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Arriva a Roma l'antica arte delle geisha giapponesi

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Arriva a Roma l'antica arte delle geisha giapponesi

Arriva a Roma l'antica arte delle geisha giapponesi
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L'antico e affascinante mondo delle geisha arriva per la prima volta a Roma dal Giappone. "A geisha day" è il festival organizzato dalla scrittrice Miriam Bendìa e Bake Academy che, fino al 16 settembre, farà scoprire al pubblico i riti di questa antica arte tradizionale giapponese in diverse location della Capitale.

Tre geisha e una hangyoku (apprendista geisha) sono arrivate direttamente da Tokyo con i loro colorati kimono, il trucco sofisticato e la complicata acconciatura.

La parola "geisha" significa "artista" e ognuna di queste giovani ragazze deve imparare a ballare e a cantare per offrire ai clienti performance, spettacoli e banchetti. La geisha è un'opera d'arte vivente e sacrifica la vita per questa missione. Non può nemmeno sposarsi.

Un'occasione per assaporare l'atmosfera dell'antico Giappone nel cuore di Roma.

Essere geisha oggi, parola alle artiste del Giappone

di Margherita Criscuolo

In Giappone, con un po’ di fortuna, può capitare di vederle apparire nelle strade di Tokyo e Kyoto, mentre incedono a piccoli passi, con la grazia che le contraddistingue, avvolte in preziosi kimono. In oltre 400 anni di storia, le geisha hanno intrattenuto l’alta società nipponica e internazionale nelle tradizionali case del tè con danze, musica e conversazioni piacevoli e acute. Geisha significa “persona dedita all’arte” poiché all’arte consacra l’esistenza: una vocazione che richiede temperamento e sacrifici, anche economici, motivi per cui, oggi, l’universo delle geisha è in declino, schiacciato dal peso della modernità. In tutto il Paese ne restano meno di mille, a fronte delle oltre 80 mila dell’epoca d’oro, cento anni fa.

“Quando una geisha fa il suo ingresso in una ochaya (casa del tè) per esibirsi, con la sua essenza è in grado di trasformare l’atmosfera, rendendola elegante e seducente”, racconta l’australiana Sayuki, prima geisha occidentale del Giappone che abbiamo incontrato a Roma durante il festival «A geisha day», occasione preziosa per avvicinarsi a una cultura tanto lontana quanto magica, spesso misconosciuta ed equivocata dal mondo occidentale.

foto di Alessandro Grassi
La geisha Sayukifoto di Alessandro Grassi

Sayuki, cosa l’ha spinta a fare una scelta così radicale e qual è stato l’iter?

“Da antropologa sociale ho proposto a un’importante emittente di realizzare un programma sulle geisha facendo io stessa l’apprendistato, affinché fosse un’esperienza autentica. Il loro mondo mi ha rapita e ho capito immediatamente che non avrei avuto più tempo per fare altro, per cui ho deciso di andare fino in fondo. Grazie a contatti con la prestigiosa università di Keyo, sono entrata nel distretto di Asakusa, uno dei più antichi di Tokyo, dove ho seguito una formazione molto dura di 11 mesi. La malattia di mio padre mi ha portata ad allontanarmi dalle lezioni per un periodo, ma poi il gran giorno della cerimonia di diploma è arrivato e, per la prima volta, ho sfoggiato il tradizionale trucco bianco, che un tempo rendeva visibili e perfette le geisha alla luce delle candele…è stata un’intensa emozione. Quando la mia okāsan si è ritirata, mi è stato impedito – in quanto straniera - di prendere il suo posto, nonostante fossi ufficialmente geisha da quattro anni, requisito necessario stabilito dallo Statuto. È stato uno choc. Non voglio criticare, comprendo bene che, in un mondo tradizionale, il “primo” che rappresenti l’eccezione abbia tanti ostacoli da superare, così era stato anche per il primo lottatore di sumo non giapponese. Dopo tante difficoltà, sono stata accettata in un altro distretto e sono diventata geisha madre di una nuova casa a Fukagawa, un tempo quartiere pullulante di artiste e ora tornato all’antica vocazione. Sono dieci anni che faccio questa professione”.

Come è cambiata la figura della geisha nel tempo?

“Anche se, agli albori di questo mestiere, l’addestramento era forse più rigido e prolungato, diventare artiste affermate è difficile oggi, esattamente come lo era ieri. Bisogna studiare e impegnarsi tutta la vita. La figura della geisha è nata nel 1600 e, contrariamente a quanto si pensi, all’inizio era ad appannaggio di soli uomini specializzati nelle arti tradizionali: danza, canto e musica con tamburi, shamisen (il tipico strumento a tre corde) e flauto giapponese. In passato la geisha seguiva regole più severe, passava intere giornate a studiare, chiusa nella okiya, lontana dagli uomini. La costosa formazione era a spese della geisha madre con cui si indebitava e al servizio della quale rimaneva per tutta la vita, sperando che un giorno la scegliesse come favorita a cui tramandare l’attività. Molto spesso, inoltre, erano i clienti a pagare i debiti della geisha. Oggi la sfida è trovare nuovi danna (sponsor) che contribuiscano collettivamente alla formazione delle hangyoku, per far sì che la tradizione non svanisca. Affinché il nostro mondo sopravviva, penso sia fondamentale modernizzare il modo di raccontarlo, lasciandone però inalterate le caratteristiche che lo rendono unico”.

Il Giappone tutela le geisha? Ci sono aiuti statali?

“No, la relazione con il mondo politico è sempre stata molto delicata e intensa, con sfaccettature negative e positive. Uno dei motivi principali è che le case del tè venivano spesso usate da uomini d’affari ed esponenti politici come luoghi d’incontro per prendere decisioni importanti. Con l’apertura del Giappone all’Occidente nel XIX secolo, la situazione è mutata ancora e alcuni uomini di potere si sono legati sentimentalmente alle geisha. Al giorno d’oggi dunque, se ne fossero sponsor, apparirebbe come un conflitto d’interessi, quindi non ci sono contatti, almeno ufficialmente”.

Non crede che la professione di geisha si scontri con l’idea di donna indipendente?

“È opinione diffusa che la geisha sia sottomessa all’uomo ma è un malinteso. Già due secoli fa, la prima donna a fare questo mestiere si impose con forza e indipendenza in un mondo di soli uomini. Potremmo dire che la geisha è la prima femminista della storia, bellissima e potente mentre esercita la sua arte. Le okāsan sono imprenditrici: in una mia giornata tipo, per esempio, al mattino mi occupo della corrispondenza e incontro i clienti, nel pomeriggio suono il flauto giapponese e la sera lavoro nei banchetti”.

Nella casa di Sayuki lavora Asaka, esperta danzatrice. Il suo nome d’arte significa «luminosa, trasparente fragranza». Ha debuttato come geisha appena un anno fa.

foto di Alessandro Grassi
La geisha Asakafoto di Alessandro Grassi

Perché ha deciso di diventare geisha, era un desiderio di bambina o magari per tradizionale familiare? Cosa significa, per lei, essere geisha oggi?

“La geisha è un sogno, una forma d’arte pura in cui immergersi, chiudendo gli occhi e lasciandosi andare. Per me è stata come un’illuminazione. Un giorno ho capito che tutte le esperienze della mia vita mi stavano portando naturalmente a diventare geisha. Sono cresciuta con il suono dello shamisen, di cui mia nonna era una sapiente suonatrice e circondata da incantevoli kimono, arte in cui è esperta mia madre. La danza, invece, l’ho sempre amata e studiata”.

Oltre alle arti tradizionali giapponesi, cosa studia una geisha?

“La letteratura, la storia, la poesia e le lingue. Una geisha deve possedere un’ottima cultura personale per conversare con gli ospiti, ed essere aggiornata sulla cronaca contemporanea. La prima arte in cui dobbiamo essere esperte è proprio la conversazione. Ci affascina tutto ciò che può arricchirci e renderci aperte e complete, da ogni punto di vista. La mia okāsan in particolare tiene che le sue geisha abbiano una formazione di studi completa, quindi ci esorta a portare a termine l’università, sostenendoci anche in questo”.

La geisha è arte in movimento e la danza è espressione privilegiata della sua essenza. Che emozione vuole suscitare in chi la guarda e cosa prova, mentre balla?

“Sono felice e fiera di me stessa. Penso che la cosa più importante per noi sia avere un forte senso orgoglio, chiaramente non in accezione egoistica. Dovremmo cercare di migliorarci sempre, imparando cose nuove e dedicandoci allo sviluppo continuo delle arti”.

Alle geisha non è concesso sposarsi e lei è giovane. Ad oggi si sente di dire che sarà geisha tutta la vita oppure sogna un giorno di innamorarsi e avere una famiglia?

“Una geisha si consacra all’arte e per questo non può celebrare un altro sacramento quindi, se si innamora e decide di sposarsi, deve rinunciare alla carriera. Per ora non ci penso, il mio unico desiderio è essere geisha, la mia felicità e il mio orgoglio sono nell’arte”.