inchiesta sulla strage di Capaci. E' lo stesso collaboratore di giustizia ad autoaccusarsi di avere avuto un ruolo nella fase preparatoria (il collaboratore ha dato anche l'input alla riapertura delle indagini sull'omicidio del giudice Scopelliti).

Ai magistrati della Procura distrettuale di Caltanissetta, guidati dal procuratore Amedeo Bertone, avrebbe in particolare rivelato di un ruolo avuto dalla mafia americana nell'attentato: agli inizi del 1992 avrebbe conosciuto un artificiere statunitense esperto in esplosivi inviato in Sicilia dal boss John Gotti.

Dopo diversi interrogatori, che si sono protratti nel tempo, Avola avrebbe prima parlato in maniera non precisa dell' "inviato" Usa, poi lo avrebbe identificato fornendone un identikit.

segue domani